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Cosa possono fare i lupi

2016 08 01 Raphael e Gislende
Chaviere

Raphael è sempre stato in alpeggio. Da anni ha abbandonato l'allevamento di pecore mettendo su un'azienda con la moglie. Gislende anche, ma sulla montagna di fronte, la sua famiglia è sempre stata in alpeggio sotto il colle del Moncenisio. A diciotto anni aveva iniziato a costruirsi una vita in paese ma Raphael l'ha riportata in montagna. La montagna di fronte dove sono felici tutti e due con i loro figli. Allevano mucche da latte, munte due volte al giorno e hanno il laboratorio per la trasformazione del latte in cui lavorano insieme.
Raphael è sempre stato in alpeggio. Da anni ha abbandonato l’allevamento di pecore mettendo su un’azienda con la moglie. Gislende anche, ma sulla montagna di fronte, la sua famiglia è sempre stata in alpeggio sotto il colle del Moncenisio. A diciotto anni aveva iniziato a costruirsi una vita in paese ma Raphael l’ha riportata in montagna. La montagna di fronte dove sono felici tutti e due con i loro figli. Allevano mucche da latte, munte due volte al giorno e hanno il laboratorio per la trasformazione del latte in cui lavorano insieme.

Nel giro di poco tempo settanta animali colpiti a fine estate.

– Mi pare fosse il duemilatrè. Noi avevamo l’alpeggio davanti a Entre deux Eaux. Non salivamo tutti i giorni a guardare le pecore, era così da generazioni. Tutti i giorni andavamo sul versante di fronte e guardavamo con il binocolo se tutto era in ordine. Un giorno di fine estate, era da quindici giorni che non salivamo e mio padre è andato a vedere. Ne ha trovate venticinque morte sgozzate e mezze mangiate. Ha deciso di portarle immediatamente vicino al paese per tenerle al riparo e ha sparso la voce. Il tempo di organizzare il viaggio e il mattino dopo ne mancava un’altra. Siamo partiti ma non si poteva fare tutta la strada in un giorno. La sera le abbiamo messe tutte insieme vicino al lago del colle.
Il mattino dopo abbiamo trovato una strage: c’è n’erano 30 morte sgozzate, un paio le avevano mangiate, le altre le avevano soltanto uccise.
Siamo scesi con il cuore pesante e le abbiamo portate nei prati vicino a Termignon come tutti gli altri pastori del paese per sfuggire a questa furia. I lupi le avevano seguite. Era come se fossero diventate di loro proprietà. Ogni notte ne mancava una. Per quindici giorni hanno continuato così, prendevano principalmente quelle di quel gregge lì, finché non le abbiamo rinchiuse.
L’estate seguente siamo saliti io e mio fratello, lui è rimasto in alpeggio tutta l’estate.  Abbiamo messo nel gregge i patù dei Pirenei. Questi cani sono molto in gamba a difendere le pecore, si mischiano a loro e controllano tutto che può metterle in pericolo ma si sono verificati alcuni incidenti per cui bisogna fare davvero molta attenzione.
L’anno scorso i nostri cani hanno attaccato una turista vicino al rifugio. Le autorità hanno imposto di toglierli dall’alpeggio e di sopprimere la femmina. Così è stato. Quella notte i lupi sono arrivati e si sono serviti.
Fino a vent’anni fa a Termignon c’erano diciotto greggi di due, trecento animali e una più grande che ne contava più di settecento. Adesso ci sono solo più tre pastori di cui uno è mio fratello che da allora non ha più cambiato niente. Lui e i suoi patù guardano le pecore.
– è una storia dolorosa, da quando è successo non ne avevamo mai più parlato in famiglia.

Isotta era a fine ferratura, talmente al fondo che un ferro si era spezzato in due e io che non ne avevo più di ricambio, avevo dovuto riattaccargli quella triste metà purchè qualcosa riparasse un po' quel povero anteriore. Rimetti qui e rimetti là e il sacchetto dei chiodi per le emergenze si era svuotato negli zoccoli. L'ultimo ferro ne aveva due, erano la scorta della scorta, erano quei due vecchi chiodi arrugginiti che avevo piantato nel cappello per il 'non si sa mai'. L'alpeggio di Chaviere era il primo posto dove prendeva il telefono da quando era cominciato il requiem della ferratura. Mi sono fermata da loro con molte preoccupazioni e sono ripartita tranquilla con dei ferri di qualche altro cavallo e dei chiodi portati su da Lionel, uno dei loro migliori amici che ha un maneggio a Termignon.
Isotta era a fine ferratura, talmente al fondo che un ferro si era spezzato in due e io che non ne avevo più di ricambio, avevo dovuto riattaccargli quella triste metà purchè qualcosa riparasse un po’ quel povero anteriore. Rimetti qui e rimetti là e il sacchetto dei chiodi per le emergenze si era svuotato negli zoccoli. L’ultimo ferro ne aveva due, erano la scorta della scorta, erano quei due vecchi chiodi arrugginiti che avevo piantato nel cappello per il ‘non si sa mai’. L’alpeggio di Chaviere era il primo posto dove prendeva il telefono da quando era cominciato il requiem della ferratura. Mi sono fermata da loro con molte preoccupazioni e sono ripartita tranquilla con dei ferri di qualche altro cavallo e dei chiodi portati su da Lionel, uno dei loro migliori amici che ha un maneggio a Termignon.
Lionel
Lionel se ne va dopo avermi lasciato dei chiodi per sicurezza. Non ne ho avuto bisogno, così come sono partita da qui, sono arrivata a casa. Se non li avessi avuto, sarebbero serviti di sicuro.

Vanoise. Parco e allevatori.

2016 07 31 Thierry Arsac
Capo settore dei guardiaparco della Tarantaise. Parco Nazionale della Vanoise.
Refuge de Rosuel

Thierry Arsac
Colazione al rifugio Rosuel. È un rifugio del parco annesso a museo e centro visite con personale preparato e accogliente. Ci siamo incontrati qui, proprio in mezzo al parco. Aveva piovuto tutta la notte. Si poteva sellare più tardi del solito.

