Gher senza pakhan

I pakhan sono i due pali a cui é appoggiato il rosone centrale su cui convergono le aste che sostengono la copertura della gher. qui molte parti di ogni gher canonica erano appoggiate all’esterno.

Due gher: una grande e una piccola, una trentina di persone che mi chiamano. Le guardavo da lontano anche io: vedevo la cupola della gher appoggiata alla parete esterna della gher piccola insieme a uno dei muri. Mi fermo, metto le pastoie ad Azimuth e gli lascio Tgegheré legato alla coda.
Una famiglia intera in visita alla mamma di tutti. Gente del lago che é andata a vivere in città mimetizzata nel dell e mischiata ai parenti che hanno continuato a vivere qui: pastori, un avvocato, un ricercatore dell’Istituto meteorologico e un turbine di bambini che corrono, lottano, si abbracciano.
Ho trovato il posto dove lasciare la bottiglia di coca cola che, a forza di botte, sta già per scoppiare.
Questa piccola gher é quella vera di questo tanae ed è di tre muri. La gher grande di cinque muri é stata montata per ospitare i parenti in visita.
Gli хан (pali) sono disposti come quelli di un tipí con un treppiede centrale a cui sono stati legati altri sei pali che insieme fanno da sostegno a quelli appoggiati e tra i quali fa capolino la canna fumaria. Un tipí appoggiato sui muri di una gher.
La stufa va a pieno regime e tutte le donne di famiglia sono impegnate a preparare e servire buuz a tutti.
Questione di un attimo, mi ritrovo tra le mani una scodella come tutti gli altri, lascio la bottiglia di coca cola e riparto. Devo andare avanti. Ogni gher somiglia a un pianeta in questo spazio vasto di cieli e gobbe foderate di erba. Mi é concesso di avvicinarli grazie ai cavalli con cui sto viaggiando. Sto andando avanti verso ovest. Dosare l’andare e lo stare é l’unico modo che ho per svelare un minimo del mistero di questa vita così antica e avanzare.

Mi volto indietro, ho già nostalgia anche di questo posto. I bambini continuano a correre, il fumo continua a uscire dal tubo della stufa della piccola gher.

Gher dei cinque animali

Come ogni volta che vede qualcosa che non conosce, Azimuth é stato subito sicuro che quello fosse un drago ed è stato impossibile convincerlo che era solo un cammello, erbivoro come lui.
Mi sono accampata dietro la gher, su una gobba asciutta che guarda sul lago a ovest e sulla sorgente a est. Erba buona, nessun pensiero per l’acqua e intorno Mongolia densa.
Questa famiglia ha un cammello, una cavalla, qualche mucca con vitello e innumerevoli capre e pecore. I mongoli sono fieri di essere il popolo dei cinque animali. Tante volte, quando ne ho nominato uno in mongolo, bambini e anziani hanno continuato il ritornello: тэмээ, мѳрь, үхр, яма e хѳн, cammello, cavallo, mucca, capra e pecora. Da ognuno di loro viene qualcosa che rende queste famiglie autonome nella cellula del loro танаэ (accampamento).

Linea di mungitura delle capre.

Qui c’erano tutti.
La cosa che più mi ha stupita peró sono state le capre: vengono munte una volta al giorno e danno una quindicina di litri di latte in tutto ma in questa economia vale comunque la pena di partire a cavallo per portarle alla linea di mungitura e impiegare il lavoro di tre persone per raccogliere il latte.
La linea di mungitura é una corda senza neanche un picchetto buttata in mezzo a un prato, a cui vengono praticamente cucite a due a due, testa contro testa tutte le capre che devono essere munte.
Dal momento in cui vengono legate a quello in cui vengono liberate e corrono dai capretti per fargli finire il lavoro, passa meno di mezz’ora.
Nel frattempo la corda della cavalla é legata alla fune che tiene insieme tutte le capre.
Erano in tre a mungere: madre, padre e figlio maschio di sette anni mentre la figlia femmina era nella gher a riordinare e guardare il terremoto del fratellino più piccolo di tre anni.
Il sole é andato via dalla valle mentre le capre arrivavano e il buio l’ha coperta quando il latte é arrivato alla gher.
Le mucche ruminavano, il cammello era al pascolo, capre e pecore si stavano coricando a est della gher. L’ultima a finire la giornata é stata la cavalla che é stata dissellata quando ormai era notte.
Al mattino, mentre partivo, mi hanno regalato una bottiglia di coca cola e una tavoletta di cioccolato per il viaggio. Non era concesso rifiutare.

