Tutti gli articoli di admin

Mascalcia di altre longitudini

E così quelle care persone a cui avevo affidato i cavalli mentre aspettavo la burocrazia mongola, me ne avevano combinata un’altra. Oltre a farmi marcire Azimuth e aver usato allo sfinimento Tgegherè, si erano pure rubati i ferri.
Belli questi mongoli quadrati dell’Ovest della Mongolia, sono capaci di demolire la reputazione di tutto il paese con le loro zingarate. E quella famiglia era già la migliore che ho trovato da quando ho capito che avrei dovuto lasciare i cavalli a qualcuno. Sono già stati gentili: non se li sono mangiati.

Ribattitura con accetta

Comunque senza ferri non potevo proseguire e così la prima avventura di questi cavalli in Repubblica di Altai é stata la mascalcia.
Sono arrivati in tre, più Sasha e Valora che hanno dato una mano. In totale cinque persone per mettere i nuovi ferri ai cavalli.
Mi avevano parlato di questo metodo per ferrare dei nomadi come di una pratica molto barbara, ma adesso che l’ho visto, mi sembra una cosa molto bella.
Hanno cominciato con Tgegherè. Lo hanno fatto sbilanciare e lui si é trovato per terra senza neanche capire cosa fosse successo. Gli hanno legato le quattro zampe e messo un lenzuolo sotto il muso per non farlo appoggiare a terra. Uno degli uomini gli teneva la testa e lo accarezzava. Lui ha tentato un paio di ribellioni ma si é lasciato convincere che non era il caso.
Intanto uno per volta, gli hanno inchiodato i ferri e tirato i chiodi. Quando é stata l’ora di fare l’altro lato, lo hanno girato sulla schiena, hanno spostato il telo di cotone e hanno ricominciato dall’altra parte. Quando hanno finito, gli hanno slegato le zampe e tutti si sono allontanati al volo. Tgegheré si era talmente rilassato con tutte quelle carezze che é rimasto sdraiato, come se ne volesse ancora.
Stessa storia per Azimuth, ma lui si è ribellato un po’ di più.

La squadra al gran completo: maestro, chirurgo, dottore, professore, aiutante e collaboratore.Tra un cavallo e l’altro, tutti all’ombra nella legnaia. Il tempo di una sigaretta, per chi fuma e poi di nuovo sotto il sole.

Da noi sarebbe improponibile impegnare quattro o cinque uomini per più di mezza giornata per ferrare solo due cavalli. Trovare qualcuno che parlasse la lingua a cui sono abituati, li ha rasserenati. Pian pianino prenderanno altre abitudini anche per quanto riguarda i piedi, ma non possono imparare tutto insieme.
Quando viene il maniscalco, deve poter lavorare con animali che collaborano, per collaborare devono capire che non c’è niente di cui preoccuparsi.

Rotondo e quadrato

Liuba e Sasha

La Russia non è la Mongolia. Quello che la gente al di qua della frontiera sa dei mongoli é che vivono nel deserto, sono dei primitivi e bisogna guardarsi da loro. Se penso a tutte le belle famiglie che ho incontrato non riesco a dare una logica a questa impressione molto comune. Se penso agli ultimi mongoli in cui sono incappata prima di passare la frontiera, devo dargli ragione.
Per trovare un equilibrio tra queste due facce, credo che il motivo principale della differenza tra la maggior parte dei mongoli é quelli di frontiera sia dovuta alla circolarità delle loro tende, delle loro vite e delle loro stagioni. Avvicinandosi alle strade, abitando in palazzi, bazzicando sulla frontiera, é più difficile rimanere rotondi e quei mongoli che si fanno conoscere all’estero, sono quelli quadrati.
É stata una batosta scontrarmi con quegli spigoli e quando sono arrivata in Russia avevo un enorme bisogno di umanità.

