il lupo e le Alpi. addosso al futuro.

Enrico Camanni, alpinista e scrittore.

l’ultimo capitolo del suo ultimo libro ‘Alpi ribelli’, edito da Laterza è dedicato al lupo: l’ultimo ribelle.

Enrico Camanni, 'Alpi ribelli' unviaggio attraverso le Alpi raccontando le storie di quelli che con un punto di vista indipendente e a volte imprevedibile, hanno messo alla ribalta angoli di mondo selvaggi e spesso sconosciuti
Enrico Camanni, ‘Alpi ribelli’ unviaggio attraverso le Alpi raccontando le storie di quelli che con un punto di vista indipendente e a volte imprevedibile, hanno messo alla ribalta angoli di mondo selvaggi e spesso sconosciuti

che cos’è il lupo?
Il lupo è sicuramente il selvatico.
Da un lato è il fascino del selvatico:
Cosa mi ha spinto alla montagna è sicuramente il fascino della natura selvaggia, non sono le pareti o le grandi imprese  e il lupo è sicuramente il simbolo di tutto questo.
Dall’altra parte è il selvatico che ci fa paura: quella parte di noi che non conosciamo né vogliamo conoscere fino in fondo.

è una figura in chiaroscuro, può essere la cosa più ancestrale del mondo, ma può anche essere attualissimo perché ne sentiamo la mancanza: diventa la mancanza dell’aspetto selvaggio nel nostro modo di vivere. Il lupo ci interpella su questo, con tutte le sue contraddizioni.
è anche un ostacolo: uno che mangia le pecore, uno che dà fastidio, uno che non c’entra niente con il nostro modo di vivere e sconquassa un po’ le nostre certezze.

hai esperienza di incontri con il lupo?
purtroppo no e mi dispiace perché l’incontro è quello che materializza l’immagine, così è stato con gli stambecchi e i camosci, con l’orso nel Parco Nazionale d’Abruzzo, l’aquila, il gipeto. Sono tutti incontri che lasciano una sensazione forte.
Forse è anche un bene che non sia mai accaduto, posso sempre sperare di incontrarlo, magari sarà una delusione, magari è piccolino,

persone a cui vuoi bene che lo hanno incontrato? cosa ti hanno fatto arrivare del loro incontro?
no, al volo mi ricordo una cosa, una giovane madre di Prali che diceva: ‘noi non abbiamo niente contro il lupo, ma quando i bambini vanno in piazza al mattino ad aspettare il pullman e ci sono i lupi che vanno a rovistare nei bidoni della spazzatura, fa un po’ impressione. Ormai il lupo è una presenza a suo modo domestica.
Per un abitante di Pinerolo è un’idea impensabile che il lupo conviva con i propri figli, Prali è poco distante.

che cos’è la paura del lupo?
La paura di un essere che non può farci niente è irrazionale. Una volta si pensava che mangiassero i bambini, ma questo non accade, almeno nel nostro mondo.
è la paura dello sconosciuto che vive nei boschi. L’uomo selvaggio, personaggio mitico di cui si raccontava una volta, fungeva da mediatore tra il mondo selvatico e quello domestico. Oggi non abbiamo più bisogno di mediazioni, sembra che tutte le nostre tecnologie possano permetterci di tenere tutto sotto controllo, anche in montagna. Non è così e il lupo rappresenta tutto quello che non padroneggiamo.
Le altre paure le trovo molto infantili. Chi pensa di poter essere attaccato dal lupo rimarrà deluso, è difficile che succeda. Non è una paura reale, è la paura di qualcosa che non si conosce né si gestisce. Il lupo fa quello che vuole lui e si porta dietro questa brutta fama. In realtà tutti gli animali selvatici fanno quello che vogliono, il lupo è più evidente perché è un carnivoro e quindi è anche più dominante nella gerarchia.

Il lupo ci pone dei limiti che il capriolo, mangiando l’insalata degli orti, non ci pone.  Ci mette in crisi come civiltà. è un pezzo dell’equilibrio naturale che contrasta con il nostro modo di vedere il mondo. Noi ci consideriamo superiori a tutto il resto e possiamo annientare tutto il resto. Fin dall’antica cristianità l’uomo si sente superiore, deve dominare la natura. Prima aveva strumenti che gli davano un limite, oggi siamo in grado di spianare il Cervino, prosciugare un lago, spostare un fiume. Con un colpo di fucile, lo si può abbattere, non farlo è come cedere le armi di fronte a un concorrente. L’uomo non ha concorrenti reali.

quindi abbiamo paura della competizione con lui?
No, abbiamo paura di questo animale che fa quello che vuole lui, che non segue regole, non è arginabile, si infila, un essere libero tutto sommato, quello ci fa paura.
Viene in piazza a rovistare nei cassonetti e con la stessa disinvoltura si mette alle calcagna di un capriolo per nutrirsene. è un carnivoro: mangia gli animali, non erba e foglie.
Sulle Alpi non ci sono molti carnivori, c’è l’orso nelle Alpi orientali, il lupo e i cacciatori del cielo: l’aquila, il gufo, il falco che fanno meno impressione perché abitano un altro spazio, mentre il lupo occupa il nostro sui sentieri delle montagne su cui camminiamo anche noi. Come in Africa ci fa paura il leone.
Il carnivoro non è un animale docile, cervo e camoscio non ci fanno paura perché li reputiamo innocui.

Museo delle Alpi al forte di Bard: l’orso da Est e il lupo da Ovest sono il ritorno del carnivoro sulle Alpi, all’orso gli sparano, al lupo vorrebbero sparargli. Il ritorno dei carnivori sulle Alpi crea dei problemi reali, non solo immaginari.

cosa pensi degli abbattimenti (come soluzione, come possibilità)
siamo parte della natura di cui abbiamo snaturato gli equilibri. quando il lupo eccede turba equilibri già snaturati e che occorre controllare. Se questo è possibile con gli altri selvatici, può esserlo anche per il lupo. Non è che abbia più dignità di un erbivoro. Prima però bisogna capire qual è il punto di equilibrio, fare il possibile per evitare l’uccisione a meno che non sia necessaria. Se si uccidono le mucche per mangiarle, è normale che si possano uccidere i lupi. Pensare che il selvatico non si uccide e il domestico sì è una visione distorta. Non si può uccidere il lupo per piacere. Per piacere non andrei ad uccidere nessun animale ma quando va regolamentato, si regolamenta. Come con gli altri animali, si può fare con il lupo. Sicuramente ci sono più problemi.