Gher delle coccole

Il pacco con i pezzi di ricambio per il fornellino doveva arrivare alla posta di Ulangom mercoledì. Giá fantasticavo caffé nel saccopelo e manicaretti di ogni tipo che finché sero stata a soffiare sulla cacca di yak avevo bandito dal menú. Quel pacco era partito da un mese dalla Val di Susa e aveva già passato due dogane per uscire dall’Italia ed entrare in Mongolia. La posta aerea interna lo ha bloccato. Mi ha telefonato Yesulen per avvisarmi e a momenti crollavo. Lei era nel Gobi e fino a giovedì non poteva fare niente. Io ero a mille chilometri di distanza con il visto in scadenza. L’idea di prendere un autobus per Ulan Bator e andarli a recuperare personalmente era assurda. Dovevo aspettare. Yesulen é arrivata dal Gobi alle otto di mattina e, anziché andare a riposare, si é fiondata alla posta a recuperare il pacco e lo ha affidato all’autista del pullman che sarebbe arrivato venerdì sera ad Ulangom.
Lei é quella delle soluzioni. Non se ne fa scappare una. Io dovevo solo trovare un posto ragionevolmente vicino alla cittá ma accettabile per due cavalli e aspettare.
Qui é troppo vicino, qui ci sono troppe gher e l’aria sa di latrina, qui non c’é erba, qui non c’é acqua. Lo so. Sono incontentabile, ma dovendo stare ferma, volevo che i cavalli recuperassero il più possibile.
L’ho trovato questo posto. I bambini sono andati a chiamare Ahnyy. Lei ha chiesto a due signori che passavano in moto con aria spavalda. Mi hanno indicato quale erba potevo far mangiare ai cavalli, ho montato il telo e appena é stato tutto al sicuro e i cavalli hanno cominciato a pascolare, si è scatenato un finimondo: vento e tempesta sotto un cielo nero come Tgegheré.
Spariti i bambini, spariti i motociclisti, abbassato il telo al massimo per non farlo volare via, mi sono nascosta lì sotto e in un attimo é diventato casa.
I figli di Bold sono sette e qui ci sono tre figlie con i loro figli. La gher é di sei muri e loro dormono, vivono, mangiano lì. Biciclette, palloni, basta un pezzo di legno e questa banda di nanetti si inventa un gioco. Li ho sempre sentiti ridere e vociare.
Nella tenda dopo cena, Ahnyy massaggiava le spalle a sua madre. É tornato il figlio militare in licenza e lui massaggiava la schiena a suo padre. Ogni contatto trasmetteva affetto.
Tagliati i capelli, non ci sopportavano più. Un attimo dopo é arrivata Ahnyy e mi ha convinta a farmi massaggiare la testa. Diffidente, ho accettato. Ogni punto che toccava mi sembrava che facesse uscire cinque millimetri di un catrame liquido che mi foderava la testa. Credo che se ne sia accorta. Quando ha finito ha battuto le mani contro la terra come per liberarsi di tutti i mostri che aveva trovato nella mia testa. Adesso credo di aver bisogno di qualcuno che mi massaggi tutti i giorni fino alla fine del viaggio. Ricambierei volentieri.
Qui c’era anche la lavatrice e anche se l’avevo lavata due giorni prima, ho rilavato la felpa. É un’altra cosa.
Gli scarponi urlavano pietà. Ho comprato l’olio benedetto in un negozio buddista. Lo so che é benedetto, ma é olio di paraffina. Spero che benedica i miei passi, l’ho usato per ingrassare sella, scarponi, bisacce e testiere. Nessuna di queste cose lo ha respinto.
Intanto é arrivato il venerdì e sono arrivate le cinque.
Adesso il fornello funziona, Marco mi ha spedito anche delle calze di cotone che qui sono introvabili e le medicine. Sciolti tutti i nodi, scarpe, sella e coperte in ordine e un gilet nuovo nuovo con cui affrontare albe e tramonti da qui alla prossima estate.

Lotta

Era inverno e l’aria era a meno trenta. Sembrava una rissa: mercato, vociare, un’addensarsi di teste, un cerchio di persone e in mezzo due uomini che immobili avvinghiati uno all’altro in un miscuglio di teste mani gambe e braccia.
Il vociare diventato silenzio. Si sentivano i respiri sotto sforzo dei due combattenti. Si vedeva il vapore dei respiri che si allontanava da loro per dileguarsi tra le bancarelle. Nessuna rissa.
Per terra ghiaccio misto a fango: una poltiglia che era meglio non guardare.
Un attimo e il combattente con il dell blu e la cintura arancione era con la schiena nella poltiglia .Vociare unisono di persone che hanno trattenuto il respiro e lo liberano tutte nello stesso momento.
Un attimo non c’era più nessuno. Solo i due amici che si accendevano a vicenda una sigaretta. Gocce di sudore gli brillavano sulle guance. C’era sempre meno trenta!