L’ultimo lupo è stato ucciso in Francia tra le due guerre e da allora non se n’è più sentito parlare fino al ’92, quando sono comparsi in Mercantour i primi esemplari provenienti dall’Italia.
In Maurienne sono arrivati nel ’98 e non sono più andati via. L’unico branco stabile del parco si muove lungo l’alto corso dell’Arc da poco meno di allora. La gente non lo ha saputo subito, finché c’è un solo lupo che si nutre di selvaggina, nessuno se ne accorge, a meno di non imbattersi in una carcassa ed è raro. I dati di presenza non sono stati nascosti, ma finché nessuno ha chiesto, non sono stati pubblicizzati.
Adesso si sono insediati, è chiaro che resteranno e che pian piano la gente si abituerà all’idea della loro presenza; ogni aggiornamento viene continuamente reso pubblico affinché tutti possano regolarsi.
In Francia è già stato autorizzato l’abbattimento di 30 lupi. Adesso la notizia suscita molto scalpore, nel giro di vent’anni diventerà normale che i cacciatori, oltre ad occuparsi di animali che vengono attualmente regolati da loro, avranno un certo numero di lupi da abbattere.
Le forme di allevamento nel parco sono molto variegate. La Tarantaise è vocata principalmente all’allevamento bovino. È comunque presente un numero considerevole di ovini perché c’è un allevatore che ne porta ogni anno 15000 che passano l’inverno nella Crau divisi in greggi da 1000 a 2000 capi sorvegliate da pastori. Nell’area coperta da questi animali, le predazioni sono rare, non ci sono presenze stabili del predatore. La Maurienne è invece interessata da greggi molto più piccole, nell’ordine delle poche centinaia di pecore, sorvegliate saltuariamente e alcuni greggi di pecore sorvegliate regolarmente in cui si aggiungono a pecore di qui, animali che arrivano dalla pianura, tenuti in alpeggio esclusivamente per la stagione estiva . Lì le predazioni danno molto fastidio. È proprio la zona in cui si è insediato il branco.
In Francia il lupo è una specie protetta dalla Convenzione di Berna. La multa per i bracconieri che vengono individuati è di 9500 euro.

Quel signore era appassionato di fotografia e quell’estate nel branco del Tabor erano nati sette cuccioli. Lui si trovava una cengia a sbalzo sull’Arc e li stava fotografando.
Bum! Un fucile.
Fsssssh! Una pallottola. Poco distante dalle sue orecchie.
Dalle guardie:
– Hai tirato?
– Sì.
– Lo hai preso?
– No.
Il maschio alfa della coppia del branco del Tabor è stato trovato morto per una fucilata. La persona che lo ha colpito non si sa chi sia.
Se non vengono colti sul fatto, non possono essere incriminati.

L’anno scorso a Bramans, il direttore del parco, il capo settore dei guardiaparco della Maurienne e i sindaci dei comuni interessati erano riuniti per discutere la Carta del Parco. Alla fine della riunione si sono trovati reclusi nella sala riunioni. Fuori c’era un gruppo di allevatori provenienti da tutta l’Haute Savoie arrivati fino lì per sostenere quelli del posto e richiedere al prefetto l’abbattimento di sei lupi in Haute Maurienne, praticamente tutti. Hanno portato da mangiare e da bere per sé e per il personale del parco che è rimasto tranquillamente al posto riservatogli senza sbilanciarsi su temi in cui non aveva nessun potere decisionale. Il prefetto ha mandato due gendarmi a tenere sotto controllo la situazione. Con pazienza si sono intrattenuti tra di loro aspettando di essere rilasciati, non sarebbe stato ragionevole discutere in condizioni simili. Erano le cinque di pomeriggio quando si sono trovati reclusi e sono passate quasi ventiquattr’ore prima che venissero rilasciati. Ci si aspetta ancora che venga fatta giustizia di questa bravata ma con molti dubbi. Gli allevatori che hanno partecipato a questo exploit dovevano incontrarsi a breve con il prefetto per prendere decisioni in merito alla questione e questi avvenimenti sono il risultato dell’idea di mettergli pressione. La fauna selvatica è bene comune ed è il ministero ad occuparsene. Il prefetto decide quello che deve decidere un prefetto.

Cose che succedono.
Accertamento di predazione del personale abilitato -i capi settore per i danni che avvengono nel parco e le guardie campestri per quelli che avvengono fuori dal parco-
– è stato il lupo, la gola è tagliata dagli incisivi inferiori mentre quelli superiori lasciano una ferita e un livido sulla nuca. Ad accertamento avvenuto, il prefetto conferma il rimborso. In Val d’Isere non ci sono branchi e i pochi incidenti sono dovuti a sconfinamenti di quello della valle dell’Arc. In Maurienne la faccenda è molto più delicata. Il branco insediato si trova a suo agio e non accenna a cambiare territorio. I pastori più colpiti sono di quest’area e tra loro ci sono quelli più interessati agli avvenimenti dell’anno scorso.
– non è stato il lupo, succede che in seguito a parti difficili finiti male o incidenti di altro genere, alcuni pastori siano capaci di sopprimere animali sofferenti di loro proprietà con una bastonata in testa e di chiamare le guardie per avviare le pratiche di risarcimento dovute in caso di attacchi di lupi. Per la pace sociale, può succedere che nonostante l’esito negativo della relazione, il prefetto assegni comunque il premio. La decisione è del ministero.
Sedicenti allevatori sono capaci di comprare appositamente animali anziani e malmessi per formare greggi disperate che vengono abbandonate in alpeggio e controllate quanto basta per chiamare gli accertamenti in caso di attacchi di lupi.
Se non ci sono protezioni, il rimborso è inferiore ma arriva comunque.

La paura del lupo è radicata in chi si trova davanti a lui o alle sue prede ed emerge in quel momento come una memoria portandosi dietro tutte le paure di generazioni lontane. È la paura del diverso, il lupo e l’orso sono l’uomo sconosciuto, la reazione diventa netta. I grandi predatori sono benvoluti da cittadini e turisti che con la vita in montagna non hanno niente a che fare e hanno una visione da sogno della natura. I pastori non possono vederla nello stesso modo, conoscono la valanga e il fulmine, le lunghe giornate di pioggia in cui mungere e tenere il bestiame al riparo diventano avventura e preoccupazione e la nebbia in cui si può nascondere il lupo.

In paesi più selvaggi dove le fiere sono pericolo ricorrente sia per il bestiame che per le persone, la gente accetta il rischio della natura che la circonda. Il giaguaro è pericoloso ma non lo eliminerebbero. Cercano di evitare il pericolo, accettano la natura.
I predatori ci sono. Bene, bisogna gestirli. Impedendo ai pastori di reagire si va a cadere in pericoli più subdoli come i bocconi avvelenati che fanno male a tutti.
Le protezioni sono un deterrente per un po’ ma il lupo si adatta. Se chiudi gli animali di notte, impara a prenderli di giorno. Con i cani è più difficile.

La relazione dell’uomo con la natura la modifica. Dighe, bonifiche di aree paludose, eliminazione dei predatori.
Il rischio esiste comunque, il lupo è uno dei rischi tra le cose che possono succedere. Se voglio vivere in un posto dove non ci sono valanghe, devo andare in pianura; dove non ci sono lupi, devo andare su un isola; dove non ci sono alluvioni, devo andare in costa. Ogni posto ha i suoi rischi, è inevitabile, si può cercare di ridurli.
Il problema non è il lupo, è la relazione dell’uomo con la natura. In Europa la natura selvaggia non esiste più, l’uomo è stato dappertutto e dove è stato ha modificato.

Il ritorno del lupo è un avvenimento bello ma complesso. La relazione tra uomini e lupi è difficile.
– En montagne: vivre ou disparaitre. Bisogna adattarsi.
Il ritorno del lupo comporta molte grane sia per i pastori che per le guardie ma è un elemento naturale di cui c’è bisogno in un ambiente che cerca di essere naturale.

