2018_07_01 Khairkhan Uul
Dopo la mungitura il latte di yak viene filtrare e messo a bollire sulla stufa della gher in wok più larghi della stufa.
Quando è pronto il wok viene appoggiato sui piedi di uno sgabello girato al contrario dove passa tutta la notte.
Non è possibile fermarsi, chiedere un’informazione e andare via. Come minimo compaiono il classico termos di tè al latte, pane e una scodella di crema del latte del giorno prima.no
Al mattino si alza la crema e si mette da parte. Con il latte magro si fanno tutte le altre lavorazioni.
In ogni tenda dove mi sono fermata anche solo a chiedere informazioni mi sono stati offerti tè al latte e pane con la crema del giorno.
Stamattina Ogton, prima di andare a mungere mi ha portato un termos di té al latte, alcune fette di pane e una scodella di crema.
Il termos di Ogton
È stato bello.
Colazione a letto ascoltando i cavalli brucare.
Non ho foto, era troppo buio e comunque avrei rovinato tutto. Il posto era questo, i cavalli erano felici perché c’era un erba sopraffina, il telo ha fatto il suo dovere.
Stavo per infilarmi nel saccopelo. Il cielo era ancora chiaro ma non si distinguevano più i colori. Tgegherè ha alzato la testa e ha smesso di colpo si brucare. Vigile.
Un verso ha riempito tutta la valle trasformandosi in un canto dolce e potente. Veniva dalla direzione dove guardavano i cavalli.
Silenzio.
Rumore di galoppo sull’erba di un cavallo senza ferri.
Raggiunto il mio telo l’ombra si è fermata e non si sa come, abbiamo iniziato a parlare. Lui in sella e io seduta per terra.
-domani devi salire di là e andare sempre a ovest finché non trovi la pista.
-grazie, domani.
-dormirai qui?
È sceso da cavallo e si è sdraiato per terra.
-sì, c’è un buon pascolo (e acqua a per il caffè!)
-fa freddo!
-no, non fa così freddo! Ma tu dove vai adesso? Torni indietro?
Dopo cinque minuti di silenzio in cui ascoltavamo i rumori della notte e i cavalli brucare, si è rimesso in sella e ha proseguito.
-Saikh amrarè
Inghiottito dal buio sulla via del passo.
Silenzio.
Un verso ha riempito tutta la valle trasformandosi in un canto dolce e potente.
Silenzio di nuovo. Lo stesso canto si è ripetuto più in alto e più avanti.
Una voce mi ha indicato la via per domani.
No, quel nodo che ho sempre fatto per legare i cavalli non va bene. Qui i cavalli sono sempre stati legati in un altro modo e quindi i cavalli mongoli si legano con la gassa d’amante.
Non c’è verso: in ogni posto, faccio in automatico il solito nodo che Libero usava per legare i suoi muli e che si slega in un attimo, dopo un attimo arriva qualcuno e devo correggere tutto.
Ormai è un ritornello e sta diventando un gioco:
-ah, non si fa così?
-proprio no, che razza di nodi fate là in Italia?
-puoi farmi vedere come si fa?
-certo!
E così ogni volta l’inghippo del nodo è una scusa per fare qualcosa insieme e da quel momento in poi l’accampamento appartiene a tutti quelli che mi insegnano la gassa d’amante.
Il lago è a un paio di chilometri, il fiume che lo alimenta anche. Questa tenda è di quattro muri, circa 20 metri quadri. Ci abita una coppia di anziani, hanno un cavallo e degli yak. La tenda è montata qui perché per qualche mistero, ci sono meno insetti che 100 metri più in là dove è meglio non parlare perché ogni volta che si apre bocca si rischia di mangiare 2 o 3 moscerini.
Di fianco alla tenda ci sono due carri. Su uno dei due è caricato il bidone dell’acqua. Quando è ora, attaccano uno yak al carro, scendono fino al fiume, riempiono il bidone con i secchi e tornano su.
Una gher, due carri e un mucchio di legna in un posto senza alberi
L’acqua come ce la immaginiamo non è considerata qui. La si fa bollire e si beve con tè, latte e sale. Il caffè non piace a nessuno. Si mangia con un piatto soli che è la stessa ciotola in cui si beve il tè salato. Ogni pietanza contiene gli stessi elementi: acqua, carne secca schiacciata con il fondo di un bicchiere e pasta. Ogni gher ha la sua versione originale ed è straordinario quanto siano diverse. La verdura non esiste. Gli unici vegetali che ho visto usare sono la cipolla e la patata.