Laboratori all’aria aperta

Sasha e Liuba, gente di Altai. Compiti ben precisi: mentre Giovanni e Sasha andavano a recuperare la benzina per il viaggio, Luiba mi ha offerto il tè. Qui non è più salato e ci sono molte differenze, ma quel gesto mi ha rinfrancata. Di qui e di là dalla frontiera ci sono persone rotonde e quadrate. Sta a me cercare la strada più rotonda possibile.
Liuba vuol dire Amore, lei è una nonna decisa e dolce insieme. Una volta cantava ma adesso la sua voce é invecchiata e ha deciso di non cantare più. Mi é capitato di sentirla canticchiare tra sé e sé, ma credo che quando cantava, fosse un’altra cosa.

Nel laboratorio da scultore ci sono andata con Suraya e insieme ci siamo stupite trovando una bandiera della Mongolia. Regalo di un amico di Sasha e quindi preziosa.

Sasha é di quei tipi di persone che aggiustano qualsiasi cosa anche se non ci sono pezzi di ricambio. Il cortile ha diverse aree coperte e ognuna racconta una piccola attività in miniatura: legno, ferro, ferramenta. Da una specialità all’altra, Sasha deve fare otto passi.
Sul lato dei recinti delle capre c’è l’unica porta chiusa a chiave. Lí Sasha scolpisce intarsiando le ossa con il coltello e svelando cigni, fiori, cavalli e stelle che fino al suo tocco magico erano invisibili per chiunque altro.

Valora con Azimuth e Tgegheré

I figli hanno le loro vite ma girano per casa dando una mano. Valora e sua moglie Suraya raccoglierann il fieno per le capre di Sasha é Liuba, appena finiranno di riporre il loro. Ogni giorno passano a salutare e portano quello che può servire da Kosh Agach.

Pronti a raccogliere il fieno.

I nipoti vanno e vengono con gli altri ragazzi del paese e non si capisce mai chi abita dove.
Altai. Un’altra lingua che non è il russo e in alcune parole mi ricorda il mongolo. Lo sciamanesimo é sopravvissuto al secolo scorso ed è molto sentito. Il cielo é vicino in questo pezzo di Russia. Ghiacciai scintillano al sole sui due versanti della valle che porta qui e fiumi e torrenti corrono i fianchi di queste montagne dissetando migliaia di animali al pascolo.

Andiamo a fare bere i cavalli?

Solo dopo aver bevuto il tè di Liuba si é rotto l’incantesimo che mi impediva di vedere tutte queste cose. Un tè rotondo.

Oggi meglio di ieri

-Can i help you?
Appena scesa alla stazione degli autobus di Gorno Altajisk con il mio ingombrante bagaglio, sono stata circondata dai taxisti. Non vedo l’ora che finisca questa storia,, mi sembra di essere una carogna pronta da sbrindellare.

Povero equipaggiamento

Da un momento mi sembrava di averli messi a fuoco tutti e si è aggiunta ancora la voce in inglese. Guardo per terra e quando rialzo lo sguardo sono spariti tutti tranne Пётр che non è un taxista ma il guardiano della stazione. Ha indagato su cosa cercassi e si è preso la briga di accompagnarmi personalmente al maneggio.
Lí ho trovato qualche soluzione è Pit si è offerto di tenere il mio materiale nel suo garage. Siamo andati a casa sua e Marina, sua moglie, mi ha adottata con naturalezza.
Siamo entrati in giardino dal garage, l’erba verde, il pollaio, le aiuole con i fiori e la serra sono una novità inspiegabile dopo la Mongolia. La stanza del pianoforte con i quadri della figlia e una chitarra appesi alle pareti. La cucina immacolata e la porta sul terrazzo aperta e in terrazzo la vera cucina con una pentola per fornello e la tavola apparecchiata. Che bella la cucina all’aperto!
Abbiamo mangiato insieme, poi Pit ha preso la chitarra e mentre Marina preparava ancora un tè, loro cantavano.
Il mattino dopo sono ripartita per Barnaul e ho cercato di smuovere un po’ di cose, ma la lentezza degli uffici in Mongolia mi obbliga a rimandare continuamente la partenza per la frontiera.
Non sapevo dove andare e gli ho chiesto se potevo tornare da loro. Mentre ero lì, dalla Mongolia sono arrivati brutti scherzi ogni giorno e ogni giorno ero lì lì per rinunciare ai cavalli. Poi mi tornavano in mente i mesi trascorsi a girare a vuoto per gli uffici di Ulan Bator e mi veniva male. Quando stavo peggio, arrivava Pit e mi chiedeva: – Come va?
– Oggi meglio di ieri
Rispondevo con la frase che mi aveva insegnato il giorno in cui l’ho conosciuto. E così, a forza di ‘oggi meglio di ieri’, anche quando non sembrava affatto così, mi hanno fatta arrivare al giorno in cui tutti i documenti erano pronti e potevo davvero sperare di andare a prendere i cavalli alla frontiera.
Gli sono grata per avermi alleggerito questi giorni e per avermi continuamente ricordato di guardare in avanti.