Pit stop

FERRI 2

Granges Souffiet. Davanti la Vanoise. La sera arrivavano soffi di vento dal ghiacciaio, sapevano di neve e solitudini. È sempre difficile lasciare questi posti. Dovevo partire lo stesso. Alle dieci dovevo incontrare Gillles al colle del Moncenisio. La notte dopo ho dormito a Novalesa tra un muro e un capannone. Le stelle erano le stelle e splendevano.
Granges Souffiet. Davanti la Vanoise. La sera arrivavano soffi di vento dal ghiacciaio, sapevano di neve e solitudini. È sempre difficile lasciare questi posti. Dovevo partire lo stesso. Alle dieci dovevo incontrare Gillles al colle del Moncenisio.
La notte dopo ho dormito a Novalesa tra un muro e un capannone. Le stelle erano le stelle e splendevano.

questo è stato l’ultimo bivacco come si deve prima di fermarci.
Andrea non potrà ferrare Isotta prima di lunedì. Appena abbiamo passato il colle del Moncenisio, lei ha guardato il lago, ha assaggiato l’acqua di un rio, ha alzato la testa e ha messo una marcia che non poteva essere indirizzata che al suo prato. Siamo a casa, pioviggina, lei è fuori dalla casetta e sembra che voglia mangiare tutta l’erba che è cresciuta in questi due mesi. Sono stati giorni intensi, da Martigny in poi sono successe troppe cose. Ripartiamo lunedì con la coperta è il sottopancia lavati e i ferri nuovi. Ci sono tre interviste della Vanoise da pubblicare sul sito è una del lago del Moncenisio.
Queste montagne sono piene di gente, bella gente fiera, la realtà è talmente speciale che supera la fantasia senza dover neanche correre..

Pecore e cani. Intervista a Alberto Stern. Allevatore di cani da guardiania.

Giuseppe mi aveva detto di avere un amico che si occupava di cani da guardiania proprio lungo il mio tragitto. Era prima di partire e sembrava di avere tutto il tempo del mondo per cercarlo. Rimanda e rimanda è arrivato il giorno in cui ho superato il paese di Lostallo e ho visto quella casa. Il giorno dopo era troppo tardi per tornare indietro e ci siamo sentiti al telefono.

Mi sono dovuta fermare lungo il Rodano a rimettere la vecchia ferratura perchè quella della Val Camonica è finita in 400 km, mentre quella di Andrea Pomo che ne aveva già fatti 950, aveva ancora ferro. Mentre ero lì, ospite di Andrea al riparo dalla civilizzazione, ho sentito Andrea Stern.
Mi sono dovuta fermare lungo il Rodano a rimettere la vecchia ferratura perchè quella della Val Camonica è finita in 400 km, mentre quella di Andrea Pomo che ne aveva già fatti 950, aveva ancora ferro. Mentre ero lì, ospite di Giuseppe, che al riparo dalla civilizzazione, ho sentito Andrea Stern. È solo una manovra di emergenza, cerchiamo di arrivare a Susa così. Daniel è stato un bravo maniscalco, non ha considerato che un ferro ordinario per fare così tanta strada è irrisorio. Devo arrivare da Andrea. In questo momento non posso fidarmi di nessun altro.

2016 07 15 Lostallo
Alberto Stern. Veterinario generico
Cani da protezione.
Azienda agricola con 192 ovini tra pecore e agnelli. Allevamento di border colly e di cani da guardiania. D’inverno sono tutti a Lostallo, d’estate solo una trentina di pecore e cinque cani restano nell’azienda di pianura, gli altri sono a Flims, nei Grigioni.

A casa abbiamo sempre avuto pecore, le avevo sostituite con i cavalli ed è così che ho conosciuto Giuseppe, cavalli americani montati all’americana un periodo intenso di gare, prove e ricerca della libertà. grazie a quel mondo ho incontrato il border colly. Facevamo e facciamo tuttora gare con questi cani da pastore che sono fatti apposta per lavorare con le pecore. Ho dovuto tornare a prendere un piccolo gregge e quest’anno ho mandato in alpeggio 192 animali tra madri e agnelli. Da passione sono diventati lavoro oltre e insieme ai cani
Nel 2001 c’è stata la prima predazione da lupo: una capra. Non era più possibile far finta di niente. È ovvio che un pastore non può essere contento che ci sia un predatore del genere in giro. Non sono contento ma è così e bisognava fare qualcosa. Avendo l’abitudine di lavorare con i border colly, ho provato con i cani da guardiania.
Non sono cani scontati.

La struttura pratica di questa rete di allevatori che preparano i cani da protezione in Svizzera è tenuta in piedi da diverse figure:
– l’utilizzatore: pastore o mandriano che richiede cani da protezione
– L’azienda che alleva i cani e dà per il primo anno di vita la prima formazione a quelli che verranno assegnati ad utilizzatori che non hanno ne mai avuti, in genere due o tre per cucciolata.
Una decina in tutta la Svizzera.
– Le aziende formatrici che sono allevatori di bestiame che hanno già avviato la protezione con cani da guardiania e gli affiancano cuccioli da destinare ad altri utilizzatori per fargli apprendere il mestiere.
Quasi trenta sul territorio nazionale.
– Il consulente che si occupa di seguire i proprietari dei cani assegnati affinché imparino a gestirseli.
In Svizzera tutto questo processo è virtuoso ma si sostiene principalmente grazie agli aiuti statali. Lo Stato dà aiuto finanziario e controlla che le cose vengano fatte secondo gli accordi.