I francesi ne hanno già abbattuti, gli svizzeri anche. Ci sono zone dove si è investito molto sulla pastorizia, soprattutto ovicaprina, è difficile pensare che in quelle zone si concentri una popolazione di lupi eccessiva.

immaginarsi i pastori con il fucile per difendersi?
No, così sarebbe il farwest. Il lupo è un amico e nemico di tutti, non è che sia solo di qualcuno: come la montagna non è dei montanari e torino non è dei torinesi. Certe cose sono dell’umanità. Dev’essere qualcuno superpartes a decidere e non può essere un singolo a cui gira storto a decidere se mantenerle o abbatterle. Questo vale anche per le cose inanimate. La proprietà è mia fino ad un certo punto: il Cervino non è di quelli di Cervinia e Venezia non è dei Veneziani. L’idea che il lupo sia il nemico di chi ha le pecore è giusta fino a un certo punto, non può essere il pastore a farsi giustizia. Ci vuole qualcuno che abbia una visione più ampia della situazione.

Siamo davvero in grado di dominare illimitatamente la terra? No, abbiamo già superato il limite. Il lupo ci pone questa domanda ed è per questo che ci mette in difficoltà.
è un limite che si può infrangere facilmente, di fronte al riscaldamento globale siamo davvero inermi, il lupo lo possiamo eliminare, basta spargere un esercito sulle montagne con questa missione! è un limite che ci dà una visione più corretta sul nostro essere, se vogliamo far parte di questa natura.

relazione futuro delle Alpi e futuro del lupo?
Da un lato abbiamo portato la città in montagna trasformandola in periferia urbana, poi ci siamo accorti che questo modello in montagna non funziona.
Dall’altro lato le abbiamo intese come il bel mondo passato, quasi un grande museo e di nuovo la visione è molto funzionale alla città. Il cittadino vuole ritrovare in montagna le cose che ha distrutto altrove. Sono due modi totalmente perdenti, non reggono.
La terza via: dobbiamo creare sulle alpi un laboratorio di sviluppo sostenibile perchè è un mondo che ci viene letteralmente addosso se non è curato in modo sostenibile. Ci viene addosso con le alluvioni, con le frane e anche con il lupo, con il selvatico che reclama un suo spazio.
è un bellissimo simbolo.

Uno sguardo da padrone di casa

2016 08 19 Roberta Colombero
Allevatrice di bovini
Alpe Valanghe. Marmora.

Roberta e il padre, Giulio Colombero.
Roberta e il padre, Giulio Colombero.

In fondo al vallone di Marmora la valle si apre gradualmente fino a un vasto pianoro che va a sbattere contro il versante da cui la strada sale al colle del Mulo. È un posto magnifico e l’acqua della fontana è molto buona.
La famiglia Colombero è legata all’alpe Valanghe. Eravamo passate da qui in velocità in un giorno che sembrava notte, tanto erano scure le nuvole. Roberta ha sentito i cavalli e si è avvicinata con discrezione per informarsi. I suoi cavalli le facevano da corona e suo padre e sua madre l’hanno seguita con domande che facevano emergere consuetudine. Siamo andate via prendendo la strada delle nuvole e voltandoci indietro abbiamo guardato la casa con tutti i rudun appesi al trave.

Questa volta mi sono fermata, dovevo conoscere la ragazza dei cavalli.

– L’altro giorno una turista ha trovato un lupo morto da qualche tempo e Roberta ha avvisato la forestale. Non è andata a vedere. È morto un lupo.
– Ci sono, l’anno scorso mio padre ha trovato una carcassa dietro la casa quando siamo venuti a portare via le ultime cose dopo aver fatto scendere gli animali. Era pulita, avevano mangiato tutto. Adesso che siamo qui sono attenti ma è casa loro, conoscono ogni pietra.
– Un giorno, a inizio stagione, stavo rientrando a casa con Margherita, c’era un bel sole e due lupi vicino alla porta. Ci hanno guardate dritto negli occhi, poi sono spariti.
Sfoglia l’agenda fino a trovare la pagina giusta: 9 luglio, ore nove, incontro con il lupo.

Sono arrivata alle otto e un quarto e lei stava finendo di mungere insieme ai suoi nel prato a sinistra della strada per il colle. Mungono a mano e l’operazione richiede tempo e manodopera. Questa volta erano in quattro e li ho aspettati con Margherita che ha svolto qui lo stage per l’istituto agrario a inizio stagione e quando lo ha finito ha chiesto di restare.

Roberta è scesa a piedi. Mi ha raccontato di questo posto. Rispetto ad altri alpeggi in cui regna la solitudine, qui ci sono tante persone. È la forza di una famiglia unita di cui fanno parte anche gli animali che alleva e le montagne che li nutrono. L’estate è qui, l’inverno in stalla. Mungere, portare al pascolo, fare il formaggio, venderlo.
E poi? E poi ci sono i cavalli! È la curiosità di andare via e conoscere altre realtà.

Alpe Valanghe dal colle del Mulo
Alpe Valanghe dal colle del Mulo

Ripartivo verso un cielo blu. L’alpeggio diventava sempre più lontano. Nelle bisacce c’erano una robiola e un pezzo di nostrale dell’Alpe Valanghe. Sul versante di fronte vedevo un puntino che portava in alto le manze e loro che si snodavano lungo il sentiero quasi come se fossero un unico essere che risaliva la montagna.

 

Si allarga la foresta, si estinguono i pascoli

2016 08 17 Cecco Dematteis e Anna, sua moglie.
Maestro del legno e della pietra.
Rore

Cecco Dematteis
Cecco Dematteis

Cecco è venuto in Val Varaita con l’idea di vivere dignitosamente la montagna assorbendo la tradizione e adeguando le sue abitudini al tempo che corre attraverso la tecnologia.
Alpinia è un libro avventuroso senza essere un libro di avventura. Parla del popolo delle Alpi, dalle Marittime alle Giulie, e insiste sulle caratteristiche comuni sui due versanti di tutte le genti che ci hanno sempre vissuto. L’epoca descritta è quella in cui il progresso causa spopolamento e degrado di aree distanti. Le moderne tecniche permettono di razionalizzare le risorse, in modo da migliorare l’esistenza di chi resta e quella degli animali che gli danno da vivere.
L’autore è Luigi Dematteis che, per indagare sui temi esposti nel libro, le ha percorse a piedi e con gli ski e successivamente con un furgone che era la sua base logistica per avvicinarsi il più possibile si posti più lontani in autonomia, cercare e investigare con testi e fotografie le persone di cui il libro parla.
Era il padre di Cecco e dei suoi fratelli.