Frontiera

Sono abituata a passare da una parte all’altra della frontiera tra l’Italia e i Paesi limitrofi cavalcando tranquillamente in cresta. Riconoscere un cippo di confine tra le pietre mi ha sempre fatto una certa impressione ma praticamente niente limitava la mia libertà di movimento.
Ho costeggiato il confine Mongolia Russia per quattro giorni e tutto quello che per me è sempre stato solo un’impressione si é materializzato.
Quattrocento chilometri di filo spinato tirato a tre altezze fino a un metro e mezzo dal lato della Mongolia.
Dai dieci ai cinquanta metri di terra di nessuno e un altro tiro di quattrocento chilometri di filo spinato a tre altezze fino a un metro e mezzo sul lato della Russia.
Guardie a cavallo battono quest’area con il fucile a tracolla e il binocolo legato al polso, certi li vedi, altri no. Le guardie sparse sul territorio sono tuvani e mongoli, sanno nascondersi e guardare.
I lavori non sono ancora finiti e i soldati vanno avanti ogni giorno seguendo le draghe che piantano i picchetti. Telecamere registrano con gli infrarossi i movimenti notturni.
Dicono che questo lavoro servirà per impedire alle popolazioni di erbivori selvatici di portare malattie e parassiti da una parte all’altra della frontiera. Questa barriera separa Tuva e la Repubblica di Altai dalla Mongolia.
Avevo il cuore pesante all’idea di lasciare la Mongolia, netta la barriera che mi impedirebbe di rientrarci per sbaglio.
Tra questi due paesi non ci sono tensioni e la frontiera si manifesta così duramente. Tra paesi in guerra, cosa ci deve essere allora?
Non ho fatto foto, neanche alle guardie a cavallo. Cavalli mongoli ben tenuti e in forma, selle mongole, bisacce di traverso alla sella, anfibi, uniforme da lavoro mimetica, zaino mimetico, cappellino con visiera mimetico, fucile. Ridevano come se stessero andando a fare una gita. I cavalli progredivano affiancati spalla a spalla, ginocchio a ginocchio i cavalieri.
Passo veloce, il sole faceva strizzare gli occhi a loro e a me. Giovani, ottimi cavalieri con l’allenamento della naja nei muscoli, credo che vivano la frontiera come un gioco. Mi si é stretto lo stomaco. Erano già lontani.
Mille e mille come loro eseguono ordini per gioco in ogni parte del mondo. Ordini facili e ordini difficili. A quell’età sei invulnerabile. L’ordine arriva dall’alto e sei anche innocente. Innocente davvero, questa è la tragedia di chi vive e chi muore su confini ben più rumorosi di quello tra Russia e Mongolia: la tragedia di morire da innocenti. Non credo che sia l’ordine la tragedia. Di ordine c’è bisogno ovunque e non c’è n’è.

La strada proibita

Giovanni Tagliaferri, ex tornitore di professione, ex alpino per attitudine, moglie e tre figli, nel 2005 é partito per la prima volta da Bergamo con la sua auto per andare a Tuva. Aveva letto di quel posto dove nei secoli erano stati confinati tutti i reietti dell’Impero, dove la natura dominava ogni umana ambizione e dove sopravvive tuttora una società arcaica: quella dei nomadi di Tuva.
É partito, tornato, ripartito e ritornato, ogni volta ha modificato l’itinerario per approfondire la sua scoperta dell’umanità che abita queste terre così remote e tornare a trovare persone incontrate nei viaggi precedenti.

