L’incontro con il guardiacaccia

2016 08 16 Meire Bigorie
Nino: Riccardi Giovanni
Guardiacaccia comprensorio alpino CN 1 Valle Po

Riccardi Giovanni, conosciuto da tutti come Nino.
Riccardi Giovanni, conosciuto da tutti come Nino.

Valle Po, stavo per imboccare la strada per l’alpe Tartarea. Il vallone del Cervetto a valle di Meire Bigorie è una boscaglia impenetrabile dovuta alla ricrescita di arbusti su pascoli scomodi. Quella boscaglia sta cercando di risalire i versanti invadendo anche i pascoli alti che per il momento sono ancora pascolati, anche grazie alla strada agro silvopastorale che porta fino all’alpeggio.
Mi dispiaceva di lasciare la valle Po senza incontrare nessuno perché, dai dati di Life Wolfalps non risultavano presenze di lupo in questa valle, che sembra un luogo ideale per il suo insediamento.
È arrivato un fuoristrada del comprensorio di caccia della valle Po ed è sceso un ragazzo con l’aria di uno che cammina e che ha appena adempiuto a un compito. Era Nino che rientrava dal censimento dei galli forcelli. Gli ho chiesto di fermarsi un momento a parlare con me e lui ha salutato i suoi soci con cui stava andando a mangiare e mi ha raccontato queste cose.

È arrivato sette o otto anni fa, solo di passaggio. C’erano predazioni ma si è sempre ritenuto che fossero cani reinselvatichiti, finchè sono stati visti l’anno scorso: ce n’erano cinque proprio qui sotto: la coppia e i cuccioli.
Stiamo collaborando con le università di Pavia e Genova per valutare l’impatto sui selvatici in seguito al ritorno del lupo. Con loro si può lavorare seriamente. Ho due fototrappole che posiziono sui sentieri per confermare i dati e hanno funzionato bene entrambe finchè una non si è rotta, adesso è in riparazione. Il numero di caprioli si è ridotto drasticamente, anche qui è stato reintrodotto il cervo, quindi il ritorno del lupo non è l’unica componente che ha portato a questo risultato.
Il lupo è un problema come un altro, la gestione del lupo sembra un problema più grosso degli altri. Gli abbattimenti sembrano fuori discussione, i rimborsi ai pastori ci sono ma non sempre e comunque risultano scarsi rispetto al valore delle perdite. Dove si vuole arrivare? Sembra una questione di affari: dietro il lato emotivo delle perdite da un lato e dell’ammirazione di un animale misterioso, ci sono molti soldi.
– sai quanti siamo a tenere sotto controllo quest’area di caccia?
– No
-Io. Sai quanto è grande?
– No
– Sono 34000 ettari di territorio, chilometri su chilometri di strade, piste e sentieri e pare che di soldi non ce ne siano.

Non mi sono capitati casi di bracconaggio in questa parte della valle, l’unico che mi è successo di accertare è stato a ottobre 2012 ma molto distante da qui. Era un lupo maschio, ucciso con una fucilata a Rucas, in pancia aveva 6kg di capriolo fresco poco masticato.

La presenza del lupo non è documentata ma chi vive qui lo ha visto e ha anche visto i cuccioli. Non so bene cosa questo comporti.

Rifugio in mezzo agli alpeggi, sguardo di guardiaparco.

Ferragosto si avvicina, l’estate è splendida e alla fontana del Barbara c’è la coda di gente che deve riempire la borraccia, la bottiglia di plastica, la tanica. Gente ovunque e il rifugio in mezzo. Un equipe di ragazzi gentili e pronti tiene a bada l’assalto. Cinzia, lasciando disposizioni a destra e sinistra, è riuscita a mettere persino insieme un momento per parlare con me in un angolo dove c’era silenzio.

2016 08 14 Cinzia Fornero
Guardiaparco Alpi Cozie che gestisce da anni il rifugio Barbara.

Cinzia Fornero, un concentrato di energia in armonia con quello che la circonda.
Cinzia Fornero, un concentrato di energia in armonia con quello che la circonda.

Qualche tempo fa l’alpeggio della Rossa ha subito una predazione. Paoletto lo conosco bene, è da anni che rifornisce di toma la cucina del rifugio e siamo amici. È un puro, ci metterei la mano sul fuoco. Gli accertamenti della forestale hanno sentenziato che il capo in questione era stato ucciso a coltellate e non verrà risarcito. Credo che Paoletto sia in buona fede e capisco che dopo un’esperienza del genere non si senta per niente al sicuro.
Avendo i cani da guardiania, è obbligato a mettere i cartelli di avviso per i turisti, li ha richiesti al comune a inizio stagione e non sono mai arrivati. Nel frattempo sono riuscita a procurargliene ma non è la stessa cosa.
Probabilmente se gli allevatori sentissero più vicine le istituzioni, protesterebbero meno. C’è qualcosa di malsano in tutta la gestione di queste aree, ma non è il lupo.
Il lupo è il lupo, una favola con il lupo come cattivo è più facile che venga ascoltata.