L’obiettivo principale è di ottenere soggetti con requisiti sanitari e di attitudine al lavoro adeguati. Le aziende non sono tutte uguali e i cani neanche, il tentativo di assegnare il cane più adatto alle persone e all’ambiente che dovrà difendere è limitato dal numero di cuccioli.
Affinché imparino il loro mestiere devono vivere con le pecore da prima di nascere. Non ci si può aspettare un buon cane se si tiene la fattrice in un recinto a Zurigo e quando il cucciolo è già cresciuto lo si porta in mezzo a un gregge pretendendo che sappia che cos’è. Come ogni mammifero, impara a conoscere l’ambiente già quando è nella pancia della mamma.
A seconda del territorio e del numero di animali, c’è bisogno di più o meno cani. Un gregge molto grande in un pascolo molto diviso da anfratti e terrazzi, ha bisogno di più cani.
È fondamentale essere chiari con loro, hanno un senso innato per mischiarsi al bestiame e sorvegliarlo, ognuno si mette in un punto diverso e tengono d’occhio tutto quello che gli viene affidato. Per loro natura, se uno si allontana a farsi un giro, gli altri gli ‘coprono le spalle’ guardando una fetta più grossa di gregge. Sanno che quando tornerà farà lo stesso per loro. Se uno se ne va, l’altro sta, è un gioco di squadra. Quando non avviene, vuol dire che c’è stato un errore genetico o di formazione. Sta all’uomo che ha bisogno di loro scegliere coppie di buoni animali e far sì che i cuccioli non se ne dimentichino.
– Su a Flims sono arrivati i lupi, credi che sia possibile noleggiare dei cani da protezione per tenere la situazione sotto controllo?
– Non so se si può, io non li darei a noleggio.
– È solo una prova, non li conosco.
– Possiamo fare una prova: ti porto le mie pecore e i miei cani.
Quando nei Grigioni si è formato il branco Calanda, con uno degli allevatori della regione coinvolta dall’insediamento del branco, è cominciata l’avventura di Flims. Lo conoscevo per questioni di border colly, le pecore c’entravano sempre, questa volta era il momento dei cani da guardiania. È da anni che lui guarda le mie pecore per tutta l’estate e quattro dei miei cani sorvegliano tutto il gregge. I cani che gli affido sono misti, ce ne sono due esperti e due in formazione.
Un altro servizio di questi allevamenti è tenere un cane esperto a disposizione di allevatori che si ritrovano lupi in posti dove non ci sono mai stati per poter formare dove serve, un gruppo di pronto intervento.
È successo l’anno scorso, questo allevatore si è trovato il lupo in alpeggio senza aspettarselo. Abbiamo portato su uno dei cani più esperti direttamente in alpeggio, manovra normalmente sconsigliata. Lui era talmente motivato che dopo una settimana di formazione il cane era perfettamente inserito nel gregge e tutto è andato per il meglio.
Ogni cane ha le sue inclinazioni ma la natura di quelli da guardiania è quella di tenere lontani i nemici. Chi sono i nemici? Se non glielo si insegna tutto quello che non è il gregge è un nemico. Evitare che i problemi arrivino è più semplice che risolverli dopo che ci sono. Un cane confuso o poco istruito può fare dei danni.
– questo giovane cane ha capito?
– No
– Lo rimetto in una situazione più semplice finché non capisce.
L’educazione di un cane da protezione appassiona ma è prima di tutto una necessità.
Il legame di questi cani con l’uomo a cui fanno riferimento è ingrediente fondamentale perché lavorino bene. Le greggi non sorvegliate né da uomini né da cani non scendono dal l’alpeggio altrettanto belle e con altrettanti agnelli. Quando sono sorvegliate si sentono al sicuro e stanno meglio. A prescindere dal lupo.
– se piove apro l’ombrello. Se arriva il lupo e ci tengo agli animali che allevo, devo fare qualcosa.

per chi volesse saperne di più o contattare Alberto, questo è il suo sito:

www.creuscfarm.ch

Le reazioni a una novità sono spesso drastiche

Discendendo il Rodano non mi aspettavo di sentir parlare di lupi, invece fermandomi vicino alla stazione di eliso corso sotto dei bei pioppi, ho avuto modo di preparare un caffè a Samuel e ne è uscito questo discorso.

Samuel Hernst, ospite sotto l'ombra del mio telo mentre Isotta e io siamo ospiti della stazione di eliso corso di Air Zermatt.
Samuel Hernst, ospite sotto l’ombra del mio telo mentre Isotta e io siamo ospiti della stazione di eliso corso di Air Zermatt.

2016 07 21 Niedergampel
Samuel Hernst
Ambulanziere in elicottero per Air Zermatt

Qui in basso adesso i lupi non ci sono in questa stagione, d’estate salgono. Ne sono arrivati due, forse tre, nei valloni di Turnetal l’estate scorsa. Lì ci sono mezzo migliaio di pecore di un centinaio di proprietari. Lasciarle incustodite in alpeggio era ormai abitudine ricorrente. L’anno scorso sono diventate banchetto dei nuovi arrivati.
L’inverno scorso si aggiravano in basso, vicino ai villaggi e ad aprile, quando si è cominciato a lasciar mangiare erba alle pecore, se ne sono presi una quindicina a tutti quelli che si sono sentiti di lasciarle fuori la notte nei prati vicino ai villaggi tra Ergisch e Eischoll.
Quest’estate hanno messo tutti gli animali in un unico gregge affidato a un pastore che pagano tutti insieme in proporzione. Per ora non ci sono stati danni. È molto probabile che a giorni nasca una cucciolata e quando ci sarà un branco vedremo cosa succederà. Per il momento è una cosa nuova, prima erano individui solitari di passaggio che colpivano e se ne andavano. Questi si sono fermati.
Il ritorno del lupo colpisce sul vivo le persone. Vedere i propri animali così indifesi dove non lo era più stato da tanti anni fa sentire più fragili. Molti reagiscono con rabbia e sembra che il lupo sia l’unico mostro.
Forse è una questione di tempo. Ormai i lupi hanno lo spazio per infilarsi liberamente in queste montagne. Le generazioni che verranno sapranno come regolarsi meglio di queste che erano abituate alla sua assenza.

2016 07 21 Niedergampel, quasi una savana
2016 07 21 Niedergampel, quasi una savana

Ops

Chiedo scusa a tutti quelli che avevano inserito dei veri commenti. Ho dovuto fare un repulisti perchè c’era molto spam e sicuramente ne ho cancellati.

I lupi arrivano da sud

I lupi arrivano da sud. Scendono dalla Nufenen in pieno inverno, quando la neve è gelata e la luna gli illumina la pista. Di giorno, quando la neve diventa morbida, si trovano un posto asciutto, si accucciano lì e dormono aspettando il gelo.
A febbraio lassù è un’autostrada per loro. Nessuna pietra che taglia i polpastrelli, la luce della luna diventa un faro e non c’è nessuno tranne loro e il vento.

Anche adesso lassù i nevai conservano un po' di inverno. Il terreno è irto di pietre e tra l'una e l'altra è facile incontrare 'sagne '.
Anche adesso lassù i nevai conservano un po’ di inverno. Il terreno è irto di pietre e tra l’una e l’altra è facile incontrare ‘sagne ‘.

2016 07 19 Yvonne Vênetz
Pfaffenegge

Scesa dal Nufenen Pass, cercavo un posto per fermarmi e la pietanza per Isotta. Il colle spettacolare, la valle davanti, il primo villaggio walser. Cammina. Cammina nella luce abbagliante, siamo arrivate qui. Mi aspettavo un ranch. Chi mi ha indicato questo posto, lo ha chiamato così. Un recinto, una tettoia di solidi tronchi, un’altra, una terza che tiene al riparo da foglie e gelo la fontana. Lì, tra alberi e tettoie c’è un tavolo con un mucchio di fiori di iberico e due barattoli già pieni di fiori immersi nell’olio. Dietro quel mucchio di fiori, Yvonne che continuava a dividere i fiori di iperidrosi dalle foglie che metteva in uno scatolone tra lei e il tavolo.
Non so come si scriva, da noi si chiama ‘truc a ram’, si fa con i fiori di iberico immersi in olio di oliva in barattoli che vengono esposti al sole ogni volta che c’è per un paio di mesi. Si usa per escoriazioni e scottature. Tutto il sole dei fiori finisce nell’olio e fa guarire.
Lei indossava una gonna a fiori e una maglietta a maniche corte, i capelli sciolti e un’aria così pacifica che sembrava che Isotta ed io non fossimo nel quadro.
Bevo il succo di frutta e mangio una fetta di torta di albicocche, intanto Yvonne continua con i fiori. Oggi era l’ultimo giorno di fieno, è tutto ritirato ed è venuto bellissimo.
Preparo un riso con gli ultimi funghi secchi e il mucchio di fiori è sempre più alto.