Il lupo? È un predatore e la convivenza con l’allevamento di animali domestici più o meno in libertà è difficile: colpisce in momenti inaspettati, ha un territorio enorme, il centro è dove nasce la cucciolata ma percorre tranquillamente cinquanta chilometri in una notte. Non saprai mai dove e quando può arrivare.
– Ero in alpeggio sotto il passo di Luca. A inizio stagione ci vuole sempre un po’ di cura per rimettere in ordine la casa dopo tutto l’inverno. Ho sentito agitazione e mi sono sporta a vedere, i cavalli erano spaventati e c’erano due lupi che avevano già scartato il puledro dal resto del branco. Ho urlato e sono scomparsi. Il puledro ha passato l’estate, la madre no. È scomparsa e non l’ho mai più ritrovata, nè lei nè la campana che aveva al collo. Era una brava cavalla e aveva una bella campana.
In questa valle è stato cacciato finchè non si è estinto da metà dell’Ottocento ma è tornato da una decina d’anni. La prima volta che l’ho visto ero in auto e lui camminava lungo la strada asfaltata. Ha scartato, ha fissato i fari che lo hanno abbagliato ed è scomparso.
Non c’è paura del lupo ma se ne parla. Il suo ritorno non è stato accettato da tutti, tra Brossasco e Venasca ne è stato appeso uno a un cartello stradale. Non c’è paura del lupo ma se ne parla. A Bellino qualcuno si è opposto, si sono fatti sentire e hanno ottenuto indennizzi, reti e cani. Nonostante la scarsa accoglienza si sta comunque espandendo. Stanno qui davanti sul versante a mezzanotte tra qui, San Damiano e Roccabruna. Altri partono da Casteldelfino, attraversano il bosco dell’Alevè e in un attimo sono al passo di Luca.
L’inverno scorso si è fatto vedere in paese.

A Bellino rimane solo più un gregge di meno di trecento animali, a Ponte Chianale non ce ne sono più. Prima potevano stare da sole, quando è tornata necessaria la sorveglianza uno per volta hanno lasciato perdere. Al lago di Luca negli anni ’80 c’erano quasi settecento pecore nel pascolo dove adesso teniamo i cavalli. L’allevamento ovino era già in calo: non rende molto, la lana non vale niente e la vita che si fa per guardare le pecore è dura. I pascoli abbandonati sono sempre di più, i primi a rimanere in balia delle piante pioniere sono quei territori marginali dove solo i piccoli erbivori potevano arrivare ma gradualmente la foresta si sta impadronendo di interi versanti dove i pochi prati resistono come isole dove c’è qualcuno che tiene pulito. Ontani, rododendri e ginepri preparano l’insediamento del bosco chiudendo con spine e radici il passaggio. Quegli angoli ormai impenetrabili sono abitati da chi riesce a trovare una pista per infilarcisi. Nessuno può sapere con certezza cosa si muove in quelle macchie.
Chi ha lasciato le pecore ha cambiato lavoro o ha dato la precedenza al lavoro invernale, molti hanno abbandonato e basta. Non c’è stato un ricambio generazionale, molti pastori erano persone sole legate alla loro vita che essendo così dura non gli ha consentito di formare famiglie. Finiti loro è finito tutto. Anticamente c’erano famiglie di pastori ma non qui. La famiglia va avanti, un uomo solo no.
Gli alpeggi che tengono sono quelli dove arriva una strada e gli allevatori salgono dalla pianura, non hanno nessun legame con la gente del posto. La razza principale era la piemontese, tutti mungevano e lavoravano il latte, fino a venticinque mucche venivano tenute vicino all’alpeggio e munte a mano mentre le asciutte venivano portate ai pascoli alti. Oltre che per la produzione erano selezionate per il lavoro. Ora munge solo più chi può farlo a macchina e ha un locale di lavorazione del latte adeguato alle caratteristiche richieste dalla legge. Tutti gli altri allevano animali da carne e la razza principale non è più la piemontese.

Il lupo fa parte dei cambiamenti in atto ma i pastori lo vedono diversamente dagli altri: se non fosse stato protetto gli avrebbero tirato, adesso colpire un lupo è un delitto e si finisce nel penale. La pastorizia e la cultura che c’era dietro non sono ancora estinte ma quasi.

Siamo stai insieme qualche ora, poi era ora di partire e mentre sellavo sentivo Cecco comprendere ogni mio gesto. Tanti anni fa lui era partito dall’Ariege con quattro merens, il cavallo dei paesi di lingua occitana ed era arrivato qui a piedi attraversando il sud la Francia. Non abbiamo parlato del suo viaggio, so che c’è stato e che mentre partivo anche lui partiva perché sapeva cosa significa.
Ho sellato, ormai faceva caldo ma il sentiero risaliva il versante a mezzanotte, quello dei lupi. La mulattiera era larga e faceva trasparire secoli di cure, pietre ben messe, canali e curve disegnate per salire comodamente. La vegetazione ai lati se ne sta impadronendo deviando l’acqua. Il terreno non era pestato. Poche persone passano da lì.

Ci sono i lupi, ma ci siamo anche noi.

2016 08 16 Mauro Bongiovanni
Alpe Tartarea
Allevatore di bovini

Mauro Bongiovanni. Alpe Tartarea
Mauro Bongiovanni. Alpe Tartarea

Le nuvole si stanno attaccando alle montagne, l’aria è bollente, umida ed elettrica. Anni fa ero scesa dalla strada che sto risalendo e mi ero fermata a comprare della toma all’alpe Tartarea: uno di quei pezzi di formaggio che a distanza di anni te li ricordi ancora. Mi sono fermata per cercarlo di nuovo ma non ne hanno più. All’epoca in questo alpeggio erano due soci che tenevano gli animali insieme, uno con animali da carne e l’altro da latte, era l’altro a mungere e fare il formaggio. Adesso ha preso un alpeggio per conto suo, munge al pascolo e porta il latte a valle per lavorarlo in caseificio. Non era possibile allestire un locale di trasformazione del latte in alto e per continuare a fare il formaggio ha dovuto adeguarsi al sistema di lasciare la mandria incustodita la notte e di salire in auto due volte al giorno per prendere il latte.
Mi sono fermata lo stesso perché il socio che è rimasto qui è Mauro e questo posto c’è l’ha talmente attaccato alla pelle che non riusciamo a staccarcene neanche noi. Isotta bruca tranquilla, io mi cucino un riso e chiacchiero con lui di fianco alla tettoia dove passano la notte le mucche con il vitello.