L’incontro della Coldiretti dell’altra settimana non sono riuscita a seguirlo, ci ha portato molto lavoro. Quello che ho percepito è che ci fossero delle proposte di gestione e raccolta fondi per migliorare le difese e ridurre problemi di altro ordine che sono le vere difficoltà di chi vive di allevamento.
Il lupo è arrivato in Val Pellice diverse volte ma solo di passaggio. Predazioni ce ne sono, da una decina d’anni succede che si facciano vedere e che attacchino. Quello che trovo strano è che in Val Chisone, dove lavoro, il lupo si è insediato da quasi vent’anni e non c’è mai stato un gran rumore, qui sono bastate poche predazioni per sconvolgere tutti i bar della valle e mettere in moto associazioni di allevatori e giornali. Si parla di paura, di lupi che mangiano i bambini e di stragi, sono tutti argomenti che stuzzicano la fantasia.
È innegabile che il ritorno del lupo sia una grana in più. È una grana come le altre. Di vite senza grane non ce ne sono, se piove a ferragosto con chi se la prende un rifugista?

Passione per un mestiere antico tra lupi, veleni e denunce.

2016 08 14 Pis della Rossa
Giovannino e Sabina Melli
Allevatori: 152 bovini tra vacche, manze e vitelli; 600 ovini, 50- 60 capre. Gli animali in asciutta al colle Armoina con le pecore, gli altri a tiro di mungitrice.
La figlia segue il caseificio e la vendita, il figlio sta con le pecore al pascolo e la sua fidanzata fa il formaggio. Tutta la famiglia è coinvolta in azienda estate e inverno.
Giovannino e Sabina seguono i mercati e il fieno per l’inverno.

Giovannino e Sabina Melli
Giovannino e Sabina Melli

L’altra settimana la Coldiretti ha organizzato un incontro con gli allevatori al rifugio Barbara per discutere come affrontare il ritorno del lupo. Le proposte: raccolta fondi per cani e recinti; migliorie tecnologiche con marchi per i prodotti; reclutamento volontari per tenere sotto controllo le greggi in cambio di ospitalità in alpeggio.

Una volta salivamo ai primi di maggio ed eravamo gli ultimi a scendere. Adesso saliamo a fine maggio e scendiamo quando scendono gli altri, altrimenti quando rimaniamo solo noi il lupo si attacca ai nostri animali. Abbreviando il periodo in alpeggio, non si riesce a consumare tutta l’erba che c’è e resta lì a ingiallire finchè non viene schiacciata dalla neve. La neve scivola sull’erba lunga e prende la rincorsa facendo cadere slavine dove non c’è n’erano mai state.

È tutto un conflitto: prima vengono assegnati i premi per il pascolamento, poi viene messo il lupo per rendere invivibile il periodo di alpeggio. Dicono di evitare i parti in estate, di prendere i cani, di chiudere nei recinti. I cani li ho presi, vedi questo che bravo che è, sta qui vicino a casa e non dà nessuna noia ai turisti, ma se lo lasci con le pecore scappa e scende per stare qui con noi. Mio figlio non ama questi cani ed è lui che ci deve stare tutto il giorno: disturbano gli animali al pascolo, inseguono la selvaggina e non ascoltano. Alla Gianna l’anno scorso i lupi si erano organizzati dividendosi, due sono andati a stuzzicare i cani e se li sono portati via mentre l’altro colpiva. Anche con i cani non si può star tranquilli e in più sono un problema.

Qui la prima predazione risale a otto o dieci anni fa e anche se quei lupi non si erano fermati in Val Pellice, da allora si sono sempre fatti vivi.
Solo l’altra settimana ne ha uccise tre approfittando della nebbia. Mio figlio è riuscito a fargli mollare i denti da un agnellino ma ormai era troppo tardi e non siamo riusciti a salvarlo.
Una sera, per prendere due pecore zoppe che erano rinchiuse nel recinto in cura, hanno attaccato il maremmano.
È sfrontato. Sta lì e ci guarda, è persino capace di mostrare i denti. Non sono per niente selvatici questi lupi e generano sofferenza.
L’altr’anno ne aveva ferita una a una coscia ma lei era riuscita a scappare. La cercavamo, l’abbiamo cercata per giorni e pensavamo che si fosse persa. Quando l’ho trovata non era ancora morta e i vermi se la stavano già mangiando.
Questo non è un mestiere che si può fare senza passione. Gli animali che ci danno da vivere sono la nostra vita. Ci sono giorni in cui alle quattro del mattino sei già in pista e non riesci a fermarti fino alle due di notte. Vedere un animale in quelle condizioni conoscendone la storia fa male.

È vero che ci sono gli indennizzi ma ci sono molte clausole per ottenere un risarcimento completo: bisogna avere i recinti alti un metro e venti quando il pastore non c’è e un maremmano ogni cento pecore. I recinti così alti si possono montare dove arriva la strada. Le reti pesano e con quei trenta centimetri in più rispetto a quelle ordinarie pesano ancora di più.
L’anno scorso sono rientrati dagli indennizzi settecento euro dopo averne spesi mille quattrocento di assicurazione obbligatoria. Questa storia del lupo è un bel business per molta gente.