- Sono arrivata nel posto giusto? - Sì. Vuoi del succo di frutta? - Grazie! Ma prima è meglio se scarico la cavalla.  Un posto di cavalli senza cavalli, fiori dappertutto e un piccolo orto, le casette delle api lì dietro. Mi sistemo vicino a un albero morto in un punto del prato da cui si vede tutto e dove si capisce che i cavalli amano stare. Isotta butta la testa nell'erba e si distrae solo a tratti per capire di chi sono tutti quegli odori. Quando ha sete va alla fontana, quando si vuole grattare la schiena, si rotola.
– Sono arrivata nel posto giusto?
– Sì. Vuoi del succo di frutta?
– Grazie! Ma prima è meglio se scarico la cavalla.
Un posto di cavalli senza cavalli, fiori dappertutto e un piccolo orto, le casette delle api lì dietro. Mi sistemo vicino a un albero morto in un punto del prato da cui si vede tutto e dove si capisce che i cavalli amano stare. Isotta butta la testa nell’erba e si distrae solo a tratti per capire di chi sono tutti quegli odori. Quando ha sete va alla fontana, quando si vuole grattare la schiena, si rotola.

Yvonne ha lavorato per trent’anni in alpeggio, d’inverno guarda una ventina di cavalli qui e d’estate è sempre salita con mucche di altri allevatori che guardava e mungeva. È anche casara.
È il primo anno che non sale, è rimasta qui con le sue api e si occupa di loro mentre i suoi cavalli sono andati all’alpe con altri che, oltre a custodirli, li utilizzano per i trasporti.

– E hai avuto problemi con i lupi?
– No, nella valle da dove vengo ci sono da almeno quindici anni e girano proprio dove giro io. Non li ho mai visti, solo sentiti. Non credo che quelli che vivono qui si comportino in maniera diversa. Ma qui ci sono lupi?
– No, adesso non ci sono, scendono solo in inverno e non sempre. Un anno arrivano, stanno per un po’, poi se ne vanno o vengono uccisi. Non durano molto.
– Tu hai avuto problemi con i lupi su in alpeggio?
– No, in alpeggio non li ho neanche mai visti. Li ho visti qui. Uno l’ho trovato morto nel fosso prima del cancello, ma è stato tanto tempo fa. L’altro era vivo, così vivo che ha ucciso un capriolo sotto i miei occhi. Sono scesi giù in corsa dalla montagna, il lupo lo ha raggiunto e in un solo morso gli ha spezzato l’osso del collo e tagliato la gola. Un professionista.
– Era un maschio o una femmina?
– Non lo so.
Mentre mi diceva queste cose, si è messa a frugare negli armadi cercando qualcosa e ha tirato fuori una busta di carta bianca con le foto del capriolo abbandonato nella neve, della testa con il collo spezzato e della ferita sul collo. In un foglio di carta bianco piegato in sei, c’era un ciuffo di peli ruvidi e grigi.
– Lupo
Silenzio, raduna le foto e il ciuffo di peli nella busta.
– In India la giungla è sempre più piccola, la gente è sempre di più. Ci sono così tanti uomini e così tanti animali domestici che il selvatico è relegato in uno spazio sempre più ristretto. La priorità è salvaguardare gli uomini e il loro bestiame. La tigre non sa più dove andare, le poche che sopravvivono si trovano uno spazio al di là della civilizzazione, la conoscono, la evitano e cercano di sopravviverle.
– In Africa anche, ci sono sempre più persone e la vita per i grandi carnivori è sempre più difficile ma ci sono. Ogni mattina i watussi liberano il bestiame e ogni sera lo radunano in recinti vicino alle case.
– Qui l’ultimo lupo si era visto più di cento anni fa e allora si faceva così anche qui. Come adesso, anche allora ogni famiglia aveva pochi animali. Quando era ora che salissero in alpeggio, li si radunava e un pastore, pagato da tutte le famiglie di cui guardava gli animali, passava l’estate a custodirli. Adesso, dopo la lunga assenza dei grandi carnivori, queste persone si sono abituate a lasciare gli animali incustoditi. Non sono gli allevatori professionisti a risentire del ritorno del lupo e dell’orso, sono questi piccoli proprietari che svolgono tutt’altro mestiere e vivono in città, hanno alcuni animali e li lasciano a guardarsi da soli per tenere puliti piccoli fondi e non abbandonare una tradizione famigliare, senza contare i contributi che ricevono senza il minimo impegno.
– Gli animali domestici hanno bisogno di essere custoditi, non sono in grado di cavarsela da soli.
Il lupo lo ha visto, ai suoi animali non è successo niente.
– Qualche anno fa si era fermato un lupo che ha fatto molti danni sul bestiame. La richiesta di abbattimento era stata accettata e i cacciatori si sono messi di impegno per scovarlo. Li trovavi acquattati nei posti più impensati bardati di tutto punto. Quel lupo non si è fatto trovare, se n’è andato altrove. Niente trofei.
– Forse basterebbe ostacolarlo per tenerlo lontano dal bestiame. È un animale intelligente e se viene disturbato va a cercare un posto dove nessuno lo disturberà.

Conseguenze sugli alpeggi della presenza di grandi carnivori.

2016 07 08 Beti Otmaro
Alp da Buond

Beti è un gran lavoratore, la sua energia è travolgente, ha una bella moglie, dei figli pieni di vita come lui è un grande alpeggio da tenere sotto controllo ogni estate. Quando il lupo è tornato a farsi vedere in Svizzera, ha fondato l’associazione per un territorio senza grandi carnivori. Con lui si sono schierati altri allevatori, politici e personaggi di ogni specie, dall’avvocato al banchiere. Un territorio senza grandi carnivori è quello che si è riusciti a ottenere in secoli di custodia degli animali, il loro ritorno significa tornare indietro senza poterpiù neanche difendere i propri animali da loro.