In questa piccola gher, questa signora mi ha offerto tè al latte, formaggio (pislak), crema (urum), aimag di yak e harold: tutti derivati dal latte.. Non c’erano neanche pane e carne.. Per me rimane la gher di latte.
Ogni tazza di tè è accompagnata dagli immancabili harold (non so come si scriva) : sorta di pastiglie di latte o yoghurt essicato molto dure che si fanno sciogliere in bocca e danno molta energia restituendo il gusto del latte che erano una volta.
Gli harold sono l’unica cosa che fa un po’ passare la sete.
L’avventura di portare l’acqua fino a qui rende conto del valore di ogni sorso.
Acqua acqua acqua
Ogni volta che riempio la borraccia la prosciugo e mi sembra la cosa più buona del mondo.
Un regalo di Ehnee: un taccuino di carta fatta a mano pieno di frasi in mongolo per poter comunicare con i nomadi. A lui lo aveva regalato un belga fiammingo in viaggio in Mongolia a cui lo aveva dato un ragazzo americano che lo aveva a sua volta regalato un amico che lo aveva tenuto in un cassetto per anni in ricordo di un viaggio in India in cui un inglese glielo aveva lasciato dopo averlo acquistato in Nepal. Nessuno di loro ci ha mai scritto niente.
Se farai leggere queste parole ai nomadi capiranno che sei come loro e ti faranno stare con loro
All’improvviso dopo anni di giri per il mondo, Ehnee lo ha dato a me con queste frasi utili, due pagine in cui è descritto il mio progetto e molte pagine bianche che si stanno riempiendo di disegni, nomi e date dei nomadi che incontro finalmente davvero da quando sono ripartita da sola da Tsetserleg con Azimuth e Tgegherè.
Continuiamo in tre
La guida si è rivelata un disagio. Non aveva senso continuare così.
C’è Ehnee che mi copre le spalle da Tsetserleg, lo posso chiamare anche quando non prende il telefono per traduzioni volanti. Partecipa al viaggio occupandosi di Graffio che rimarrà in montagna nel suo branco.
È andata così. Per varie vicende l’ingombro della guida non mi permetteva di incontrare le persone.
Sto cercando di adeguarmi al viaggio con due cavalli, ogni tenda è un incontro e il taccuino somiglia a una bacchetta magica perché sta trasformando questa lingua molto difficile in un modo per chiedere alle persone di mostrarmi quello che amano di più : la loro terra, i loro animali, il loro mondo.
Stavo per partire, sono arrivati i bambini, prima di qua, poi di là, poi scappavano, poi tornavano. Poi sono arrivati con la nonna e mi hanno invitata a stare da loro e ormai è notte fonda e resto qui.
Trovate schegge di una porta di gher che ci hanno concesso un fuoco di legna!!!!
per questo viaggio sapevo di non poter contare sul mio fidato fornellino ad alool. Pensavo che il motivo sarebbe stato il freddo, intorno allo zero ha sempre tribolato.
Invece..non posso usarlo neanche adesso che la temperatura è normale: la bottiglia più grossa che io abbia trovato era da 50 ml.
La bottiglia di alcol più grande che ho trovato
In questo paese la piaga dell’alcolismo raggiunge livelli esagerati e le persone all’ultimo grado della disperazione si compravano l’alcol denaturato perchè più abbordabile e lo bevevano come se fosse commestibile. Risultato: l’alcol non si trova più e chi lo cerca viene visto con sospetto da tutti i redentori.
Niente alcool.
Mi ero procurata un fornello omnifuel garantito come imbattibile per qualsiasi combustibile: nafta, gasolio, benzina, gas (con le apposite bombole prodotte da questa marca introvabile qui, da escludere), combustibile liquido studiato appositamente per questo fornello (introvabile qui, da escludere).
L’ultima acqua calda
L’ho provato a casa con la benzina che si trova da noi e ha funzionato perfettamente.
-bene, la benzina la troverò dappertutto, è piccolissimo, stabile e fa una bella fiamma. Questo fornellino sarà un’ottima soluzione!
Invece..la prima volta che l’ho usato con la benzina che si trova qui, ha funzionato malissimo. Pensavo di aver sbagliato qualcosa io ma il mattino dopo è andato ancora peggio. Smonta tutto, pulisci gli ugelli ogni volta che la fiamma tramonta, niente.
Di male in peggio finchè non si è più acceso.
Perso per perso lo smonto in ogni sua parte: le guarnizioni della pompa che dovrebbe spingere la benzina verso il bruciatore sono completamente corrose. La benzina di qui, evidentemente non rientra in nessuna categoria omnifuel. L’ho rimontato anche se avrei voluto seppellirlo.