La prima volta che li ho sentiti ululare era il 2011: quel suono taglia la nebbia a coltellate, lo vedi quasi riempire ogni anfratto. Gli animali sanno che cos’è, senza che nessuno glielo debba spiegare.
L’anno scorso ne ho visti quattro risalire il vallone, arrivavano da Meire Bigorie e risalivano a passo deciso al colle del Cervetto. Erano due adulti e due giovani, camminavano spediti come se la montagna fosse in piano e non hanno mai voltato nè abbassato la testa. La mandria era fuori rotta rispetto alla loro destinazione ma se se la fossero trovata davanti temo che non sarei riuscito a difenderla da quattro lupi.
Non ho mai subito dei veri attacchi, capita che lui faccia dei tentativi ma le mucche si difendono, si riuniscono compatte e lo fronteggiano. Fa paura comunque. La questione non è quel capo che è in grado di abbattere, è l’idea che in una notte di nebbia può esser capace di spingerne dieci o dodici in un burrone e allora non c’è niente da fare, la mandria non può rimanere la stessa.
Quest’anno ci ha provato due volte. La prima volta le ha solo spaventate, io ero qui è in un baleno ho visto la mandria che cominciava a girare a velocità sostenuta sul pendio di fronte spostandosi in modo strano. Tempo di arrivare lì vicino e lui era già sparito. Le aveva solo spaventate. L’altra volta era riuscito ad isolare una manzetta, quella in particolare non è uno degli animali più furbi e probabilmente lui l’ha scelta per quello, la stava spingendo verso le rocce sotto il pascolo e tutte le altre erano agitate e hanno fatto rumore finché Vasile, l’operaio rumeno che mi dà una mano, è corso sul posto e lo,ha spaventato. Anche lì è sparito, ma per quanto? Dargli fastidio è un modo per fargli passare la voglia di tornare, ma la volta che riuscirà ad eludere la nostra sorveglianza?
Quello che li attira di più è l’odore del sangue e quando una mucca partorisce, vitello e placenta sono un bel richiamo. Quando sono a termine, le porto vicine alla casa e di notte in questo paddock, preferisco dare del mangime e tenerle sotto controllo che rischiare che si isolino per partorire cacciandosi nei guai lontane dalle altre. Una mucca con il vitello appena nato rischia troppo e non sono animali selvatici, sono capaci di vivere in semilibertà ma non di sopravvivere alla natura, hanno bisogno di essere accudite.

Per ottenere i risarcimenti in caso di attacco da lupo sono state messe tante di quelle clausole che è proprio meglio che non arrivi. Pretendono che gli animali siano chiusi in un recinto di rete elettrificata alto un metro e venti: un recinto del genere non puoi spostarlo tanto spesso, le reti sono pesanti e quelle alte lo sono ancora di più. Portarle ogni sera al recinto man mano che mangiano l’erba più vicina diventa una difficoltà: si rovinano sia gli zoccoli che non sono fatti per camminare così tanto che la montagna che, passando così tante volte con centocinquanta animali, comincia a franare nei punti critici. Quello che posso fare senza fare danni è tenere vicine a casa le madri con i vitelli. Gli altri animali devo lasciarli liberi di difendersi a vicenda. È un rischio, ma se certi sentieri cominciano a crollare, certi pascoli non posso più farglieli raggiungere. Qui siamo da soli.
Esistono delle assicurazioni e quella è una delle attività che beneficiano di più del ritorno del lupo: non sai se e quando arriverà, ma potrebbe succedere e arrecare grossi danni, se arriverà e le difese in atto non saranno all’altezza di tutte le clausole del contratto, potrai aver pagato l’impossibile ma non verrai risarcito. Se i danni supereranno una certa cifra, in ogni caso verrai risarcito solo fino a quella cifra. Non è un bel pensiero. Il rischio rimane lo stesso.

– vuoi del latte nel caffè?
– Grazie
Tira fuori una bottiglia di latte che non arriva sicuramente da un cartoccio
– ma quel latte da dove arriva?
– L’ho munto stamattina. Non posso fare colazione senza latte!
– Buonissimo!
Sellando prendo il materiale che avevo appoggiato dietro la casa e mi cade l’occhio su una tavoletta di larice liscia come l’avorio al cui centro è incastrato un bastone lungo una trentina di centimetri. Lo sgabello per mungere.

L’incontro con il guardiacaccia

2016 08 16 Meire Bigorie
Nino: Riccardi Giovanni
Guardiacaccia comprensorio alpino CN 1 Valle Po

Riccardi Giovanni, conosciuto da tutti come Nino.
Riccardi Giovanni, conosciuto da tutti come Nino.

Valle Po, stavo per imboccare la strada per l’alpe Tartarea. Il vallone del Cervetto a valle di Meire Bigorie è una boscaglia impenetrabile dovuta alla ricrescita di arbusti su pascoli scomodi. Quella boscaglia sta cercando di risalire i versanti invadendo anche i pascoli alti che per il momento sono ancora pascolati, anche grazie alla strada agro silvopastorale che porta fino all’alpeggio.
Mi dispiaceva di lasciare la valle Po senza incontrare nessuno perché, dai dati di Life Wolfalps non risultavano presenze di lupo in questa valle, che sembra un luogo ideale per il suo insediamento.
È arrivato un fuoristrada del comprensorio di caccia della valle Po ed è sceso un ragazzo con l’aria di uno che cammina e che ha appena adempiuto a un compito. Era Nino che rientrava dal censimento dei galli forcelli. Gli ho chiesto di fermarsi un momento a parlare con me e lui ha salutato i suoi soci con cui stava andando a mangiare e mi ha raccontato queste cose.