Quando sono arrivata all'Alp da Buond, Beti Otmaro e la famiglia stavano finendo di fare colazione. Mi hanno invitata a prendere un caffè e i bambini sono usciti a giocare in tutto quel gran mondo che circonda l'alpeggio. La giornata era splendida e quando sono ripartita mi sembrava di aver passato un momento in un'altra epoca, un'epoca in via di estinzione che per adesso esiste ancora. L'equilibrio tra le esigenze di chi vive la sua vita lontano da qui e chi impegna ogni suo muscolo e nervo per vivere dignitosamente qui è delicato. Il lupo c'entra ma è solo un nemico più facile da vedere di altri, proprio perché non si vede, è imprevedibile e non saprai mai quando è come passerà.
Quando sono arrivata all’Alp da Buond, Beti Otmaro e la famiglia stavano finendo di fare colazione. Mi hanno invitata a prendere un caffè e i bambini sono usciti a giocare in tutto quel gran mondo che circonda l’alpeggio. La giornata era splendida e quando sono ripartita mi sembrava di aver passato un momento in un’altra epoca, un’epoca in via di estinzione che per adesso esiste ancora. L’equilibrio tra le esigenze di chi vive la sua vita lontano da qui e chi impegna ogni suo muscolo e nervo per vivere dignitosamente qui è delicato. Il lupo c’entra ma è solo un nemico più facile da vedere di altri, proprio perché non si vede, è imprevedibile e non saprai mai quando è come passerà.

Titolare di azienda agricola, in inverno tiene in stalla i suoi 80 bovini da carne, in estate porta in alpeggio con l’aiuto di un operaio e della moglie che conduce la casa, 500 bovini di cui 40 vacche in lattazione, 200 madri con i vitelli, i giovani e due tori oltre a venti cavalli. Sono numeri molto elevati rispetto a quelli degli altri allevatori della zona.
L’alpeggio è sui due versanti del passo del Bernina e nella valle di fronte all’Alp da Buond, erano tre alpeggi distinti riuniti da Beti per lavorare meglio. Su questo enorme territorio passa la strada del Passo e il trenino più alto di Europa che devono essere recintati oltre a sentieri e piste ciclabili che impongono l’apertura di cancelli. Il risultato sono 30 km di recinti con cui Beti evita che il bestiame esca sulle strade, i turisti devono ricordarsi di chiudere i cancelli che attraversano e gli animali devono stare più tranquilli possibile.
La gestione del pascolo diviso in lotti caricati con numeri adeguati di animali, che scelgono liberamente dove mangiare, dormire, partorire, permette di mantenere la mandria in ottimo stato e salvaguardare la cotica erbosa.
Qui in Svizzera i contributi sono elevati e le strutture adeguate, la differenza la fanno l’impegno e il lavoro ma un alpeggio così grande non è la norma, in generale la topografia di queste montagne obbliga a piccoli numeri ed è sempre stato così. Questa stessa azienda ha dovuto cambiare direzione, prima avevamo mucche da latte, mungevamo e facevamo formaggio, ma i contributi sono gli stessi che per le mucche da carne e non conviene più. La mungitura e la trafila del latte richiedono molta più manodopera è una presenza costante. Lasciando perdere il caseificio abbiamo guadagnato del tempo, ma abbiamo perso qualcosa.
Tradizionalmente greggi e mandrie venivano portate dai prati di fondovalle ai pascoli con tappa intermedia in zone di media montagna che erano i maggesi e che adesso sono quasi tutti seconde case.
Ci sono allevatori che prendono i cani da guardiania e dicono che il lupo non è più un problema, a quanto mi risulta si trovano in posti dove non c’è passaggio di turisti e hanno pochi animali, come è sempre stato storicamente.
La presenza di grandi predatori che costringe a recintare, chiudere in stalla, ammassare gli animali, obbliga a forzare la mandria a unirsi provocando un inasprimento delle gerarchie e una concentrazione di concime da smaltire che, sparso sui pascoli li arricchisce, ammucchiato intasa di nitrati il terreno. Il costo del recinto inoltre non è il recinto stesso, quanto la sua gestione.
Storicamente molte aziende hanno sempre avuto piccoli numeri di pecore custodite saltuariamente, se tornano i grandi predatori queste piccole realtà spariscono e con loro sparisce un saper fare è una conoscenza del territorio. La missione della politica agraria dovrebbe essere, tra le altre cose, di combinare la vita di cento anni fa con la vita di oggi, queste piccole realtà fanno parte di una tradizione che se non si fa niente è destinata a estinguersi, come i dialetti e le altre radici particolari di ogni valle che una volta omogeneizzate, sono perse. Se hai delle radici salde puoi aprirti agli altri. Così no.

L’orso che c’era. Gli orsi che ci sono.

 

2016 06 27 Matteo Zeni ed Enrico Dorigatti
Guardiaparco dell’Adamello Brenta

Matteo ed Enrico lì ho sentiti all'ultimo, erano in servizio e tornando sono passati a prendere un caffè. Il posto era all'ombra, il prato non era molto ricco e Isotta protestava, ma siamo riusciti a stare un momento insieme. È stato un bel pomeriggio. Le loro storie riguardano principalmente l'orso che in quest'area è il protagonista principale. Da qui arrivano e qui tornano gli orsi di cui ho sentito parlare in Val Poschiavo.
Matteo ed Enrico lì ho sentiti all’ultimo, erano in servizio e tornando sono passati a prendere un caffè. Il posto era all’ombra, il prato non era molto ricco e Isotta protestava, ma siamo riusciti a stare un momento insieme. È stato un bel pomeriggio. Le loro storie riguardano principalmente l’orso che in quest’area è il protagonista principale. Da qui arrivano e qui tornano gli orsi di cui ho sentito parlare in Val Poschiavo.

Matteo Zeni si stava dirigendo verso un’arena di canto di gallo cedrone con due tesisti del parco e un custode forestale. Il loro passaggio intercettava una pista di canide precisa, dritta e filata su un centimetro di neve fresca, vecchia di poche ore. Fatto quello che dovevano fare insieme, Matteo si mette a seguire quella traccia, fotografa le impronte, raccoglie campioni di urina, e torna il giorno dopo per seguirla a ritroso fino a trovare il posto dove quell’animale aveva dormito.
Quell’animale era il primo passaggio di lupo accertato nel Brenta dopo 150 anni di assenza, era stato già censito l’anno precedente in Svizzera come M24, ha vissuto per i successivi quattro anni in Val di Non da solitario. È sparito.
Nella stessa area è poi arrivato un altro lupo, sempre solitario. Avvicendamento tra scapoli. Adesso pare che ce ne siano due ma ancora non si sa se il secondo è una femmina.

Nel 1800 orsi e lupi c’erano e c’era anche una sostanziosa taglia per chi dimostrava di averne eliminato uno. C’erano taglie per tutti i carnivori, il loro valore andava in crescendo a seconda dei danni che potevano realmente fare e della paura che incutevano ai cristiani. Gli spazi in montagna erano stretti, era molto popolata e ogni bosco e pascolo erano spesso eccessivamente sfruttati.
La reale competizione con i carnivori che sottraevano bestiame era inasprita da eredità culturali risalenti al Medioevo che mostravano le fiere come animali oscuri. La rivalità con l’orso era aggravata dalla sua figura così dominante. Lui, come il lupo, non abbassa gli occhi davanti all’uomo. Lo scruta. L’uomo è capace di accettare un’animale che lo guarda così?
Un nemico è un nemico e va eliminato. Ma già allora qualcuno fece presente che, se non si faceva qualcosa per fermare lo sterminio in atto, questi animali sarebbero scomparsi.
Stavano per sparire, infatti: gli ultimi sopravvissuti sulle Alpi si trovavano qui in Brenta orientale, erano solo più tre, non più giovani e tutti maschi. Era già tardi per fare qualcosa, era ora di farlo.