L’auto di Giovanni é una calamita: sulle fiancate ha attaccato adesivi che raccontano le sue traversate e le carte con gli itinerari sono comprensibili in qualsiasi lingua.

Armi e bagagli e un piano assai improbabile in mente, avevo trovato un passaggio in autostop dalla frontiera di Tsaganuur su un furgone pieno di kazakh di quelli che fanno la spola a decine su questo colle.
Con la caduta dell’Unione Sovietica gli spostamenti tra Kazakhstan e Mongolia sono diventati delle epopee. Molte famiglie sono divise da una parte all’altra e per raggiungere i loro cari devono scegliere se attraversare Repubblica dell’Altai e Altaskji Kraj per entrare in Kazakhstan da nord o la Mongolia Interna alla Cina per entrare in Kazakhstan da sud. Entrambi i valichi sono a un migliaio di chilometri dall’uscita dalla Mongolia. Hanno passaporti speciali e non gli é richiesto il visto.
Come arrivare a K-yzil era una questione assai difficile da risolvere, ma Eenee mi aveva assicurato che là avrei trovato la persona giusta far passare la frontiera ai cavalli.

Ho visto l’auto di Giovanni a Kosh Agach, ero appena entrata in Russia con tutto l’equipaggiamento di due cavalli ma senza cavalli e mi ero alleggerita lasciandolo in una gastiniza in modo da poter andare a cercare una soluzione per proseguire la caccia al tesoro.
Poter parlare italiano con una persona che aveva il mio stesso senso per l’avventura é stato un sollievo.
Ha dormito nella sua tenda vicino alla gastiniza e il giorno dopo siamo partiti insieme per Tuva. Lui doveva andare a K-yzil e io anche.

Motore acceso, acceleratore al massimo, stivali da pescatore.

Abbiamo conosciuto Sasha che si è messo a nostra disposizione per farci da guida con la sua moto sul primo pezzo di pista, quello più incerto. Un’avventura. Dopo un grosso fiume, l’acqua ha distrutto le candele della moto e da quel momento ogni partenza è stata una tribolazione finché la moto non è più ripartita e noi abbiamo proseguito da soli.
Ci siamo lasciati con un arrivederci.
Dopo una cinquantina di chilometri in cui assomiglia a un sentiero, la pista diventa una sterrata molto curata e non bisogna più preoccuparsi di nulla se non di godersi il paesaggio di ghiacciai, fiumi, paludi che scintillano al sole e gher russe abitate da gente di Tuva e circondate da animali al pascolo.

Che bella la gente di Tuva!!!

Una meraviglia.
La sera dopo eravamo a K-yzil dagli amici di Giovanni. Lui pianista, originario del Volga, lei direttrice dell’Istituto musicale di Tuva, tuvana. Si sono conosciuti a Mosca al conservatorio e adesso vivono qui.

Ero finalmente a K-yzil, l’amico di Eenee si è vaporizzato e non c’è stato verso di rintracciarlo. Come molte persone aveva parlato di poter muovere mari e monti finché io ero ancora in Arkhangai, e non aveva minimamente considerato che io un giorno sarei davvero arrivata alla frontiera.
Bene, mani in tasca dopo aver caricato i bagagli nel baule di un blablacar, decido di partire per Barnaul per tentare l’ultima carta: quella più improbabile: andare personalmente all’ufficio dell’Istituto Zooprofilattico.

Prima di partire ho salutato Giovanni, ci siamo presi un gelato super chimico per far finta di essere al mare e poi abbiamo continuato i nostri viaggi. Lui adesso é a Novosibirsk, dove ha incontrato suo figlio con cui rientrerà in Italia per fine settembre. Io sono sulle rive della чуя e finalmente sono di nuovo in sella.