Li ho visti dappertutto: alla fermata del pullman, davanti a un negozio, come davanti a una gher. Il contatto di due spazi vitali che si mischiano fino a esplodere lasciando un po’ di uno attaccato all’altro e viceversa.

Lotta con pubblico!

La lotta é una delle tre discipline del naadam. É la sfida in cui si confrontano gli uomini, ma quelli che ho visto lottare di più sono i bambini di tutte le taglie e non é mai detto che sia il più grande a vincere. quello che conta di più sono concentrazione ed equilibrio.

Gher sedentaria

Un nomade di Ulangom si è ormai fermato da anni in città. é stato lottatore e adesso lavora allenando futuri campioni al palazzo dello sport.

Siamo vicini all’Uvs Nuur,il più grande lago della Mongolia.assomiglia un po’ a un mare anche perché é salato. É la spiaggia di Ulangom

Sono stata nella sua gher, c’erano tutte le cose di ogni gher e tè con borxok come sempre, la credenza sempre a destra della porta e il lavandino a sinistra.
Sono stata presso questa famiglia per un’ora, per casi della vita sono stati fondamentali per il mio viaggio. Aspettavamo insieme il pullman che doveva arrivare da Ulan Bator e quando è arrivato, sono tornata dai cavalli, ma non è questo che vorrei raccontare.
Mi guardavo intorno e tra le novità di questa gher stanziale c’era un angolino di dieci centimetri quadrati sul rosone centrale in cui si sporgeva un nido di rondine.

Un nido di migratori nella casa di un nomade ormai sedentario.
I mongoli sono così. Non possono fare a meno del cielo.
Mi ha presentata alla famiglia di suo figlio che ha montato la sua gher lì di fianco. Siamo entrati a salutare e anche lì faceva capolino un nido di rondini.
Le rondini sanno dove possono stare al sicuro!!

Tchutur

Tchutur: pastoie mongole.

I cavalli mongoli sono poco più che selvatici. Gli vengono insegnate poche cose: nei giorni in cui lavorano devono saper stare legati tutto il giorno sotto la pioggia e sotto il sole. Dal momento in cui hanno un cavaliere in sella devono fare tutto quello che gli dice il suo filetto che è molto sottile e lungo e in ogni manovra viene tenuto tiratissimo. Devono saper stare legati alla corda lunga senza annodarsi. Devono saper pascolare con le pastoie quando si trovano lontani dal loro accampamento.

Filare

Raccontata così sembra una vita terribile ma rude non significa cattivo. L’uomo di cavalli tiene il suo branco tra le mani anche quando è lontano al pascolo perché ama la libertà dei suoi animali dal primo all’ultimo. Per ottenere la fedeltà di quelle criniere, chiarisce ad ognuno di loro, fin da quando sono puledri, quali sono le regole e quali sono i momenti in cui su quelle regole non si transige. Fuori dal campo è la legge del branco. Nel campo è la legge del campo. E in viaggio? Forse le pastoie sono la legge del viaggio?

La prima volta che ho visto quelle pastoie al mercato sono inorridita: una sottile striscia di tela o cuoio crudo intrecciata in tre manette da abbottonare ai pastorali dei due anteriori e del posteriore: tre piedi legati.
Le ho viste abbottonare prima di ogni richiesta fuori dell’ordinario che fosse una vaccinazione o una marchiatura. Nessuna bazzecola. Azioni necessarie.
I cavalli hanno appena il tempo di capire che sta per capitare qualcosa che é già successo.
A casa il pascolo é libero. Loro vanno dove preferiscono, al mattino il pastore li cerca con il binocolo, li raggiunge e li porta a bere. Rimangono al campo i cavalli che devono lavorare, gli altri tornano a pascolare in libertà.

In viaggio non si può. In viaggio mancano i ‘soliti posti’. In viaggio il pascolo é vincolato dalle pastoie di giorno e dalla corda lunga di notte. Il vantaggio del viaggio é quello di trovare ogni notte un pascolo diverso dalla notte prima. A distanza di venti trenta chilometri cambia tutto: il profilo delle montagne, la durezza dell’acqua e il colore dell’erba.
Credo che questo sia un motivo per cui un viaggio a cavallo non sia solo un viaggio per il cavaliere ma anche per i cavalli che avanzano con lui.