Rispetto a cent’anni fa, agli animali selvatici va decisamente meglio adesso. Allora ogni fazzoletto di terra coltivabile era sfruttato fino allo sfinimento, c’era gente dappertutto e per tutto l’anno. Sia per gli ungulati che per orsi e lupi adesso oggi ci sono più cibo, più riparo e più rispetto.
Negli anni Novanta si è deciso di catturare dieci orsi in Slovenia e portarli qui, le due popolazioni erano isolate da un secolo e mezzo, ma la genetica è la stessa. Quando sono stati liberati, l’ultimo orso della popolazione originale ha fatto in tempo a corteggiare le orse “nuove arrivate”, ma non a riprodursi. I nuovi arrivati si sono trovati molto bene nel nuovo territorio e attualmente gli orsi del Trentino sono una cinquantina. Le femmine tendono ad essere più sedentarie e non si allontanano più di tanto dai luoghi di nascita: ad oggi vivono solo in Trentino occidentale. I giovani maschi, invece, spesso si spingono anche molto lontano. Non risulta che siano spontaneamente arrivati maschi sloveni da oltre Adige (ma è accaduto il fenomeno contrario: maschi trentini si sono spinti fino alla Slovenia), nè che le femmine, ad oggi, si spingano al di là del fiume. La Val d’Adige costituisce una barriera ecologica importante, ma di notte gli orsi si spingono fino ai margini di essa per banchettare con mele, mais e uva.

A differenza del lupo, in qualche circostanza l’orso può essere pericoloso per l’uomo. Per sua indole tende a sfuggirgli, ma in circostanze sfortunate si sono già verificati alcuni eventi che lo hanno messo nelle condizioni di diventare aggressivo. C’è una pista in cresta alle prime balze di rocce che sovrastano Trento a ovest dell’Adige, dove la gente va in bici o a correre finito di lavorare, a poca distanza dalla città, ai confini delle foreste che scendono dalla Paganella: un anno fa, là un uomo è stato aggredito, riportandone ferite piuttosto gravi. Stava correndo con il cane e ha sorpreso a pochi passi un’orsa accompagnata da tre cuccioli.
Un paio di settimane fa, quasi nello stesso posto, pare che un ciclista sia stato inseguito per un centinaio di metri da un orso. Dalla sua testimonianza sembra che sul posto ci fossero due orsi: una femmina e un maschio in pieno corteggiamento. Il maschio, infastidito per l’improvvisa e sgradita apparizione dell’intruso a pochi metri, seguita dalla fuga rocambolesca dello stesso (in simili circostanze una fuga scomposta sarebbe sempre da evitare: è di gran lunga preferibile stare fermi o allontanarsi lentamente), ha semplicemente espresso la sua irritazione.
Entrambe le situazioni erano piuttosto delicate. Per sua indole l’orso non ama essere sorpreso, cerca sempre di avvisare i suoi simili delle sue intenzioni e le apparizioni improvvise di ciclisti o corridori lo mettono sul chi va là. Normalmente appena se ne rende conto si dà alla macchia, ma un maschio innamorato di qualsiasi specie ha la soglia di attenzione sotto il limite normale e una madre di qualsiasi specie che si ritrova un intruso in corsa tra lei e la sua prole può perdere la ragione.
È vero che se non fossero stati portati qui quei dieci orsi dall’est, non ci sarebbe questa paura. Ma sarebbe stato giusto lasciar estinguere l’animale simbolo di questi monti?
A molte persone l’orso incute una paura istintiva, pur senza essere più pericoloso di altre cose. Il grande carnivoro colpisce direttamente il nostro essere anticamente animali: parte di una catena fatta di mangiare ed essere mangiati. Gli orsi rappresentano la parte “incontrollabile” della natura, parlare di loro e alimentarne la paura fa sempre presa sull’immaginazione.

L’anno scorso è comparsa su Avvenire una foto che mostrava una trentina di lupi in marcia in mezzo alla neve, la didascalia diceva che erano stati ritratti a Campo Imperatore. In realtà quella foto era stata scattata in Canada. Poco tempo dopo, un’altra bufala legata alla stessa immagine pretendeva di spiegare l’atteggiamento dei componenti del branco (i più forti chiudono la fila, adeguando il passo ai deboli e malati che stanno più avanti, eccetera), stravolgendo la reale biologia del lupo. L’informazione distorta (ma apparentemente attendibile) cattura facilmente l’attenzione del pubblico, che spesso ama sentirsi raccontare versioni edulcorate della natura, non corrispondenti alla realtà.
Altrettanto pericoloso dell’atteggiamento di chi ha una visione della natura eccessivamente poetica e “disneyana”, è quello di chi sventola bandiere in difesa di un presunto “mondo contadino che dev’essere salvato dai lupi e dagli orsi”. Qeuste polarizzazioni rallentano e intralciano la risoluzione dei problemi legati alla presenza dei grandi carnivori. In Trentino, per dire, i forestali che hanno in carico la gestione dell’orso vengono accusati dagli animalisti estremi di “uccidere segretamente gli orsi”, mentre dal versante opposto c’è chi accusa gli stessi di “liberare in segreto nuovi animali”.

In ogni caso, la presenza ormai abituale dell’orso nel Trentino occidentale potrebbe, rispetto ad altre zone alpine, rendere meno impattante l’imminente ritorno del lupo, grazie alla già vasta diffusione di opere di prevenzione dei danni al bestiame domestico, e a un già ben rodato sistema di gestione della presenza dei grandi carnivori.

Una storia delicata

2016 07 07 Livio Costa
Guardapesca e guardiano della selvaggina. Val Poschiavo.

Livio Costa

Cinque o sei anni fa, quando i lupi hanno cominciato ad arrivare, se si trovavano carcasse di animali feriti di fresco si inviavano campioni di saliva per l’analisi del DNA allo scopo di monitorarne la presenza. Adesso si sa che animali in dispersione possono venire e fermarsi qui e nel momento in cui sono presenti si agisce.
La prima carcassa da cui è stata accertata la presenza del lupo era una cerva. È successo quattro o cinque anni fa. A vederla così non mi capacitavo di come un animale così forte e in forma potesse essere stato preso: è stata azzannata a quindici metri da dove stava dormendo. Abbiamo posizionato la fototrappola sul posto per vedere se tornava ma non si è più fatto vedere. Quel lupo arrivava dal Canton Ticino come quello che si è stabilito sugli alpeggi verso il confine italiano l’estate scorsa e che ha predato una ventina di capi di pecore solo al di qua della frontiera, quanti ne abbia presi di là non lo so, sicuramente aveva meno difficoltà di noi a passare da un paese all’altro. Non abbiamo nessuna immagine, nè foto dirette nè da fototrappola, esserci c’era, lo raccontano i danni che ha fatto e le analisi del DNA, il lupo è un ombra.
Quest’anno non è ancora capitato nulla, o perché le greggi sono salite tardi o perché quest’anno ha preso altre vie.