Ripartiti

Adesso che è successo, ho l’impressione che il passaggio della frontiera di questi due cavalli fosse proprio impossibile. Senza l’aiuto della guardia di frontiera russa, che ha sistemato i documenti dei cavalli; senza Yesulen che mi ha soccorsa dopo la partenza da Kharakhorin continuando a inseguire per me carte su carte senza mai farsi schiacciare; senza il permesso di far transitare i cavalli in Russia, sarebbe stato davvero impossibile.

Sasha e Liuba, i loro figli e uno stuolo di nipoti sono stati la mia prima famiglia russa. Mi hanno vista arrivare con un bagaglio improbabile, mi vedevano andare e venire dalla frontiera tornondo ogni volta più sconfortata, finché un giorno sono ritornata in sella.
Hanno festeggiato con me, con una dolcezza e un affetto da vera famiglia. Hanno trovato un sistema per farmi ripartire con i ferri che mancavano.

Siamo al terzo giorno di marcia in Russia. Ormai mi stavo abituando all’idea di cercare altri cavalli. Ci stiamo curando le ferite a vicenda. Domani ripartono gli aggiornamenti del sito.

Di nuovo in sella

Sospesa

Ho passato la frontiera il quattro agosto. Le peripezie per il passaggio dei cavalli non sono ancora finite. Ho scritto molto ma niente di allegro, soprattutto dopo aver visto ieri in videochiamata, come sono conciati Tgegheré e Azimuth dopo quindici giorni di ‘non cura’, pagata come ‘cura’ costosa e in anticipo (per la cronaca: le persone in questione non sono mongoli ma Durvud). Preferisco non pubblicare: vale la pena di cercare di descrivere ad altri cose talmente belle da sembrare indescrivibili. Non vale la pena di cercare di descrivere quelle brutte. Dimenticarle sarà difficile.

Ringrazio Giovanni Tagliaferri, innamorato di Tuva, incrociato per caso sulla via principale di Kosh Agatc di avermi tirata fuori da un grosso guaio e guidata alla scoperta di quell’angolo di mondo.

Ringrazio Yesulen per tutte le corse, la competenza, la comprensione e l’efficienza. Da tre mesi si divincola tra carte, traduzioni, uffici, traffico e telefonate ai personaggi più tremendi. Lei si è beccata tutto il peggio di questo viaggio mentre io vivevo il meglio. Senza di lei sarebbe stato impossibile ottenere finalmente il documento che permette di esportare i cavalli dalla Mongolia.

Ringrazio Володия, нина, димитри e l’amministrazione del servizio federale per la sorveglianza veterinaria e fitosanitaria del territorio dell’Altai e della Repubblica dell’Altai e quella nazionale per essersi sintonizzate unendo le forze per farmi avere in ventiquattro ore il permesso di transitare in Russia con due cavalli mongoli. Senza Pavel che ha fatto l’interprete dal russo al tedesco dalla Germania tramite whatsapp, sarebbe stato ancora più complicato. Senza l’attenzione di Володия che ha trovato gli errori e mi ha detto chi e come potevano essere corretti, il permesso di transito sarebbe stato annullato.

Ringrazio Marina e Piotr per avermi adottata liberandomi da molti pesi e alleggerendo la mia impazienza con la semplicità dell’amore con cui sbocciano ogni volta che si guardano e la cura dell’orto e del giardino di casa loro.

Ringrazio Anton, ispettore dei costums di Barnaul per aver considerato e chiesto all’ufficiale della frontiera di Tashanta di considerare straordinaria la mia situazione è per essermi stato guida nella scoperta della sua città.

Nonostante tutti questi aiuti caduti dal cielo, ci sono ancora molte incognite.  Demoni che vorrei che tornassero a casa loro abbondano e sono altrettanti e purtroppo hanno ancora il coltello dalla parte del manico, ma preferisco dimenticarli che parlarne, perché certa gente fa passare la fiducia nell’umanità.