È arrivato sette o otto anni fa, solo di passaggio. C’erano predazioni ma si è sempre ritenuto che fossero cani reinselvatichiti, finchè sono stati visti l’anno scorso: ce n’erano cinque proprio qui sotto: la coppia e i cuccioli.
Stiamo collaborando con le università di Pavia e Genova per valutare l’impatto sui selvatici in seguito al ritorno del lupo. Con loro si può lavorare seriamente. Ho due fototrappole che posiziono sui sentieri per confermare i dati e hanno funzionato bene entrambe finchè una non si è rotta, adesso è in riparazione. Il numero di caprioli si è ridotto drasticamente, anche qui è stato reintrodotto il cervo, quindi il ritorno del lupo non è l’unica componente che ha portato a questo risultato.
Il lupo è un problema come un altro, la gestione del lupo sembra un problema più grosso degli altri. Gli abbattimenti sembrano fuori discussione, i rimborsi ai pastori ci sono ma non sempre e comunque risultano scarsi rispetto al valore delle perdite. Dove si vuole arrivare? Sembra una questione di affari: dietro il lato emotivo delle perdite da un lato e dell’ammirazione di un animale misterioso, ci sono molti soldi.
– sai quanti siamo a tenere sotto controllo quest’area di caccia?
– No
-Io. Sai quanto è grande?
– No
– Sono 34000 ettari di territorio, chilometri su chilometri di strade, piste e sentieri e pare che di soldi non ce ne siano.

Non mi sono capitati casi di bracconaggio in questa parte della valle, l’unico che mi è successo di accertare è stato a ottobre 2012 ma molto distante da qui. Era un lupo maschio, ucciso con una fucilata a Rucas, in pancia aveva 6kg di capriolo fresco poco masticato.

La presenza del lupo non è documentata ma chi vive qui lo ha visto e ha anche visto i cuccioli. Non so bene cosa questo comporti.

Rifugio in mezzo agli alpeggi, sguardo di guardiaparco.

Ferragosto si avvicina, l’estate è splendida e alla fontana del Barbara c’è la coda di gente che deve riempire la borraccia, la bottiglia di plastica, la tanica. Gente ovunque e il rifugio in mezzo. Un equipe di ragazzi gentili e pronti tiene a bada l’assalto. Cinzia, lasciando disposizioni a destra e sinistra, è riuscita a mettere persino insieme un momento per parlare con me in un angolo dove c’era silenzio.

2016 08 14 Cinzia Fornero
Guardiaparco Alpi Cozie che gestisce da anni il rifugio Barbara.

Cinzia Fornero, un concentrato di energia in armonia con quello che la circonda.
Cinzia Fornero, un concentrato di energia in armonia con quello che la circonda.

Qualche tempo fa l’alpeggio della Rossa ha subito una predazione. Paoletto lo conosco bene, è da anni che rifornisce di toma la cucina del rifugio e siamo amici. È un puro, ci metterei la mano sul fuoco. Gli accertamenti della forestale hanno sentenziato che il capo in questione era stato ucciso a coltellate e non verrà risarcito. Credo che Paoletto sia in buona fede e capisco che dopo un’esperienza del genere non si senta per niente al sicuro.
Avendo i cani da guardiania, è obbligato a mettere i cartelli di avviso per i turisti, li ha richiesti al comune a inizio stagione e non sono mai arrivati. Nel frattempo sono riuscita a procurargliene ma non è la stessa cosa.
Probabilmente se gli allevatori sentissero più vicine le istituzioni, protesterebbero meno. C’è qualcosa di malsano in tutta la gestione di queste aree, ma non è il lupo.
Il lupo è il lupo, una favola con il lupo come cattivo è più facile che venga ascoltata.

L’incontro della Coldiretti dell’altra settimana non sono riuscita a seguirlo, ci ha portato molto lavoro. Quello che ho percepito è che ci fossero delle proposte di gestione e raccolta fondi per migliorare le difese e ridurre problemi di altro ordine che sono le vere difficoltà di chi vive di allevamento.
Il lupo è arrivato in Val Pellice diverse volte ma solo di passaggio. Predazioni ce ne sono, da una decina d’anni succede che si facciano vedere e che attacchino. Quello che trovo strano è che in Val Chisone, dove lavoro, il lupo si è insediato da quasi vent’anni e non c’è mai stato un gran rumore, qui sono bastate poche predazioni per sconvolgere tutti i bar della valle e mettere in moto associazioni di allevatori e giornali. Si parla di paura, di lupi che mangiano i bambini e di stragi, sono tutti argomenti che stuzzicano la fantasia.
È innegabile che il ritorno del lupo sia una grana in più. È una grana come le altre. Di vite senza grane non ce ne sono, se piove a ferragosto con chi se la prende un rifugista?

Passione per un mestiere antico tra lupi, veleni e denunce.

2016 08 14 Pis della Rossa
Giovannino e Sabina Melli
Allevatori: 152 bovini tra vacche, manze e vitelli; 600 ovini, 50- 60 capre. Gli animali in asciutta al colle Armoina con le pecore, gli altri a tiro di mungitrice.
La figlia segue il caseificio e la vendita, il figlio sta con le pecore al pascolo e la sua fidanzata fa il formaggio. Tutta la famiglia è coinvolta in azienda estate e inverno.
Giovannino e Sabina seguono i mercati e il fieno per l’inverno.

Giovannino e Sabina Melli
Giovannino e Sabina Melli

L’altra settimana la Coldiretti ha organizzato un incontro con gli allevatori al rifugio Barbara per discutere come affrontare il ritorno del lupo. Le proposte: raccolta fondi per cani e recinti; migliorie tecnologiche con marchi per i prodotti; reclutamento volontari per tenere sotto controllo le greggi in cambio di ospitalità in alpeggio.

Una volta salivamo ai primi di maggio ed eravamo gli ultimi a scendere. Adesso saliamo a fine maggio e scendiamo quando scendono gli altri, altrimenti quando rimaniamo solo noi il lupo si attacca ai nostri animali. Abbreviando il periodo in alpeggio, non si riesce a consumare tutta l’erba che c’è e resta lì a ingiallire finchè non viene schiacciata dalla neve. La neve scivola sull’erba lunga e prende la rincorsa facendo cadere slavine dove non c’è n’erano mai state.

È tutto un conflitto: prima vengono assegnati i premi per il pascolamento, poi viene messo il lupo per rendere invivibile il periodo di alpeggio. Dicono di evitare i parti in estate, di prendere i cani, di chiudere nei recinti. I cani li ho presi, vedi questo che bravo che è, sta qui vicino a casa e non dà nessuna noia ai turisti, ma se lo lasci con le pecore scappa e scende per stare qui con noi. Mio figlio non ama questi cani ed è lui che ci deve stare tutto il giorno: disturbano gli animali al pascolo, inseguono la selvaggina e non ascoltano. Alla Gianna l’anno scorso i lupi si erano organizzati dividendosi, due sono andati a stuzzicare i cani e se li sono portati via mentre l’altro colpiva. Anche con i cani non si può star tranquilli e in più sono un problema.

