E così quelle care persone a cui avevo affidato i cavalli mentre aspettavo la burocrazia mongola, me ne avevano combinata un’altra. Oltre a farmi marcire Azimuth e aver usato allo sfinimento Tgegherè, si erano pure rubati i ferri.
Belli questi mongoli quadrati dell’Ovest della Mongolia, sono capaci di demolire la reputazione di tutto il paese con le loro zingarate. E quella famiglia era già la migliore che ho trovato da quando ho capito che avrei dovuto lasciare i cavalli a qualcuno. Sono già stati gentili: non se li sono mangiati.

Comunque senza ferri non potevo proseguire e così la prima avventura di questi cavalli in Repubblica di Altai é stata la mascalcia.
Sono arrivati in tre, più Sasha e Valora che hanno dato una mano. In totale cinque persone per mettere i nuovi ferri ai cavalli.
Mi avevano parlato di questo metodo per ferrare dei nomadi come di una pratica molto barbara, ma adesso che l’ho visto, mi sembra una cosa molto bella.
Hanno cominciato con Tgegherè. Lo hanno fatto sbilanciare e lui si é trovato per terra senza neanche capire cosa fosse successo. Gli hanno legato le quattro zampe e messo un lenzuolo sotto il muso per non farlo appoggiare a terra. Uno degli uomini gli teneva la testa e lo accarezzava. Lui ha tentato un paio di ribellioni ma si é lasciato convincere che non era il caso.
Intanto uno per volta, gli hanno inchiodato i ferri e tirato i chiodi. Quando é stata l’ora di fare l’altro lato, lo hanno girato sulla schiena, hanno spostato il telo di cotone e hanno ricominciato dall’altra parte. Quando hanno finito, gli hanno slegato le zampe e tutti si sono allontanati al volo. Tgegheré si era talmente rilassato con tutte quelle carezze che é rimasto sdraiato, come se ne volesse ancora.
Stessa storia per Azimuth, ma lui si è ribellato un po’ di più.

Da noi sarebbe improponibile impegnare quattro o cinque uomini per più di mezza giornata per ferrare solo due cavalli. Trovare qualcuno che parlasse la lingua a cui sono abituati, li ha rasserenati. Pian pianino prenderanno altre abitudini anche per quanto riguarda i piedi, ma non possono imparare tutto insieme.
Quando viene il maniscalco, deve poter lavorare con animali che collaborano, per collaborare devono capire che non c’è niente di cui preoccuparsi.


Liuba vuol dire Amore, lei è una nonna decisa e dolce insieme. Una volta cantava ma adesso la sua voce é invecchiata e ha deciso di non cantare più. Mi é capitato di sentirla canticchiare tra sé e sé, ma credo che quando cantava, fosse un’altra cosa.



-Can i help you?



Gli sono grata per avermi alleggerito questi giorni e per avermi continuamente ricordato di guardare in avanti.
Giovanni Tagliaferri, ex tornitore di professione, ex alpino per attitudine, moglie e tre figli, nel 2005 é partito per la prima volta da Bergamo con la sua auto per andare a Tuva. Aveva letto di quel posto dove nei secoli erano stati confinati tutti i reietti dell’Impero, dove la natura dominava ogni umana ambizione e dove sopravvive tuttora una società arcaica: quella dei nomadi di Tuva.





Ho passato la frontiera il quattro agosto. Le peripezie per il passaggio dei cavalli non sono ancora finite. Ho scritto molto ma niente di allegro, soprattutto dopo aver visto ieri in videochiamata, come sono conciati Tgegheré e Azimuth dopo quindici giorni di ‘non cura’, pagata come ‘cura’ costosa e in anticipo (per la cronaca: le persone in questione non sono mongoli ma Durvud). Preferisco non pubblicare: vale la pena di cercare di descrivere ad altri cose talmente belle da sembrare indescrivibili. Non vale la pena di cercare di descrivere quelle brutte. Dimenticarle sarà difficile.
Ringrazio Marina e Piotr per avermi adottata liberandomi da molti pesi e alleggerendo la mia impazienza con la semplicità dell’amore con cui sbocciano ogni volta che si guardano e la cura dell’orto e del giardino di casa loro.


Terra e cielo così confusi, hanno preservato un modo di vivere che sembra essere rotondo anche lui, una spirale di giorni che vanno dall’inverno più rigido all’estate più afosa passando attraverso le mungiture di tutti gli animali allevati qui e le diverse lavorazioni del latte, proprie di ogni stagione.
Cavalli a due ruote spostano greggi, mandrie o branchi di cavalli, vanno e tornano con bidoni dell’acqua, motoseghe, pali di gher, bambini (fino a cinque, all’occorrenza); guadano fiumi, attraversano pietraie. Alcune di queste moto sembrano reduci di lunghi viaggi. Spesso ho visto i loro cavalieri con un fucile in spalla. Mi é capitato di incontrarne uno con una ventina di marmotte appena cacciate legate al portapacchi.
La conoscenza del territorio dei motociclisti cavalieri é stata tante volte provvidenziale. Incontrandoli al momento giusto mi hanno sempre indicato la buona strada.
Avevo un gran sonno e il fiume lì vicino mi chiamava per mettermi finalmente un po’ in ordine. Ho lavato tutto quello che non avevo
Tungaa ha preso una borsa piccola piccola e si è messa a piegare la montagna di stoffe colorate che stavano sul letto. Quando piegava i pezzi piú grossi l’aiutava il figlio, qualcuno riavvolgeva dei nastri. Alla fine erano sei a danzare tra stoffa e borsa. La dimensione del contenitore sembrava dieci volte inferiore al contenuto. Il mucchio calava e la borsa si riempiva finché è stata chiusa senza dover neanche tirare la cerniera. La coralità della scena mi ha fatto pensare che se Tungaa fosse stata da sola, non sarebbe mai riuscita a riporre tutta quella stoffa lì dentro ma che sia stata l’armonia di tutte quelle persone che facevano insieme la stessa cosa a creare lo spazio in un volume che non c’era.