D’inverno rientriamo a Bobbio Pellice con i bovini, gli ovini stanno fuori tutto l’anno, li spostiamo dove troviamo l’erba. In molti posti torniamo da anni ma se ne devono sempre trovare di nuovi perché la pianura è diventata un posto difficile per il pascolo. Veleni e diserbanti da tutte le parti: è un mondo di esperti che senza neanche averci mai visti parte a denunciarci per i motivi più vari.
Le pecore sono sotto la pioggia da quattro giorni? Ecco che ci pensa qualche amante degli animali che ci denuncia per maltrattamento senza accorgersi neanche che il pastore è sotto la stessa pioggia dagli stessi quattro giorni.
Le pecore sono senz’acqua da un giorno? Ecco che ci pensa qualche amante degli animali e scatta un’altra denuncia. Posso garantirti che se i miei animali hanno bisogno di acqua, gliela faccio trovare e che se invece stanno pascolando un’era troppo pesante da digerire, lo faccio apposta a non fargliela trovare. Non mi interessa cosa pensa uno che non ha mai visto una pecora, mi interessa che i miei animali stiano bene e certe volte l’acqua può essere causa di coliche.
L’inverno passa così: sfuggendo alle denunce e ai veleni e l’estate passa così: sfuggendo ai lupi e alle tempeste.

Ma queste persone come fanno a pensare che noi trattiamo male i nostri animali? Anche solo per interesse, ci conviene trattarli bene, altrimenti non rendono.

Cosa fa un pastore?

2016 08 11 Carla Manzon
Allevatrice di pecore.
Borgata di Sestriere

Sembra che non stia facendo niente. È seduta e immobile e guarda il gregge di pecore che si muove nel pascolo lì sotto. Scarponi ai piedi, i cani vicini, lo zaino in spalla, la felpa addosso anche se fa molto caldo, il bastone.
Quando arriva l’ombra, quella nuvola di animali si ricompone e prende la strada di casa. Entrano nel recinto, lei lo chiude e in mezzo al mucchio sceglie una per volta tre pecore, le fa stendere a terra e gli medica i piedi.
Un gregge di pecore tutte identiche per un profano, è un popolo di individui per il pastore. Ottocento pecore sono 3200 piedi. Mentre sembrava che non stesse facendo niente, lei ha visto che tre di quei piedi avevano qualcosa che non andava. Non può farlo chiunque.

Carla Manzon con i cani che la aiutano a condurre il gregge.
Carla Manzon con i cani che la aiutano a condurre il gregge.

La prima pecora se la sono presa nel duemilasei alle porte del paese, poi un’altra, poi altri due. La nebbia semplifica la vita del lupo ma lui non si spaventa di attaccare anche in pieno sole. Le pecore non fanno come le mucche che si mettono tutte insieme e lo caricano, stanno lì attonite e lo guardano. Scappano solo dopo che una scappa e sè quella che parte è una testa matta e va a infilarsi in posti pericolosi, la seguono in posti pericolosi. Da quando è tornato sono cambiate molte cose, non puoi mai lasciarle da sole, prima mungevo e facevo il formaggio come avevano sempre fatto i miei, poi non sono più riuscita a star dietro a tutto. Un po’ per il lupo, un po’ per seguire tutto da sola, ho lasciato perdere.
– Oltre ai due cani per condurre le pecore, adesso ci sono due maremmani ma vedi cosa succede?
Sotto di noi in quel momento sono passati due turisti e i maremmani gli sono volati contro. Loro si sono fermati spaventati e prima che i cani si allontanassero è passato un buon momento, Carla era pronta a intervenire ma non si è mossa.
I maremmani non sono tutti uguali, qui c’è ne sono due, uno lo lascia a Chieri a guardare la casa perché se lo porta qui rischia di passare dei guai, è troppo aggressivo. Uno lo lascia all’alpeggio con gli agnelli e i capretti perchè non ascolta Questi due lavorano bene.

Se le difese del bestiame consistono in materiali sempre più complicati da gestire e spese di personale, molti allevatori cambieranno mestiere.
Ci sono già molte altre difficoltà, malattie genetiche che arrivano da non si sa dove, affitti che aumentano, prezzo della lana talmente basso che viene quasi voglia di buttarla via e una solitudine di fronte alle difficoltà che fa sentire proprio inermi.

Quest’estate al momento di salire in alpeggio sono stata male, così male che non potevo più fare niente e ho dovuto andare in ospedale proprio quando avrei dovuto seguire i miei animali al pascolo. Per i primi giorni ci ha pensato mia sorella che abita qui vicino e poi ho dovuto assumere due persone per star dietro a quello che di solito faccio da sola. Mia sorella gli portava pranzo e cena e loro stavano a casa mia. Queste due persone sono rimaste qui anche quando sono uscita dall’ospedale perchè ero ancora troppo debole per seguire il gregge e facevano i loro orari facendosi accudire. Non avevano occhio e quando sono arrivata molte pecore erano zoppe e tutte erano dimagrite molto. Loro le portavano al pascolo in orari in cui di solito le pecore si nascondono all’ombra e i cani non li ascoltavano. È stato molto duro vedere il mio gregge in quelle condizioni e non poter fare niente. Man mano che riprendevo forza ho cominciato ad andare al pascolo con loro e a farmele catturare per medicargli i piedi e li ho licenziati appena possibile. Adesso che sono da sola le pecore stanno di nuovo bene, riesco anche a trovare il tempo di sbrigare qualche commissione. Adesso sto bene. Aver vissuto cosa significa stare davvero male mi fa sentire anche meglio ma è una condizione indispensabile per far stare bene tutti questi animali. Certe cose non le puoi sapere prima.
Un giorno ero al pascolo e ho visto arrivare l’auto di uno dei due, non si è fatto vedere e se n’è andato. Quando sono tornata all’auto l’ho trovata tutta coperta di scritte incise con un coltello. Adesso è così e devo trovare un carrozziere che me la metta a posto. Lui non ha ammesso di essere stato lui. Spero di non rivederlo.