Bayarté

Costellazione di gher

Cammina, cammina, siamo quasi al confine. Più vado avanti, più quello che vedo mi sembra impossibile e più mi sembra impossibile che da qui a qualche giorno dovrò farne a meno.
Mongolia, una terra che somiglia ad un cielo costellato di gher con tutto quello che gira intorno e dentro alle gher.
Più vado avanti e più mi sembra di essere rimasta troppo in superficie, di aver solo guardato il colore della buccia di un frutto coloratissimo, accontentandomi di immaginarne il gusto.

Cielo solido

 Mongolia: una terra che scorre sotto un cielo enorme. Dove di notte, quando ho potuto permettermi il lusso di non montare il telo, avevo l’impressione di essere in mezzo a una sfera di stelle talmente rotonda, talmente trapuntata di stelle da farmi mettere in dubbio tutta la fisica che avevo studiato a scuola. Dove di giorno le nuvole vengono, vanno, scoppiano in temporali e si tingono di arcobaleni. A volte, mentre domina il viaggio, questo cielo è proprio un compagno di viaggio: fa sorridere, piangere, ammalia e spaventa. Inutile cercare di sfuggirgli, qua non ci sono tettoie e anche nelle gher il rosone centrale é aperto alle stelle, al vento e al diluvio.

Terra e cielo così confusi, hanno preservato un modo di vivere che sembra essere rotondo anche lui, una spirale di giorni che vanno dall’inverno più rigido all’estate più afosa passando attraverso le mungiture di tutti gli animali allevati qui e le diverse lavorazioni del latte, proprie di ogni stagione.
Bayarté Mongolia! Che la parola con cui si saluta quando si esce da una gher risuoni, senza che nessuno la dica, passando questo confine.
Mi piacerebbe saper cantare per salutare degnamente questo paese. Non ne sono capace, mi riempio di questo cielo, cammino su questa terra, scorro le pagine del taccuino magico che mi ha aperto molte porte da Tsetserleg a qui e cerco di rivedere tutte le facce che mi hanno scritto i loro nomi e messaggi. Una folla di sguardi profondi e mani indurite dal gelo mi viene incontro e spero che sopravviva al caos di Ulan Bator che ha un suo fascino, forse dovuto allo stesso cielo che la lega a tutto il paese, forse dovuto alle parentele. Lì é tutto il contrario che qui.

Frastagliato e verticale

Motociclette

Cavalli a due ruote spostano greggi, mandrie o branchi di cavalli, vanno e tornano con bidoni dell’acqua, motoseghe, pali di gher, bambini (fino a cinque, all’occorrenza); guadano fiumi, attraversano pietraie. Alcune di queste moto sembrano reduci di lunghi viaggi. Spesso ho visto i loro cavalieri con un fucile in spalla. Mi é capitato di incontrarne uno con una ventina di marmotte appena cacciate legate al portapacchi.
É il mezzo a motore più simile al cavallo, i mongoli lo usano come tale e quando salgono in sella rimangono cavalieri: stesso assetto, stesso modo di solcare pascoli e passi e nascondersi dove nessuno se lo aspetterebbe. Sarà il dell che indossano, sarà il monocolo che slegano dall’interno del dell ogni volta che vedono qualcosa che li incuriosisce.
Per i mongoli non esiste l’idea di spostarsi a piedi. I loro cavalli li portano ovunque e le loro motociclette funzionano nello stesso modo.
La sera che mi sono accampata vicino all’Ider Gol avevo trovato un bel posto con legna, erba e acqua. C’era un cerchio sul terreno che indicava che fino a qualche giorno prima in quel punto c’era stata una gher. Non lontano se ne vedeva un’ altra.
Appena finito di dissellare é arrivato in moto il padrone di casa della gher abitata e mi ha invitata a prendere un tè. La sua tenda era a un centinaio di metri e mi sono avviata a piedi, mi ha guardata come se fossi un alieno e mi ha fatto segno di salire in sella. Dopo il tè mi ha riaccompagnata al telo.
Mi hanno intercettata ovunque e spesso sono state le tracce delle motociclette sull’erba a guidarmi attraverso i pascoli fino agli accampamenti.
La conoscenza del territorio dei motociclisti cavalieri é stata tante volte provvidenziale. Incontrandoli al momento giusto mi hanno sempre indicato la buona strada.
Qualche volta sono stati un po’ invadenti, altre volte non mi aspettavo proprio che arrivassero. L’impressione che ho avuto sempre, anche nelle valli dove non ho visto neanche una gher è che, anche se non lo vedevo, da qualche parte ci fosse un motociclista che mi teneva sott’occhio con il suo monocolo.
In discesa viaggiano a motore spento per risparmiare benzina e te li ritrovi alle spalle come falchi sui cani della prateria. Le prime volte che é successo non mi sono accorta in tempo del loro arrivo e ci siamo spaventati tutti: i cavalli ed io. Ho imparato a distinguere quel sibilo di gomme e ferraglia da quello del vento e della tempesta e adesso mi accorgo di loro per tempo e riesco ad avvisare i cavalli prima che si spaventino. Tgegheré ha capito che non c’è bisogno di preoccuparsi. Azimuth non è ancora molto convinto.
I mongoli somigliano ai lupi: abitano luoghi selvaggi e magnifici, ne conoscono ogni piega e sanno trarne tutto ciò di cui hanno bisogno. Ogni specie di erba, ogni forma di nuvola sono per loro messaggi chiari di qualcosa che é successo o che sta per succedere. Nessuno può attraversarlo senza che se ne accorgano. Per accorgersi di loro bisogna essere molto attenti, anche quando sono in moto e non avrei mai pensato che una moto potesse essere felpata.