Dai diamanti non nasce niente dal letame nascono i fior…….
Qui non c’è neanche legna, trovarne è una gran fortuna, l’unica soluzione è stata la cacca di yak, unico combustibile facilmente reperibile. Per tre giorni abbiamo cucinato con quella e intanto Boldoo se la rideva: là in Italia non sapete neanche che cos’è un fornellino, questa diavoleria della benzina è proprio una cosa da poveracci. Noi abbiamo i fornelli a gas!
E così, al primo centro abitato di dimensioni plausibili siamo andati in un supermercato e abbiamo comprato questo meraviglioso fornello a gas che solo i mongoli sono stati in grado di inventare: dimensioni della valigetta che corrispondono al contenuto: 35 x 25 cm, peso: 1,5 kg, combustibile in bombolette che duranoo due pasti e due caffè.
In mancanza d’altro mi devo adeguare, vorrà dire fare una montagna di immondizia e occupare un’intera bisaccia con questa chiambergia (non è una parolaccia: è una parola inventata da Gigi Giancursi per descrivere una cosa poco utile e molto voluminosa che ha come principale occupazione nella sua vita di oggetto quella di ingombrare). In questo momento non solo è utile, ma indispensabile perchè non ci sono altre soluzioni.
Boldoo è tutto contento perchè finalmente mi sono evoluta e preso dall’entusiasmo ha persino cucinato per la prima volta da quando siamo partiti.
La chiambergia in funzione è sullo sfondo il povero Graffio che se la deve portare.
Un attimo prima di sellare dopo la sosta di mezzogiorno
Yesulen è riuscita ad ottenere il permesso di esportare dalla Mongolia Azimuth e Tgegherè. Ha passato una giornata infernale da un ufficio all’altro.
I documenti che permetteranno ad Azimuth e Tgegherè di uscire dalla Mongolia. Manca ancora il consenso della Russia.
Noi intanto avanzavamo lasciandoci alle spalle Kharakhorin.
L’antica capitale è stata un istante nella storia di questa terra di nomadi. Alfredo dice che anche nel momento di massimo splendore, nessuno stava lì in estate: troppo calore e insetti. Le persone importanti lasciavano la città è andavano ad accamparsi nelle montagne. Al fresco.
Magari stiamo andando verso quei posti. Nessuno sa più quali fossero.
Arido e piatto per trenta chilometri
La pianura che si allarga intorno all’Orkhon a nordovest di Kharakhorin è un continuo orizzonte arido. Non ci sono più famiglie che la abitano perché il pascolo esagerato delle capre da cachemire ha impoverito la terra che si è coperta di piante basse e grassottelle immaginabili per qualsiasi erbivoro.
Cachemire
La distanza tremolava nel calore mentre la attraversavamo. L’abbiamo alle spalle. Intorno a noi si alza il profilo di valli affluenti e da oggi saliremo di quota.
Finalmente dell’acqua che corre. Il primo ad accorgersene è stato Azimuth.
Azimuth e Tgegherè sono in forma e avanzano generosamente. Graffio bisogna convincerlo. Non so se potrò contare su di lui per molto.
Il sindaco di Kharakhorin Enkhtur, Giorgio Marengo e due consiglieri di Kharakhorin mentre si raccomandato con Boldoo, la guida di occuparsi di me e dei miei cavalli con responsabilità.
il sindaco di Kharakhorin si chiama Erdenbat. Kharakhorin è stata la capitale dell’impero mongolo per un istante,
nel giro di un paio di generazioni è stata trasferita a Pechino.
In quell’istante della storia dell’umanità era partito il grande viaggio di devastazione e conquista verso ovest.
Non si può credere nella pace se si dimentica la guerra. Per questo dovevo partire da qui.
Giorgio Marengo e Tgegherè di fronte a una delle gher della missione di Kharakhorin
Giorgio Marengo, missionario della Consolata che vive ad Airvakher da 15 anni, gli ha raccontato l’idea di Mare di erba e gli ha chiesto se poteva essere lui a consegnarmi la freccia.
Lui ha chiesto a una famiglia di fiducia di ospitarmi ieri sera, si è incaricato di trovare una guida e stamattina mi ha consegnato la freccia.
Purebsuren
La famiglia che mi ha ospitata era una coppia di nonni con qualche mucca, qualche capra e i cavalli.
Una fila di quattro gher in mezzo a un tappeto di erba che sogna la pioggia.
Insieme abbiamo guardato i cavalli, li abbiamo fatti bere e poi abbiamo bevuto del tè salato al latte.