Quello che sa delle pecore un pastore figlio di pastori non è quello che gli è stato detto, è quello che ha imparato.
Quello che sa delle pecore un pastore figlio di pastori non è quello che gli è stato detto, è quello che ha imparato.

Preferisco l’autunno che la primavera, qui arriva una pace, delle giornate terse..quella bell’arietta di ottobre con il cielo limpido dell’autunno scorso fa dimenticare tutto quello che non va.

La gente alla festa di Santa Elisabetta

2016 08 12 la gente della festa di Sainte Elisabeth
La Montette

Col du Mayt
Col du Mayt

Discesa dal col du Mayt mezza demolita dall’andirivieni delle pecore che vengono recintate ogni sera intorno alla capanna del pastore che si trova un vallone più in là. L’ultima franetta ha reso proprio impossibile capire da che parte andasse il sentiero e me lo sono inventato scendendo nei prati di erba gialla e liscia.
Il piano era di accamparsi alla cappella di Sainte Elisabeth a picco sotto di me. Vedo il tetto già da un po’ ma vedo anche molta gente che arriva e mi guarda scendere con il naso all’insù, sembrano scout. Sono scout di Lille che sono scesi qui in Queyras per un campo di servizio di tre settimane. Prestano la forza del loro gruppo all’Association pour la preservation du patrimoine du Queyras, un associazione di volontari che da vent’anni rende al proprio territorio tutte le sue energie, restaurando cappelle, sentieri e ponti che altrimenti andrebbero in rovina.
Il cantiere aperto in questo momento è una via crucis monumentale sopra Abries e oggi questi ragazzi hanno spostato pietre per tutto il giorno.
Saint Elisabeth è stata messa a posto dieci anni fa, unico edificio superstite di tutto il villaggio che è stato bombardato fino alla distruzione totale alla fine della guerra. È un paese verticale, i viottoli girano a monte di quello che resta di quei mucchi di pietre, tavole di larice e ferramenta ritorto e si precipitano verso il fiume. Terrazzamenti verticali a loro volta sostengono fazzoletti miseri di terra in piano. Valeva la pena di sforzarsi così tanto per vivere qui? La fontana spruzza un bel getto di acqua molto buona e lì sotto ci sono ben due torrenti.
Sainte Elisabeth sta in cima al triangolo.

Jan Luc Grizolle e Mario Falchi
Jan Luc Grizolle e Mario Falchi

Oltre ai personaggi notevoli dell’associazione e alle poche persone del paese sottostante, si trovavano lì Jean Luc Grizolle, parroco del Queyras e Mario Falchi, un professore di biotecnologie di Milano in pensione che per passatempo è diventato il responsabile dell’aspetto storico del parco del Queyras e ha voce in capitolo in molte associazioni di questo dipartimento.

Passerò solo questa sera in Queyras e ascolto i discorsi di questi personaggi mentre Isotta bruca intorno alla fontana.
– gli allevatori non vogliono prendere i patou, sono pericolosi con i turisti e ci sono già stati dei casi di aggressione. Inoltre se accettassero i patou, vorrebbe dire che hanno accettato il lupo e non è così.
– È più facile che se vedono un lupo lo facciano sparire prima che qualcuno se ne accorga, altrimenti è la fine, cominciano ad arrivare forestali, esperti e controlli a non finire e non si riesce più a lavorare.
– Gli ecologisti lì si lascia parlare, tanto con quella gente è inutile discutere. Nel parco c’è solo gente così, vengono da fuori, non conoscono il territorio nè gli interessa, sono pieni di buoni sentimenti e prendono tutte le decisioni senza alzarsi da dietro la scrivania.
– All’inizio il parco era diverso. Philippe Lamour, il primo direttore aveva scelto il personale tra gli abitanti dei villaggi, era gente del paese e camminava tutto il giorno, poi hanno cominciato ad arrivare impiegati di città per gestire chi stava sul territorio e altri ancora a gestire quelli che gestivano e alla fine non serviva più che nessuno camminasse, l’importante era trovare lo stipendio per questi personaggi qui. Adesso è così.
– Il lupo lo hanno portato in Mercantour dei pazzi ecologisti italiani. Portandolo lì erano sicuri che si sarebbe insediato bene, le montagne sono foderate da greggi che li hanno subito messi a loro agio e da lì si sono sparsi in tutta la Francia.
– Da quando è tornato il lupo molti allevatori hanno cambiato mestiere e adesso le montagne più impervie sono in balia delle piante pioniere e gli alpeggi sono occupati da pastori della foce del Rodano che caricano qui gli animali in estate e poi se ne vanno e non hanno nessun contatto con la gente dei villaggi.