Qui la prima predazione risale a otto o dieci anni fa e anche se quei lupi non si erano fermati in Val Pellice, da allora si sono sempre fatti vivi.
Solo l’altra settimana ne ha uccise tre approfittando della nebbia. Mio figlio è riuscito a fargli mollare i denti da un agnellino ma ormai era troppo tardi e non siamo riusciti a salvarlo.
Una sera, per prendere due pecore zoppe che erano rinchiuse nel recinto in cura, hanno attaccato il maremmano.
È sfrontato. Sta lì e ci guarda, è persino capace di mostrare i denti. Non sono per niente selvatici questi lupi e generano sofferenza.
L’altr’anno ne aveva ferita una a una coscia ma lei era riuscita a scappare. La cercavamo, l’abbiamo cercata per giorni e pensavamo che si fosse persa. Quando l’ho trovata non era ancora morta e i vermi se la stavano già mangiando.
Questo non è un mestiere che si può fare senza passione. Gli animali che ci danno da vivere sono la nostra vita. Ci sono giorni in cui alle quattro del mattino sei già in pista e non riesci a fermarti fino alle due di notte. Vedere un animale in quelle condizioni conoscendone la storia fa male.

È vero che ci sono gli indennizzi ma ci sono molte clausole per ottenere un risarcimento completo: bisogna avere i recinti alti un metro e venti quando il pastore non c’è e un maremmano ogni cento pecore. I recinti così alti si possono montare dove arriva la strada. Le reti pesano e con quei trenta centimetri in più rispetto a quelle ordinarie pesano ancora di più.
L’anno scorso sono rientrati dagli indennizzi settecento euro dopo averne spesi mille quattrocento di assicurazione obbligatoria. Questa storia del lupo è un bel business per molta gente.

D’inverno rientriamo a Bobbio Pellice con i bovini, gli ovini stanno fuori tutto l’anno, li spostiamo dove troviamo l’erba. In molti posti torniamo da anni ma se ne devono sempre trovare di nuovi perché la pianura è diventata un posto difficile per il pascolo. Veleni e diserbanti da tutte le parti: è un mondo di esperti che senza neanche averci mai visti parte a denunciarci per i motivi più vari.
Le pecore sono sotto la pioggia da quattro giorni? Ecco che ci pensa qualche amante degli animali che ci denuncia per maltrattamento senza accorgersi neanche che il pastore è sotto la stessa pioggia dagli stessi quattro giorni.
Le pecore sono senz’acqua da un giorno? Ecco che ci pensa qualche amante degli animali e scatta un’altra denuncia. Posso garantirti che se i miei animali hanno bisogno di acqua, gliela faccio trovare e che se invece stanno pascolando un’era troppo pesante da digerire, lo faccio apposta a non fargliela trovare. Non mi interessa cosa pensa uno che non ha mai visto una pecora, mi interessa che i miei animali stiano bene e certe volte l’acqua può essere causa di coliche.
L’inverno passa così: sfuggendo alle denunce e ai veleni e l’estate passa così: sfuggendo ai lupi e alle tempeste.

Ma queste persone come fanno a pensare che noi trattiamo male i nostri animali? Anche solo per interesse, ci conviene trattarli bene, altrimenti non rendono.

Cosa fa un pastore?

2016 08 11 Carla Manzon
Allevatrice di pecore.
Borgata di Sestriere

Sembra che non stia facendo niente. È seduta e immobile e guarda il gregge di pecore che si muove nel pascolo lì sotto. Scarponi ai piedi, i cani vicini, lo zaino in spalla, la felpa addosso anche se fa molto caldo, il bastone.
Quando arriva l’ombra, quella nuvola di animali si ricompone e prende la strada di casa. Entrano nel recinto, lei lo chiude e in mezzo al mucchio sceglie una per volta tre pecore, le fa stendere a terra e gli medica i piedi.
Un gregge di pecore tutte identiche per un profano, è un popolo di individui per il pastore. Ottocento pecore sono 3200 piedi. Mentre sembrava che non stesse facendo niente, lei ha visto che tre di quei piedi avevano qualcosa che non andava. Non può farlo chiunque.

Carla Manzon con i cani che la aiutano a condurre il gregge.
Carla Manzon con i cani che la aiutano a condurre il gregge.

La prima pecora se la sono presa nel duemilasei alle porte del paese, poi un’altra, poi altri due. La nebbia semplifica la vita del lupo ma lui non si spaventa di attaccare anche in pieno sole. Le pecore non fanno come le mucche che si mettono tutte insieme e lo caricano, stanno lì attonite e lo guardano. Scappano solo dopo che una scappa e sè quella che parte è una testa matta e va a infilarsi in posti pericolosi, la seguono in posti pericolosi. Da quando è tornato sono cambiate molte cose, non puoi mai lasciarle da sole, prima mungevo e facevo il formaggio come avevano sempre fatto i miei, poi non sono più riuscita a star dietro a tutto. Un po’ per il lupo, un po’ per seguire tutto da sola, ho lasciato perdere.
– Oltre ai due cani per condurre le pecore, adesso ci sono due maremmani ma vedi cosa succede?
Sotto di noi in quel momento sono passati due turisti e i maremmani gli sono volati contro. Loro si sono fermati spaventati e prima che i cani si allontanassero è passato un buon momento, Carla era pronta a intervenire ma non si è mossa.
I maremmani non sono tutti uguali, qui c’è ne sono due, uno lo lascia a Chieri a guardare la casa perché se lo porta qui rischia di passare dei guai, è troppo aggressivo. Uno lo lascia all’alpeggio con gli agnelli e i capretti perchè non ascolta Questi due lavorano bene.

Se le difese del bestiame consistono in materiali sempre più complicati da gestire e spese di personale, molti allevatori cambieranno mestiere.
Ci sono già molte altre difficoltà, malattie genetiche che arrivano da non si sa dove, affitti che aumentano, prezzo della lana talmente basso che viene quasi voglia di buttarla via e una solitudine di fronte alle difficoltà che fa sentire proprio inermi.