Lo vedo da come questi due buttano la testa in qualsiasi erba appena la troviamo.
Quando sono legati con la corda lunga, Azimuth e Tgegheré non possono avvicinarsi. devo calcolare la distanza dei picchetti in modo che non corrano il rischio di legarsi a vicenda. Con le pastoie viaggiano insieme qui e là da un ciuffo di erba all’altro e mi sembra che si raccontino le loro cose. Con la corda, vivono i confini del cerchio di erba a loro disposizione come uno spazio privato dove riposare, mangiucchiare e rotolarsi.
Entrambe le ‘torture’ sono occasioni di serenità.
Le pastoie che mi sembravano tanto terribili mi permettono di fargli godere i posti che raggiungiamo come più gli aggrada.

Mungitura diluita

In questo paese senza stalle né tettoie gli animali vengono munti sempre alla stessa ora: sia la mattina che la sera.
Il Dell che è l’abito comunemente usato per ogni lavoro ed ogni festa è un indumento molto caldo, che ripara molto bene dall’aria che tira sempre ma non è affatto impermeabile.
Dev’essere qualche magia che tiene al riparo chi sta sotto la pioggia a mungere e i suoi animali.
Più a est, dove c’erano gli yak, i vitelli venivano rinchiusi in recinti e fatti uscire al momento in cui la madre doveva essere munita, qui c’è solo una linea di attacco dove vengono legati e sciolti un attimo prima che la madre venga munta.

Linea di attacco dei vitelli di Gana con arcobaleno.

La pioggia inzuppa le schiene degli animali e corre lungo i fianchi scolato a terra giusto prima di raggiungere le mammelle. Una tettoia portatile per proteggere il latte! Ma il secchio no, il secchio è riparato dalla mammella solo mentre si tira il latte. Mentre viaggia da una mamma all’altra è libero di accogliere tutto quello che arriva dal cielo e in questi giorni è acqua.

La gher della penna

Meno male che quando vedo una penna di falco non posso resistere, devo scendere di sella e raccoglierla. Stavo andando dritta dritta sul versante sbagliato. Un falco ci è volato sopra talmente vicino che potevo quasi toccarlo. Dietro la curva una penna per terra. Sono scesa di sella, ho guardato la bussola e ho visto che stavo sbagliando tutto. Con le nuvole basse è più difficile sapere dov’è il sole!
C’era una gher dall’altra parte del fiume, ho fatto bere i cavalli e sono andata a chiedere. Mi hanno mostrato la strada giusta, potevo recuperarla da lì.
La penna mi ha fatto ritrovare la via appena dopo averla persa. Non c’è l’ho più, l’ho lasciata a Bolormaa, nella sua gher non c’erano segni di buddismo ma delle penne e pelli colorate. Mi è dispiaciuto non poterle raccontare come era venuta a trovarsi tra le mie mani. Credo che fosse una di quelle persone per cui una penna è preziosa.

Un clan intorno a Bolormaa

Luce e tenebre di un giorno di temporali

Dall’alto si vedeva una fila di laghi salati in mezzo alla pianura. Temporali sulla fila di montagne a nord. Temporali sulla fila di montagne a sud. Erba verde e luce intorno a un grumo di casette di tronchi e alla gher di fianco al terzo lago. Cavalli che vanno e vengono e animali al pascolo in una sfera di luce.
– posso accamparmi qui?
una ventina di uomini e una donna piena di energia e delicatezza. Non sapevo a chi rivolgermi.
-sì

Il clan di Bolormaa

Orgilsaikhan mi ha legato i cavalli alla colonna sbilancia della baracca più grossa, quella vicina alla gher.
Tè bollente, ne avevo proprio bisogno oggi.
Le stesse persone che avevo davanti fuori, le avevo intorno dentro. Queste tende sono quasi tutte di 5 muri, la superficie è sempre la stessa, dentro ci possono essere da due a trenta persone e sembrano sempre accoglienti. Giuste.
Mi hanno aiutata in venti a montare il telo, scaricare i cavalli e piantare i picchetti.
Sono stata con loro finché non è finito il giorno. I bambini hanno portato a bere i cavalli per provare le selle. Tutti insieme hanno intrappolato i cavalli tra le casette per acchiappare i puledri. Hanno lottato di fianco all’edificio con la colonna sbilenca. Chi metteva le pastoie a un cavallo, chi ne dissellava uno, chi ne dissellava un altro. Nessuno,  se doveva andare più lontano di venti metri ci andava a piedi. I cavalli erano lì da tutte le parti, pronti per essere slegati e portare chiunque dove doveva andare.