Il fuoco acceso dagli scout scalda e ascolta i loro canti
Il fuoco acceso dagli scout scalda e ascolta i loro canti

Ho sentito molte cose ma ero stanca e lì non sarei sicuramente riuscita a dormire, mentre tutti cantavano belle canzoni intorno al fuoco ho riempito la borraccia, sellato Isotta e sono partita nella notte in cerca di un prato in piano.
Chissà se ci fosse stato qualche altro personaggio del parco che cosa non sarebbe venuto fuori. Sotto le stelle le parole mi facevano scoppiare la testa come lapilli di una polveriera.
Un bel prato in piano c’era. Eravamo ormai vicine alla Guil. Non ho montato il telo, mi sono svegliata con tutto asciutto.

Il lupo c’è anche se non si vede

2016 08 10 Stefano Polliotto
Carrozziere di mestiere, fotografo naturalista di anima e corpo.

Stefano Polliotto
Stefano Polliotto

Il padre era cacciatore, da quando era piccolo è sempre andato a cercare gli animali con lui, un giorno ha preso una reflex di quelle abbordabili, una Yashica con l’obiettivo di 35mm ed è andato da solo a cercare cervi. Per fotografare i cervi senza farli scappare con quel l’obiettivo ha dovuto affinare tutte le capacità apprese dal padre negli anni. Con il tempo si è procurato attrezzature professionali ma quell’abilità di nascondersi ai selvatici è quella che gli permette anche adesso di avvicinarsi ai lupi senza che se ne accorgano.
I primi video li ha girati nel ’91 sul bramito del cervo, dal ’93 ha cominciato a trovare zampe e pezzi di carcasse, pensava che fossero opera di cani reinselvatichiti. Solo nel ’97 si è saputo che i lupi erano tornati e ha iniziato a cercarli.
L’equipaggiamento che si porta dietro nelle sue uscite consiste in telecamera, ottiche, cavalletto e viveri e pesa tra i 14 e i 15 chili.
Suo padre non è più cacciatore ed è in pensione e adesso si diletta ad occupare il suo tempo libero andando in avanscoperta in cerca di lupi mentre lui è in carrozzeria a lavorare.

Un vento che porta via, gli ultimi aghi dei larici si staccano in un baluginare dorato, la foresta lascia scoprire il panorama che ha nascosto per tutta l’estate, il rumore dei rami che fischiano e sbattono copre anche quello dell’autostrada che corre nel fondovalle ottocento metri più in basso.
Un capriolo con la coda controvento sta immobile e aspetta che tutto si calmi. Pochi metri più in là un lupo sta seduto e aspetta che tutto si calmi. Sopra di loro Stefano riprende la scena e non si muove neanche lui. Colori della terra: oro, bronzo, marrone, argento e grigio. Colore del cielo: azzurro quasi blu.
Passi di due persone che parlano ad alta voce con zaini e vestiti variopinti solcano il sentiero sottostante ed escono di scena. Il capriolo li segue con lo sguardo e sta lì, il lupo anche, loro non sapranno mai quanti esseri li hanno guardati mentre passavano.
Un vento che porta via. Gli esseri animati immobili, solo i loro peli arruffati fanno capire che non sono statue, gli alberi in un continuo ondeggiare e sbattere.

Quattro gennaio millenovecentonovantotto, risalivo dal Puy e mi tenevo in cresta perchè ero arrivato fin lì senza racchette nè ski e negli avvallamenti la neve era troppo morbida per tenermi a galla. In un attimo sono apparsi e scomparsi diciotto cervi al galoppo in salita che risalivano da quel vallone lì davanti. Dietro di loro c’erano tre lupi. Sono passato di corsa proprio da qui per aggirarli e riprenderli ma sopra al lago si sprofondava e sono finito nella neve fino alla cintura. Alcune immagini erano rimaste intrappolate nella telecamera, sono tornato giù e non ho detto niente a nessuno per qualche giorno prima di decidermi.
Nei primi anni li ho visti tre o quattro volte all’anno con una media con cento, centoventi uscite, nel 2008 una ventina di volte. Nell’estate 2010 avevo trovato il rendez-vous dove sono cresciuti i cuccioli e li ho visti quasi ogni volta che sono uscito. Quell’estate ne erano nati nove: uno sproposito, li ho seguiti fino all’inizio del 2011 ma erano sempre di meno, due sono finiti sotto a delle auto, altri cinque uccisi o avvelenati, di due si sono perse le tracce, poi non ho più trovato neanche gli esemplari alpha. Solo più uno rispondeva agli ululati ma era un verso disperato, probabilmente era la femmina perché dal 2013 è arrivato un maschio dalle Marittime e la nuova coppia ha formato il nuovo branco.

Territorio di caccia
Territorio di caccia

Quell’inverno ero sulle tracce di un lupo che viaggiava spedito con una meta precisa e l’ho trovato che scavava sotto le pietre di fronte a una postazione per cacciatori a vista di un’altana. Sotto quelle pietre c’erano i resti di un altro lupo a cui erano stati portati via testa e coda e di cui nel giro di poco sarebbe rimasto ancora meno.