Quest’estate al momento di salire in alpeggio sono stata male, così male che non potevo più fare niente e ho dovuto andare in ospedale proprio quando avrei dovuto seguire i miei animali al pascolo. Per i primi giorni ci ha pensato mia sorella che abita qui vicino e poi ho dovuto assumere due persone per star dietro a quello che di solito faccio da sola. Mia sorella gli portava pranzo e cena e loro stavano a casa mia. Queste due persone sono rimaste qui anche quando sono uscita dall’ospedale perchè ero ancora troppo debole per seguire il gregge e facevano i loro orari facendosi accudire. Non avevano occhio e quando sono arrivata molte pecore erano zoppe e tutte erano dimagrite molto. Loro le portavano al pascolo in orari in cui di solito le pecore si nascondono all’ombra e i cani non li ascoltavano. È stato molto duro vedere il mio gregge in quelle condizioni e non poter fare niente. Man mano che riprendevo forza ho cominciato ad andare al pascolo con loro e a farmele catturare per medicargli i piedi e li ho licenziati appena possibile. Adesso che sono da sola le pecore stanno di nuovo bene, riesco anche a trovare il tempo di sbrigare qualche commissione. Adesso sto bene. Aver vissuto cosa significa stare davvero male mi fa sentire anche meglio ma è una condizione indispensabile per far stare bene tutti questi animali. Certe cose non le puoi sapere prima.
Un giorno ero al pascolo e ho visto arrivare l’auto di uno dei due, non si è fatto vedere e se n’è andato. Quando sono tornata all’auto l’ho trovata tutta coperta di scritte incise con un coltello. Adesso è così e devo trovare un carrozziere che me la metta a posto. Lui non ha ammesso di essere stato lui. Spero di non rivederlo.

Quello che sa delle pecore un pastore figlio di pastori non è quello che gli è stato detto, è quello che ha imparato.
Quello che sa delle pecore un pastore figlio di pastori non è quello che gli è stato detto, è quello che ha imparato.

Preferisco l’autunno che la primavera, qui arriva una pace, delle giornate terse..quella bell’arietta di ottobre con il cielo limpido dell’autunno scorso fa dimenticare tutto quello che non va.

La gente alla festa di Santa Elisabetta

2016 08 12 la gente della festa di Sainte Elisabeth
La Montette

Col du Mayt
Col du Mayt

Discesa dal col du Mayt mezza demolita dall’andirivieni delle pecore che vengono recintate ogni sera intorno alla capanna del pastore che si trova un vallone più in là. L’ultima franetta ha reso proprio impossibile capire da che parte andasse il sentiero e me lo sono inventato scendendo nei prati di erba gialla e liscia.
Il piano era di accamparsi alla cappella di Sainte Elisabeth a picco sotto di me. Vedo il tetto già da un po’ ma vedo anche molta gente che arriva e mi guarda scendere con il naso all’insù, sembrano scout. Sono scout di Lille che sono scesi qui in Queyras per un campo di servizio di tre settimane. Prestano la forza del loro gruppo all’Association pour la preservation du patrimoine du Queyras, un associazione di volontari che da vent’anni rende al proprio territorio tutte le sue energie, restaurando cappelle, sentieri e ponti che altrimenti andrebbero in rovina.
Il cantiere aperto in questo momento è una via crucis monumentale sopra Abries e oggi questi ragazzi hanno spostato pietre per tutto il giorno.
Saint Elisabeth è stata messa a posto dieci anni fa, unico edificio superstite di tutto il villaggio che è stato bombardato fino alla distruzione totale alla fine della guerra. È un paese verticale, i viottoli girano a monte di quello che resta di quei mucchi di pietre, tavole di larice e ferramenta ritorto e si precipitano verso il fiume. Terrazzamenti verticali a loro volta sostengono fazzoletti miseri di terra in piano. Valeva la pena di sforzarsi così tanto per vivere qui? La fontana spruzza un bel getto di acqua molto buona e lì sotto ci sono ben due torrenti.
Sainte Elisabeth sta in cima al triangolo.

Jan Luc Grizolle e Mario Falchi
Jan Luc Grizolle e Mario Falchi

Oltre ai personaggi notevoli dell’associazione e alle poche persone del paese sottostante, si trovavano lì Jean Luc Grizolle, parroco del Queyras e Mario Falchi, un professore di biotecnologie di Milano in pensione che per passatempo è diventato il responsabile dell’aspetto storico del parco del Queyras e ha voce in capitolo in molte associazioni di questo dipartimento.

Passerò solo questa sera in Queyras e ascolto i discorsi di questi personaggi mentre Isotta bruca intorno alla fontana.
– gli allevatori non vogliono prendere i patou, sono pericolosi con i turisti e ci sono già stati dei casi di aggressione. Inoltre se accettassero i patou, vorrebbe dire che hanno accettato il lupo e non è così.
– È più facile che se vedono un lupo lo facciano sparire prima che qualcuno se ne accorga, altrimenti è la fine, cominciano ad arrivare forestali, esperti e controlli a non finire e non si riesce più a lavorare.
– Gli ecologisti lì si lascia parlare, tanto con quella gente è inutile discutere. Nel parco c’è solo gente così, vengono da fuori, non conoscono il territorio nè gli interessa, sono pieni di buoni sentimenti e prendono tutte le decisioni senza alzarsi da dietro la scrivania.
– All’inizio il parco era diverso. Philippe Lamour, il primo direttore aveva scelto il personale tra gli abitanti dei villaggi, era gente del paese e camminava tutto il giorno, poi hanno cominciato ad arrivare impiegati di città per gestire chi stava sul territorio e altri ancora a gestire quelli che gestivano e alla fine non serviva più che nessuno camminasse, l’importante era trovare lo stipendio per questi personaggi qui. Adesso è così.
– Il lupo lo hanno portato in Mercantour dei pazzi ecologisti italiani. Portandolo lì erano sicuri che si sarebbe insediato bene, le montagne sono foderate da greggi che li hanno subito messi a loro agio e da lì si sono sparsi in tutta la Francia.
– Da quando è tornato il lupo molti allevatori hanno cambiato mestiere e adesso le montagne più impervie sono in balia delle piante pioniere e gli alpeggi sono occupati da pastori della foce del Rodano che caricano qui gli animali in estate e poi se ne vanno e non hanno nessun contatto con la gente dei villaggi.

Il fuoco acceso dagli scout scalda e ascolta i loro canti
Il fuoco acceso dagli scout scalda e ascolta i loro canti

Ho sentito molte cose ma ero stanca e lì non sarei sicuramente riuscita a dormire, mentre tutti cantavano belle canzoni intorno al fuoco ho riempito la borraccia, sellato Isotta e sono partita nella notte in cerca di un prato in piano.
Chissà se ci fosse stato qualche altro personaggio del parco che cosa non sarebbe venuto fuori. Sotto le stelle le parole mi facevano scoppiare la testa come lapilli di una polveriera.
Un bel prato in piano c’era. Eravamo ormai vicine alla Guil. Non ho montato il telo, mi sono svegliata con tutto asciutto.