Ho montato la tenda e ho riposto tutto il materiale all’interno. Ho dormito lì di fianco. Ogni cavallo era legato
a un picchetto piantato a terra con una corda lunga 14 metri. Non hanno mai alzato la testa se non quando si
sono coricati. Tgegherè si è accucciato prima di tutti e si è messo a mangiare da seduto.
Sembrano felici.
Boldoo, guida a cavallo di Kharakhorin che mi accompagnerà fino a Bayan Olgi
Ieri pomeriggio ho conosciuto Boldoo: la guida. In teoria tra le richieste c’era quella che parlasse inglese,
francese o tedesco, lui sa dire buongiorno in ognuna di queste lingue, ma ha detto che non ci sarà problema
perchè tanto io posso imparare il mongolo..Non credo che ci riuscirò, so che stamattina nei quindici kilometri
dal campo di stanotte alla città abbiamo parlato tutto il tempo: lui in mongolo e io in italiano.
Vedremo!!
Batmunch Tumurkhuu è campione nazionale di tiro con l’arco. Era insenante di stora e geografia quando ha cominciato a tirare e poi a costruire i suoi archi. Lavorava con la moglie con cui aveva studiato. Continua a lavorare con lei che lo assiste. La freccia che vorrei portare a Cracovia con questi tre cavalli la ha fatta lui così come vengono fatte le frecce da mille e mille anni in queste steppe.
Non sono riuscita a tradurre il nome dell’essenza del legno che mi è stata presentata come hornbow ed è solo l’anima di un’ingegneria complessa fatta di diversi materiali che mettono al servizio di precisione e potenza di tiro tutte le loro qualità.
Legno, corno, cartilagini sciolte a bagno maria per ricavare la colla, tendini, corteccia di betulla, resina.
archi in fabbricazione
Chi sa ancora trattare questi elementi è sempre più raro. Sa mischiare vegetale ed animale per permettere al terreno di solcare l’ultraterreno.
Un arco tradizionale mongolo richiede un anno di preparazione: ogni materiale viene steso, messo in tiro ed essicato in modo che esprima al meglio le sue qualità.
Un arco moderno richiede acquisto dei componenti e assemblaggio.
Hanno trovato archi compositi costruiti con questa stessa logica in sepolture dell’epoca di Attila. Gli unni, molto prima dei tartari percorsero in un onda di conquista tutte le steppe e arrivarono fino alle porte di Roma.
Quello che li rendeva micidiali erano la loro cavalleria e le loro armi.
Batnyama e suo marito vivono a Ulan Bator da molti anni ma sono originari di Gov-Altai. La sella e gli archi sono qui, ma i loro cavalli sono là. Laggiù c’è un ovoo molto grande fatto di rami di alberi contorti e diritti. Ogni anno tornano là dai loro cavalli in occasione del piccolo Naadam che ogni anno viene dedicato a quell’ovoo. Il tiro con l’arco è la disciplina in cui si affrontano gli anziani, è una disciplina micidiale vincolata alla saggezza.
Boma, la figlia di Batmunch e Batnyama ha studiato inglese e tedesco e cura un sito con cui mette in comunicazione l’arte dei suoi genitori e il resto del mondo, ci sono archi fatti da loro in 51 paesi di questo mondo. Per chi fosse interessato a saperne di più, questi sono i loro contatti:
Meglio tenere conto che da adesso a luglio la richiesta di archi tradizionali lievita in preparazione al Naadam. Da agosto in poi c’è ancora qualche turista di passaggio, ma la stagione in cui Batmunch e Batnyama sono più disponibili è l’inverno.
Questo è il posto è questi sono loro. Non vedo l’ora di essere a Kharakhorin. Là l’erba è già cresciuta e dovremo solo più metterci in pista.
partire sono partita, mi trovo a Ulan Bator,
sellare, ho sellato poco: per rientrare dalla bottega del fabbro. fare qualche prova dell’equipaggiamento e scoprire i nomi dei cavalli.
AzimuthGegherèGraffio
Per il resto ci sono stati molti ritardi. I documenti per i cavalli mi hanno obbligata a correre su e giù per la capitale. Finalmente da martedì sono nelle mani di una persona che non si arrende davanti a niente e la prospettiva di partire davvero comincia a materializzarsi.
Dovrò ridimensionare l’itinerario e tirare dritto a Tsaganuur di Bayan Olgi rinunciando a tornare dagli uomini renna. Il visto per la Mongolia è di tre mesi e da lì non si scappa. All’Ambasciata italiana di Ulan Bator sono stati rigidissimi.
fuoco acceso telo tirato cavallo sazio per unire nella stessa avventura uomini cavalli e montagne