Mi è sempre piaciuto riprendere animali difficili da avvicinare, il cervo all’inizio era difficile, adesso mi capita che inseguendo le tracce dei lupi mi trovo a passare attraverso il branco, loro non si spostano neanche e non mi fermo neanche a fotografarli. I lupi li ho trovati ma continuo a cercarli credo che sia il loro sguardo a catturare. È uno sguardo diritto che ipnotizza. È intelligente e difficile da vedere e sorprendere.

Penso che sia arrivato spontaneamente di valle in valle, se lo avessero messo si sarebbe spostato, con gli spostamenti che è in grado di fare e con la testa anarchica e imprevedibile che si ritrova, non credo che si possa dire a un lupo dove stare e cosa fare.

Era agosto, poteva essere il 2000, c’era una di quelle serate culturali per i villeggianti di Oulx e c’erano fior fior di professori che parlavano del ritorno del lupo e di come si stavano modificando gli equilibri della fauna selvatica. I mufloni, introdotti da cacciatori e insediati sullo spartiacque tra Val di Susa e Val Chisone erano in precipitoso aumento quando non avevano predatori ma essendo molto mansueti e originari della Sardegna dove non avevano mai dovuto preoccuparsi di altro che dei cacciatori, avevano subito per primi un’evidente decimazione. I caprioli si erano abbassati di quota ed erano diventati molto più schivi. I cervi continuavano a fare i re della foresta ma anche loro avevano dovuto imparare a spostarsi di più.
Dati e discorsi si alternavano con video commentati personalmente da Stefano che aveva passato due inverni in cresta riprendendo i lupi e da quando sono arrivati non ha mai smesso.
Forse quella sera è cominciato questo viaggio. Ho capito che molte volte il lupo mi aveva vista senza che io lo vedessi e che se avessi mai incrociato il,suo sguardo, lui sarebbe scappato come un’ombra.

Quando il lupo era estinto da anni, sulla neve sono ricomparse le sue tracce

2016 08 09 TERESIO Guiffrey

Borgovecchio di Bardonecchia

TERESIO Guiffrey, pisteur di Melezet da anni dopo anni di innevamento in tutti gli angoli delle piste di Bardonecchia. Con gli ski vola ovunque, con il cuore macina tutto quello che vede. Non era possibile che fossero tracce di lupo, si è estinto in questa valle da più di settant'anni.
TERESIO Guiffrey, pisteur di Melezet da anni dopo anni di innevamento in tutti gli angoli delle piste di Bardonecchia. Con gli ski vola ovunque, con il cuore macina tutto quello che vede. Non era possibile che fossero tracce di lupo, si è estinto in questa valle da più di settant’anni.

Cresta Seba. Prima che ci fossero i gasex, andavamo a tagliare le slavine con gli ski ogni volta che nevicava e negli ultimi anni ho cominciato a vedere le tracce. Ci avrei giurato che era un lupo. Non ho mai visto cani a quell’altezza in quella stagione. È successo quattro o cinque volte in due o tre anni. Può sembrare poco. Quando la neve fa crosta o è ventata, non le puoi vedere ma non è detto che non siano passati. Quando nevica tanto su quel versante della montagna i camosci si alzano ed è facile vederne una colonia che rumina nell’erba gialla dopo che il manto nevoso è scivolato ammucchiandosi più in basso.
Facendo l’innevamento per anni ho lavorato di notte ma ho sempre visto solo le tracce. È schivo e attento. Sa scomparire come un fantasma.
Nessuno ammetteva la sua presenza. Una mattina ritirando i cannoni, abbiamo trovato una carcassa di capriolo al bivio della cappellina: sangue nella neve, stomaco intatto e peli. Hanno continuato a dire che non poteva essere stato il lupo.

Incontro alla bergeria.
Sette o otto anni fa stavamo rientrando da un giro in bici prima di andare a lavorare. Un lupo stava seduto a monte della bergeria e guardava i movimenti sottostanti nonostante i cani che non si erano accorti della sua presenza.
– guarda che volpe!
– Non può essere una volpe.
A duecento metri da lì il rumore dei freni lo ha allertato e nel tempo in cui il rumore gli è arrivato alle orecchie era già sparito.

Agilità.
Sulla strada che scende dal col della Scala, casotto della vecchia frontiera, salivo in bici andando a lavoro e loro scendevano venendomi incontro trotterellando. Un incrocio di sguardi ed erano già volati oltre le terre armate.

storie di cani e di pastori

2016 08 08 Gianfranco Careddu
Guardiaparco Orsiera Rocciavrè

Gianfranco è arrivato alle Tanze con Luca Giunti ed Elio Giuliano. Stava zitto e attento, ogni tanto spostava la macchina fotografica, poi tornava ad ascoltare. Quando il discorso è scivolato sui cani da guardiania, è stato Luca ad interpellarlo, altrimenti nessuno si sarebbe accorto di quanto fosse coinvolto da questo argomento. Questa è la minima parte di quello che ha raccontato.
Gianfranco è arrivato alle Tanze con Luca Giunti ed Elio Giuliano. Stava zitto e attento, ogni tanto spostava la macchina fotografica, poi tornava ad ascoltare. Quando il discorso è scivolato sui cani da guardiania, è stato Luca ad interpellarlo, altrimenti nessuno si sarebbe accorto di quanto fosse coinvolto da questo argomento. Questa è la minima parte di quello che ha raccontato.