Il lupo c’è anche se non si vede

2016 08 10 Stefano Polliotto
Carrozziere di mestiere, fotografo naturalista di anima e corpo.

Stefano Polliotto
Stefano Polliotto

Il padre era cacciatore, da quando era piccolo è sempre andato a cercare gli animali con lui, un giorno ha preso una reflex di quelle abbordabili, una Yashica con l’obiettivo di 35mm ed è andato da solo a cercare cervi. Per fotografare i cervi senza farli scappare con quel l’obiettivo ha dovuto affinare tutte le capacità apprese dal padre negli anni. Con il tempo si è procurato attrezzature professionali ma quell’abilità di nascondersi ai selvatici è quella che gli permette anche adesso di avvicinarsi ai lupi senza che se ne accorgano.
I primi video li ha girati nel ’91 sul bramito del cervo, dal ’93 ha cominciato a trovare zampe e pezzi di carcasse, pensava che fossero opera di cani reinselvatichiti. Solo nel ’97 si è saputo che i lupi erano tornati e ha iniziato a cercarli.
L’equipaggiamento che si porta dietro nelle sue uscite consiste in telecamera, ottiche, cavalletto e viveri e pesa tra i 14 e i 15 chili.
Suo padre non è più cacciatore ed è in pensione e adesso si diletta ad occupare il suo tempo libero andando in avanscoperta in cerca di lupi mentre lui è in carrozzeria a lavorare.

Un vento che porta via, gli ultimi aghi dei larici si staccano in un baluginare dorato, la foresta lascia scoprire il panorama che ha nascosto per tutta l’estate, il rumore dei rami che fischiano e sbattono copre anche quello dell’autostrada che corre nel fondovalle ottocento metri più in basso.
Un capriolo con la coda controvento sta immobile e aspetta che tutto si calmi. Pochi metri più in là un lupo sta seduto e aspetta che tutto si calmi. Sopra di loro Stefano riprende la scena e non si muove neanche lui. Colori della terra: oro, bronzo, marrone, argento e grigio. Colore del cielo: azzurro quasi blu.
Passi di due persone che parlano ad alta voce con zaini e vestiti variopinti solcano il sentiero sottostante ed escono di scena. Il capriolo li segue con lo sguardo e sta lì, il lupo anche, loro non sapranno mai quanti esseri li hanno guardati mentre passavano.
Un vento che porta via. Gli esseri animati immobili, solo i loro peli arruffati fanno capire che non sono statue, gli alberi in un continuo ondeggiare e sbattere.

Quattro gennaio millenovecentonovantotto, risalivo dal Puy e mi tenevo in cresta perchè ero arrivato fin lì senza racchette nè ski e negli avvallamenti la neve era troppo morbida per tenermi a galla. In un attimo sono apparsi e scomparsi diciotto cervi al galoppo in salita che risalivano da quel vallone lì davanti. Dietro di loro c’erano tre lupi. Sono passato di corsa proprio da qui per aggirarli e riprenderli ma sopra al lago si sprofondava e sono finito nella neve fino alla cintura. Alcune immagini erano rimaste intrappolate nella telecamera, sono tornato giù e non ho detto niente a nessuno per qualche giorno prima di decidermi.
Nei primi anni li ho visti tre o quattro volte all’anno con una media con cento, centoventi uscite, nel 2008 una ventina di volte. Nell’estate 2010 avevo trovato il rendez-vous dove sono cresciuti i cuccioli e li ho visti quasi ogni volta che sono uscito. Quell’estate ne erano nati nove: uno sproposito, li ho seguiti fino all’inizio del 2011 ma erano sempre di meno, due sono finiti sotto a delle auto, altri cinque uccisi o avvelenati, di due si sono perse le tracce, poi non ho più trovato neanche gli esemplari alpha. Solo più uno rispondeva agli ululati ma era un verso disperato, probabilmente era la femmina perché dal 2013 è arrivato un maschio dalle Marittime e la nuova coppia ha formato il nuovo branco.

Territorio di caccia
Territorio di caccia

Quell’inverno ero sulle tracce di un lupo che viaggiava spedito con una meta precisa e l’ho trovato che scavava sotto le pietre di fronte a una postazione per cacciatori a vista di un’altana. Sotto quelle pietre c’erano i resti di un altro lupo a cui erano stati portati via testa e coda e di cui nel giro di poco sarebbe rimasto ancora meno.

Mi è sempre piaciuto riprendere animali difficili da avvicinare, il cervo all’inizio era difficile, adesso mi capita che inseguendo le tracce dei lupi mi trovo a passare attraverso il branco, loro non si spostano neanche e non mi fermo neanche a fotografarli. I lupi li ho trovati ma continuo a cercarli credo che sia il loro sguardo a catturare. È uno sguardo diritto che ipnotizza. È intelligente e difficile da vedere e sorprendere.

Penso che sia arrivato spontaneamente di valle in valle, se lo avessero messo si sarebbe spostato, con gli spostamenti che è in grado di fare e con la testa anarchica e imprevedibile che si ritrova, non credo che si possa dire a un lupo dove stare e cosa fare.

Era agosto, poteva essere il 2000, c’era una di quelle serate culturali per i villeggianti di Oulx e c’erano fior fior di professori che parlavano del ritorno del lupo e di come si stavano modificando gli equilibri della fauna selvatica. I mufloni, introdotti da cacciatori e insediati sullo spartiacque tra Val di Susa e Val Chisone erano in precipitoso aumento quando non avevano predatori ma essendo molto mansueti e originari della Sardegna dove non avevano mai dovuto preoccuparsi di altro che dei cacciatori, avevano subito per primi un’evidente decimazione. I caprioli si erano abbassati di quota ed erano diventati molto più schivi. I cervi continuavano a fare i re della foresta ma anche loro avevano dovuto imparare a spostarsi di più.
Dati e discorsi si alternavano con video commentati personalmente da Stefano che aveva passato due inverni in cresta riprendendo i lupi e da quando sono arrivati non ha mai smesso.
Forse quella sera è cominciato questo viaggio. Ho capito che molte volte il lupo mi aveva vista senza che io lo vedessi e che se avessi mai incrociato il,suo sguardo, lui sarebbe scappato come un’ombra.

fuoco acceso telo tirato cavallo sazio per unire nella stessa avventura uomini cavalli e montagne