Dell

Sono arrivata intorno alle tre e mi hanno invitata per la tazza di tè di rito. Sul letto c’erano due pezzi di stoffa: uno azzurro e uno blu quasi viola con motivi floreali e sul pavimento c’era una macchina da cucire. Mentre ero lì, nessuno si occupava
di queste cose, tutti erano concentrati sul farmi stare bene.
Avevo un gran sonno e il fiume lì vicino mi chiamava per mettermi finalmente un po’ in ordine. Ho lavato tutto quello che non avevo
addosso, compresi i pantaloni da cavallo che ormai mi facevano senso ma non trovavo acqua pulita.
Dopo aver dormito due ore sotto il telo al riparo dal sole, ho trovato tutto quasi asciutto e io mi sentivo un’altra.
In tutte le manovre fatte mentre non dormivo, c’era qualcuno che mi guardava dalle tende. Meglio farmi vedere un po’ più da vicino, così potevo vedere anche io.
Ho risalito la scarpata e sono tornata nella tenda dove avevo preso il tè. La macchina da cucire cantava a ritmo serrato. Gira di qua e gira di là, il fruscio della stoffa nuova e il ritmico saliscendi dell’ago avevano quasi formato un dell nuovo nuovo.
Interruzione: è finito il filo, Tungaa ha sfilato la bobina dall’apposita sede, ha preso il rotolo del filo e ha chiesto alla figlia un
fiammifero. Le serviva come perno per riavvolgere il filo nuovo sulla bobina. Trr trr trr. La figlia girava la manovella della macchina da cucire, la madre ha appoggiato la bobina sulla ruota premendo perchè la rotazione la facesse girare da sola mentre il filo si riavvolgeva. Questione di un minuto e la macchina da cucire cantava di nuovo.
Tungaa ha preso una borsa piccola piccola e si è messa a piegare la montagna di stoffe colorate che stavano sul letto. Quando piegava i pezzi piú grossi l’aiutava il figlio, qualcuno riavvolgeva dei nastri. Alla fine erano sei a danzare tra stoffa e borsa. La dimensione del contenitore sembrava dieci volte inferiore al contenuto. Il mucchio calava e la borsa si riempiva finché è stata chiusa senza dover neanche tirare la cerniera. La coralità della scena mi ha fatto pensare che se Tungaa fosse stata da sola, non sarebbe mai riuscita a riporre tutta quella stoffa lì dentro ma che sia stata l’armonia di tutte quelle persone che facevano insieme la stessa cosa a creare lo spazio in un volume che non c’era.
Quando me ne sono andata mancava solo più il colletto. Erano le otto.