I cani sono l’unico strumento valido per la difesa del bestiame. Chi ha sempre fatto prevenzione, ha avuto meno difficoltà ad adattarsi al ritorno del lupo. Sono stati i primi ad avere i cani e a gestirli bene. Il mestiere dei maremmani è proteggere il gregge, conosce le pecore di cui è responsabile e loro conoscono lui.
Quando il pastore vuole che il cane protegga sia il gregge che la casa, si rischia che diventi mordace e che si disinteressi sempre di più al gregge.
C’è chi prende il cane per dimostrare che non serve, lo abitua a mangiare a casa, gli concede di allargarsi e in un attimo lo convince di essere lui a dettare le regole. Quei cani diventano ingestibili.

L’ideale quando si affida un cane a un pastore è
– trovare quello più adatto a lui. Ogni cucciolo ha un suo carattere.
– La socializzazione con il gregge, solo il pastore può fare in modo che avvenga in modo che le pecore si sentano protette e il cane responsabile.
– Un cane che non attacca briga con il lupo e non lo insegue ma lo mette in fuga. I lupi sono furbi e più di una volta è successo che uno o due elementi del branco attirassero i cani lontano dal gregge stuzzicandoli e facendosi inseguire mentre gli altri cacciavano indisturbati. Un cane che attacca il lupo, se riesce a cavarsela riporta comunque delle brutte ferite che devono essere medicate e mentre lui è in cura, il gregge rimane incustodito o ha meno cani a proteggerlo.

4 STORIE

L’aquila.
In pieno giorno l’Aquila si è abbassata sul gregge e ha portato via un agnello. Il suo volo era appesantito dalla preda e non riusciva ad alzarsi. Il pastore ha visto il maremmano partire con grandi balzi cercando di portarle via l’agnello. Non c’è riuscito perchè lei è riuscita ad alzarsi abbastanza da impedirgli di raggiungerla. In lontananza l’ha vista mollare la preda per la fatica di volare con un peso così grande tra gli artigli. L’agnello non lo ha più ritrovato ma l’Aquila non è più tornata.

La ciotola
Un pastore aveva preso il cane e se lo era portato a casa. Prima di metterlo con il gregge voleva abituarlo a sé e alla sua famiglia. Lo ha sempre portato a casa per dargli da mangiare e lo ha curato in tutti i modi. Quel cane non ne voleva sapere di stare con le pecore. Ogni volta che riusciva tornava a casa e ogni volta che capitava scappava facendo danni nei pollai di altri agricoltori. Non era per niente contento. Quel cane doveva tenerlo legato alla catena, non faceva altro che abbaiare a qualunque anima di passaggio e mangiava come un lupo.

In mezzo alle pecore sembra quasi una pecora
Un altro pastore dello stesso paese aveva ottenuto l’assegnazione di un cane per il suo gregge lo stesso giorno. Lo aveva subito portato dalle pecore e gli aveva dato da mangiare in un punto sopra il gregge da cui vedeva tutte le pecore e loro vedevano lui; poi lo aveva lasciato nel recinto con loro. Da quando quel cane è con le sue pecore, non ha più avuto attacchi, sta sempre con loro con qualsiasi tempo è quasi non lo riconosci in mezzo al gregge.

La luna
Era notte, saranno state le due e la luna era enorme. I cani hanno cominciato ad abbaiare e sono uscito a guardare. Lui si è seduto da una parte del gregge, poi un po’ più in là, poi dall’altra parte. Guardava anche lui. Appena si avvicinava troppo i cani si facevano sentire. Se n’è andato. È naturale!

Come la vede un cacciatore

2016 08 08 Davide Pittavino
Cacciatore

Davide Pittavino
Davide Pittavino

Questi sono gli appunti che ho preso parlando con Davide. Lui è il cacciatore con cui ho parlato più a lungo e con la visione più ampia. È un uomo che ama le montagne che frequenta appena possibile e che per la foresta e i suoi animali dà tutto sè stesso con lo studio e con le gambe.

I lupi li vedo e vedo le conseguenze del loro ritorno in queste valli. L’anno in cui ne ho visti di più è stato il 2013: sette in valle Argentera, quattro a Santa Chiara e quattro in Val Fredda. Sono aree abbastanza distanti perché si possa pensare a tre branchi diversi. Se non vedo loro, incontro segni del loro passaggio, fatte, impronte e carcasse. A fine marzo ho trovato una carcassa di capriolo a trecento metri da casa.

Una volta individuato un branco è facile seguirlo e non posso credere che i dati emersi dal censimento dell’anno scorso, con tutte le persone che sono state coinvolte per metterli insieme, abbiano un margine di errore così alto. Ritengo più probabile che non vogliano farci sapere quanti ce ne sono.