È più difficile proteggersi dall’orso che dal lupo, non ci sono azioni di disturbo valide tra quelle che si sono provate, l’unica sarebbe l’impiego dei cani da guardiania ma non incontra il favore degli allevatori. Mettere gli animali nel recinto elettrificato funziona finchè non riesce a trovare il punto dove infilarsi, può succedere che passi sotto il recinto e allora diventa come un tasso, si appiattisce completamente al suolo e passa sotto. Se c’è la corrente c’è solo la sperare che la prenda sul naso, è l’unico punto sensibile: la pelliccia che ha oltre a isolarlo dal freddo e dal caldo lo isola anche dalla corrente.
Con M13 che era molto promiscuo e se ne infischiava di tutto, abbiamo visto che neanche colpendolo con proiettili di gomma lo si distoglieva dalle sue intenzioni, solo con i proiettili illuminanti si riusciva a spaventarlo. Una volta che eravamo riusciti a distrarlo così, siamo rimasti ad aspettare per vedere cosa succedeva e dopo venti minuti era di nuovo lì. Era totalmente anarchico oltre che intelligente.
In alta montagna e nei boschi è successo alcune volte che dopo averlo casualmente incontrato, dapprima si allontanava ma poi, incuriosito, ti seguva a distanza per qualche minuto, non lo faceva per farti a pezzetti, lo faceva per vedere dove stavi andando e per verificare le tue intenzioni. Allora gli passava l’interesse e se ne tornava a farsi i fatti suoi. Ovviamente un orso così che senza pudore si metteva a seguire le persone per gioco, ha messo tutti sul chi va là e nel giro di poco erano tutti preoccupati.
M25 al contrario , anche lui giovane come M13, era molto schivo, difficile vederlo se non con la telemetria, era molto più grosso e si comportava in maniera diffidente e schiva. Un giorno con telemetria lo abbiamo trovato in zona Monte Lago a Livigno, la mattina seguente era già in Val di Campo dove abbiamo potuto più volte osservarlo. Lo abbiamo atteso su di una grossa pietraia, appena arrivato, a ca. 70 m di distanza, M25 ci ha scoperto con l’olfatto. Si è girato verso di noi e poi è subito fuggito e si è allontanato per diversi chilometri.

Livio Costa in servizio mentre rileva la posizione di un radiocollare con la telemetria.
Livio Costa in servizio mentre rileva la posizione di un radiocollare con la telemetria. Al suo fianco il cane da traccia con cui lavora in totale sintonia.

Questa primavera abbiamo trovato una carcassa di cervo che presentava segni di consumazione e attorno si vedevano alcune impronte di orso nella neve, appena cominciata e ho posizionato un paio di fototrappole e raccolto campioni di feci per la prova del DNA. La notte stessa l’orso sconosciuto è tornato per mangiare e, incuriosito dalla fototrappola, si è avvicinato facendola attivare e facendo scattare il “fläsch”. Questo è bastato a spaventarlo. Una settimana dopo è ritornato in zona ma non ha più consumato alla carcassa del cervo morto. Da allora non abbiamo più avuto sue notizie. Dai campioni di feci si è solo potuto affermare che si trattava di un orso, che però non è stato identificato. Dalle immagini scattate dalle fototrappole, questo orso sembrava più grosso e adulto di M13 e M25.

Per la gente che vive lontano da qui il lupo è antipatico e l’orso è simpatico. In queste valli chi non è contadino lo è stato per generazioni e di conseguenza per loro i grandi carnivori sarebbero da eliminare tutti, sia quelli simpatici che quelli antipatici.
La conduzione dei pascoli è principalmente brada, di solito le greggi non superano i cento capi che vengono portati in alpeggio e controllati forse una volta alla settimana. Sia le persone che le pecore non sono più abituate al lupo e non si mettono nelle condizioni di difendersi. Nel ripido sarebbero più difficile da colpire ma loro riposano nel piano, i cani da guardiania sarebbero il metodo più efficace per difenderle. Purtroppo gli allevatori In linea di massima tendono comunque a non accettare l’uso dei cani nè delle altre misure di prevenzione perchè vorrebbe dire accettare il lupo o peggio ancora l’orso. Da non sottovalutare è il problema del turismo in relazione ai cani da protezione delle greggi.
I contadini vengono sovvenzionati per esempio per falciare i prati in quota dopo una certa data per permettere la piena fioritura di più specie possibili e proteggere la biodiversità. Lo fanno. Il lupo è biodiversità. È tornato e va protetto così come l’orso che si sta comportando come ha sempre fatto nei secoli. Qui non ci sono mai stati orsi stabili, sono sempre arrivati dal Trentino al seguito delle greggi, anche adesso è così, salgono quando ci sono animali al pascolo e poi se ne vanno. Questa è una montagna povera, non c’è abbastanza da mangiare per una permanenza stabile di una popolazione di orsi, né frutta, né noci o ghiande.

Quando si è trattato di abbattere M13, l’incarico è stato assegnato a noi. Lo avevo seguito da quando è arrivato, conoscevo le sue abitudini, stimavo la sua intelligenza, riconoscevo la sua forza. Era così forte da potersi permettere di giocare con il mondo intero e si capiva che per lui era un normale. Di fronte all’orso nessuno è invincibile. Nonostante la telemetria ci sono volute tante ore di inseguimento per prenderlo e quando è stato lì davanti a noi, finito. Finito lui e a pezzi noi, non fisicamente, in quei momenti lì il fisico passa in secondo piano, un momento davvero triste. M13 era ancora caldo e già si pensava a come portarlo a imbalsamare e a metterlo in mostra.
Nel frattempo sono arrivati altri orsi molto più schivi e la gente sembra meno preoccupata ma adesso M13 è in mostra, il giorno dell’inaugurazione sono arrivate tantissime persone e autorità, teoricamente la mostra ha l’intento di illustrare come la presenza dei grandi carnivori sia collegata alla vita di queste montagne, illustra la biologia e le pratiche di allevamento di quando era normale che ci fosse, praticamente nessuno guarda i pannelli, le persone entrano e vanno dritte a vedere l’orso.
– Era proprio un bell’animale.
– Certo che è meglio da morto che da vivo.
Escono contenti e non allargano minimamente la loro visione.

In servizio. Stare sul territorio e accudirlo porta a vivere momenti straordinari.
In servizio. Stare sul territorio e accudirlo porta a vivere momenti straordinari.

Gli abbattimenti sono una faccenda delicata. Il desiderio dell’uomo di avere tutto sotto controllo è innato. L’orso e il lupo fanno quello che sanno e vogliono fare. Sono imprevedibili ma fanno parte dello stesso mondo.