Lotta con pubblico! ps:qui c’erano degli edifici di legno. erano usati da magazzino e all’occorrenza da ogni porta uscivano le cose più strane ma le persone no: le persone vivono nella gher, la gher é rotonda!!!

Hanno giocato a palla e guardato la televisione. Non c’era mai una voce alta.
Bolormaa cucinava per tutti. Qualcuno é andato a prenderle l’acqua, qualcuno la carne secca, qualcuno la farina. Chi tiene e mette tutto insieme è lei: la più grande di quattro fratelli. Il clan sono loro: una donna e tre uomini e tutti i parenti a loro collegati.

In un momento in cui nella tenda c’eravamo solo lei ed io, ha tirato fuori dal nascondiglio un barattolo di marmellata di rabarbaro da spalmare sul borzok.  Aveva ancora la radice e ha cercato di spiegarmi come farne una medicina che fa guarire da tutto. Mal di pancia, ferite, tosse. Me l’ha scritta in mongolo. Devo chiedere a Yesulen.

Tre sorgenti

I cavalieri dell’Ikh Gol. Li ho visti arrivare mentre mi attardavo nel saccopelo sbinocolando su e giù per la valle. Mi sono vestita al pelo prima che arrivassero. Un enorme gregge che stavano conducendo a Zuunkhangai e loro tre. Il gregge ha approfittato subito della pausa e loro non sono ripartiti finché non hanno visto tutte le cartine del viaggio. Poi sono partita anche io.

L’umanità sparsa in questo paese è incantevole ma quando non c’è, perché mi addentro in aree troppo remote, sono i posti che attraverso a dire la loro.
C’è una pista che collega Zuunkhangai a Ondorkhangai passando ai piedi delle montagne in zone molto arido. Vedendo com’era e vedendo le montagne tutte verdi, ho cercato un’alternativa.

Il territorio compreso tra Zuunkhangai e Ondorkhangai. La pista é quel lungo giro nero. I fiumi sono quelli blu.

Il fiume Ikh Gol su cui mi trovavo ha la sue sorgenti dritto ad ovest del paese. In quelle pieghe delle montagne nascono altri due fiumi: il Bayan Gol che dopo sei sette chilometri verso est, scende a nord e il Zuun Gol che scende a ovest fino a Ondorkhangai. Nel punto in cui si vedono tutte le tre sorgenti ci sono tre ovoo: uno più grande e due più piccoli.
È incredibile come tre fiumi che nascono quasi nello stesso posto possano formare valli così diverse.

Nar Iin Gol: fiume delicato

L’Ikh Gol l’ho risalito attraversando calanchi e aree di forte erosione per arrivare a un vasto pianoro tutto verde di erba vera in cui cantava l’acqua del ruscello.

Bayan Gol: fiume segreto

Il vallone per raggiungere il Bayan Gol era ardito ma erboso, di là invece ci sono solo più pietre. Il fiume in molti tratti non si vede neanche, credo che scorra sotto terra, appare e scompare tra pietre feroce e molto dure. Sali sali e la valle piega a ovest.

Zuun gol: fiume dei cavalli

Raggiunto il crinale a monte delle sorgenti, si scende di qua, le pietre non ci sono più e nella valle del Zuun Gol ci sono persino degli alberi sul versante a nord.
In tutto il giorno abbiamo incontrato solo rapaci fino a qui dove pascola un enorme branco di cavalle con i puledri. Pascolavano su questo promontorio da cui si vede tutta la valle sottostante. Mi sono accampata al limite della loro area, loro si sono spostati un po’ più in là.
Non ci sono sentieri. Le uniche indicazioni che avevamo erano le forme dei crinali e le direzioni dei fiumi. La valle ai nostri piedi sembra qualcosa di incontaminato.

Cercavo una pietra per piantare i picchetti dei cavalli, ce ne sono qui e là nell’erba. Quando l’ho alzata ho avuto l’impressione di aver smontato qualcosa e, guardando meglio, ho visto che faceva parte di un cerchio di pietre messe lì chissà quando da qualcuno che aveva i suoi motivi per riconoscere qualcosa di speciale in questo posto. Non sono riuscita a rimetterla com’era.

fuoco acceso telo tirato cavallo sazio per unire nella stessa avventura uomini cavalli e montagne