Censimento caprioli 2008: 1500 animali
Censimento caprioli 2009: 800 animali
Piano di abbattimento 2000-2001: 450 cervi e 300 caprioli, consegnati quasi tutti
Piano di abbattimento 2015-2016: 90 caprioli, consegnati 43.
Per anni si è potuto abbattere il cervo all’interno dei confini del parco del Gran Bosco, adesso non più.
Ci sono sempre meno zone aperte, la foresta mangia i bordi dei prati e li vedi uscire allo scoperto solo dall’alba alle nove.

Non posso credere che il lupo sia arrivato fin qui da solo dall’Abruzzo. Nell’87-88 erano solo nel Marguareis. Improvvisamente nel 96-97 c’era un branco stabile nel Gran Bosco di Salbertrand che, guarda caso, è parco. Perchè non si è fermato dove c’era un’elevata disponibilità di mufloni facili da predare in Val Chisone?

Il ritorno del lupo è stato in qualche modo aiutato dal personale dei parchi e adesso che si è insediato non è gestito in nessun modo, l’unica gestione è affidata a incidenti stradali e bracconaggio. In un programma di gestione sai cosa succede, in questo modo, no.
L’unica mossa in questo senso è stata la proposta di deroga all’abbattimento di quest’inverno, ma le clausole che la rendono realizzabile sono talmente irraggiungibili e in contrasto che non sarà mai realizzabile.
Sarà possibile ottenere la deroga qualora
– Il monitoraggio consenta di ritenere troppo elevato il numero di lupi presenti nell’area;
– Siano state messe in opera tutte le pratiche per la riduzione dei danni in alpeggio;
– Sia stato eradicato il bracconaggio.
Se i lupi che arrivano si abituano a rifornirsi di carne sul bestiame domestico, continueranno a farlo. Finchè non sarà possibile abbattere legalmente i lupi che danno fastidio, il bracconaggio e gli incidenti stradali saranno l’unico modo per contenerli.

Sono riflessioni a cuore aperto.  Davide si è ritenuto libero di parlare e gliene sono grata.

Veleni. Pratica vigliacca.

2016 08 05 Gianabele e Luna
Guardiaparco del Parco di Avigliana e componente della squadra antiveleni delle Alpi Occidentali e il suo cane da traccia.
Caprie

Gianabele lavora nei parchi dall’Ottantotto, Po alessandrino a Valenza, Avigliana e Po torinese. Nel 2008 ha collaborato nella gestione del rifugio Barbara per due amici collegati come lui all’ambiente dei parchi.
Luna è un épagneul bretone, nata nel 2013, sembrava la più mansueta della cucciolata di suo suocero che era cacciatore. Ha cominciato l’addestramento a sette mesi non è così precisa ma non mangia quello che trova, il suo fiuto è eccezionale. Si ferma lì, si siede e aspetta.
I cani utilizzati a questo scopo vengono scelti in genere tra quelli addestrati da ricerca, ma la ricerca è rivolta a sostanze diverse: droga, selvaggina, vittime di valanghe.
Un cane della squadra antiveleno deve segnalare ogni sostanza alimentare: carne morta e resti ossei. Lei ha imparato ad avvicinarsi e sedersi lì vicino, altri sono addestrati per chiamare abbaiando. Per me questo sistema ‘silenzioso’ è comodo perché preferisco non fare troppo spettacolo quando cerchiamo i bocconi. Appena si sparge la voce che siamo all’opera, saltano sempre fuori molte distrazioni. Con lei posso arrivare sul posto indicato dalla segnalazione, farmi un’idea di cosa c’è, impacchettare quello che Luna ha trovato e cercare solo alla fine la persona che ci ha chiamati. Ormai è fatta, mancano solo le notizie.
L’abbaio inoltre dà eccitazione e aumenta il rischio che il cane arrivi ad assaggiare la sostanza che ha trovato. I cani della squadra antiveleni rischiano la vita ogni volta che escono. Succede che muoiano per aver assaggiato bocconi avvelenati. Le esche sono allettanti e pericolose.

I bocconi avvelenati sono una pratica ricorrente per diverse ragioni. C’è chi, infastidito dal cane del vicino, mette bocconi mirati a vendicarsi. C’è chi, infastidito dalla volpe o dalla faina che attaccano il suo pollaio, le elimina in questo modo. Ci sono i bracconieri che per missione decidono di far sparire il lupo: loro devono organizzarsi bene, il lupo è difficile da ingannare, l’odore umano lo insospettisce e non si fa commuovere da piccole quantità. I casi di contrasto al lupo si riconoscono dal l’abbondanza di carne disponibile e dalle quantità di veleno. L’anno scorso in un caso di questo genere abbiamo trovato in un’unica zona 18 Bocconi da mezzo chilo, sono tantissimi. Avvicinandoci al lupo avvelenato siamo entrati in un’area lugubre: prima un aquila, poi un corvo, persino un ramarro era rimasto vittima di quel l’unica azione contro il lupo, una volpe era morta con la testa nella tana e la coda fuori. Il veleno non è selettivo e in genere va a colpire individui giovani e inesperti che non diffidano ancora abbastanza dell’odore umano. Tutti gli altri carnivori che passano di lì e assaggiano ignari le esche disseminate in abbondanza, ne restano vittime. È una pratica vigliacca, forse è più dignitoso sparare.

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