Quando ero andata a Santiago, mi sembrava un sogno incredibile raggiungere l’Oceano. Isotta, una cavalla piena di risorse mi ha addestrata alla vita raminga. Dopo grandi avventure, si è meritata la pensione e se la vive da regina, ha 34 anni e non posso più viaggiare con lei.
Toccato l’Oceano, eravamo tornate ad est, non potevamo attraversarlo con le nostre forze.
È ora di tornare indietro
Da quando esiste l’ Oltreoceano, ogni volta che miseria, malattie, disperazione, guerre e dissensi hanno reso invivibile il vecchio continente, passare il mare alla ricerca di nuovi orizzonti è stato occasione di salvezza per alcuni, di avventura per altri, di profitto per chi lo ha cercato.
A un certo punto l’Ovest è finito contro un altro oceano.
Apparentemente nuovi orizzonti non ce ne sono più. Finché tutto è facile, si può rimanere con i piedi per terra. Quando ci si trova sull’orlo, bisogna decidere se farsi tritare o saltare.
Custode è il più giovane e forte dei miei cavalli. Sta bene come mai prima, ma non potrà più viaggiare. Tcigheeree ha bisogno di un nuovo compagno. Devo trovarlo con cura.
Il viaggio attraverso i Balcani è saltato all’ anno prossimo.
Quest’ anno sono senza cavalli.
Ho riaperto il cassetto dei sogni. Dentro c’era una vecchia idea che avevo scartato perché non era possibile realizzarla con i miei cavalli.
Quest’ anno ho tre cavalli, ma sono senza cavalli. Essere senza cavalli per me è essere sull’orlo.
Provo a saltare oltreoceano.
Forza maggiore
Ci sono cose che, o le prendi come sono, o ti schiacciano. Custode non potrà mai più viaggiare, a meno che non succeda un prodigio.
È in una prigione bellissima. È accudito con cure amorevoli, ma non potrà più muoversi. Gli altri cavalli che erano con lui sono bloccati fino a fine giugno.

Inizialmente ho pensato di rinviare la partenza a luglio. Forse succederà una cosa diversa. Risolvo questo disastro e mi metto in pista. Appena avrò le carte in mano e potrò dire cosa ho in mente, lo dirò.

La vita è una e preziosa. I miei cavalli ed io siamo un tutt’uno. Questa separazione è dolore ed esortazione per tutti noi.

La Randonnée des randonneurs 2025

C’erano una volta due cavalli della steppa che sono partiti con me dal cuore dell’ Asia per arrivare fino alle Alpi Occidentali. Dopo due anni a girare nel cortile di casa, ripartiamo per la Randonnée de randonneurs. Andiamo a conoscere Emile Brager in Ardèche e a incontrare altri mitici viaggiatori a cavallo che in Francia ce ne sono di più che in ogni altro paese.
L’ idea è nata nella scorsa primavera, quando sono passati a trovarmi Hube e Irene, una coppia di cavalieri di Steinegg che hanno mischiato le loro vite a quelle dei loro animali da sempre. Loro mi hanno messa in contatto con Emile.

È un manuale scritto dopo il suo viaggio dalla Terra del Fuoco all’ Alaska risalendo le Ande e le Montagne Rocciose.
È insuperabile per la visione e per gli aneddoti della sua esperienza.
Vale sia per i lunghi viaggi che per le uscite di un giorno.
Per chi lo volesse cercare, il sito di Emile è:
emile-brager.org
Lasciamo un paese che a fine agosto sembra a inizio ottobre. Speriamo di trovarlo a inizio ottobre come se fosse fine agosto.

Intorno ai parchi d’Abruzzo

É strano cavalcare per cinquecento chilometri e trovarmi a meno di cinquanta chilometri da dov’ero partita, prima di filare davvero a nord. Non potevo fare diversamente. L’Abruzzo é una regione di parchi giganteschi e molto diversi tra di loro.

Il Parco Regionale Sirente Velino fatto di alti pascoli domina con mentalità arcaica la piana del Fucino dove brulica un’intensa agricoltura.

Il Parco Nazionale d’Abruzzo é sorgente di orsi e camosci protetti con regolamenti che ricalcano quelli di cent’anni fa.

Il Parco Nazionale della Majella palesa il senso di protezione della sua grande montagna su tutti gli esseri che la abitano.

Il Parco Nazionale del Gran Sasso si eleva di fronte al mare come un guardiano e chi ci lavora ne fa un campo sperimentale di buone pratiche per la convivenza di selvatici, domestici, uomini e rocce inaccessibili.

Andiamo avanti e avanti, ma adesso potrò scrivere di piú e mettere al corrente di cosa mi hanno lasciato gli incontri con le persone che curano questi territori.
La sete delle montagne
1922: gli uomini schiacciati dalle turbolenze della prima guerra mondiale e dell’epidemia di spagnola, tornano a sognare e progettare quello che si era interrotto ovunque per anni in cui l’unico pensiero era stato la sopravvivenza.
Tra il fiorire di idee di quegli anni, vengono fondati i primi due parchi nazionali italiani: il Parco d’Abruzzo su spinta di privati ed associazioni, guidati da Erminio Sipari e il Parco del Gran Paradiso su iniziativa del re.
Sono passati cent’anni.

L’idea di festeggiare questo compleanno con un viaggio a cavallo che mi permetterà di collegare questi due parchi, mi obbliga a molte riflessioni su quante cose sono cambiate in questo strano secolo che ripropone simili nuvole tempestose all’orizzonte.
Sono partita il 10 giugno dalla piana del Fucino per arrivare a Pescasseroli il 15, dopo aver attraversato il Parco regionale del Sirente Velino. Il progetto è di collegare i due parchi più antichi, attraversando tutti i parchi Nazionali nati nei secoli lungo la strada e guardando cosa trovo scritto dietro la cartolina di questi posti magnifici in cui ogni pietra e fiore hanno qualcosa da raccontare. Lungo la strada interrogherò le persone che si occupano di territori protetti e non, su tre argomenti che ritengo significativi per andare a fondo su come è cambiata la fruizione e la protezione dell’ambiente in queste quattro generazioni che sembrano tante, ma che sulla linea del tempo non sono neanche un istante.
I tre temi sono: il ghiaccio che se ne va, il lupo che torna, la foresta che invade i pascoli.

Il dono che vorrei costruire camminando è rappresentato da una piccola borraccia realizzata apposta da Teresio Guiffrey, pisteur di Melezet, poeta e fabbro, saldando due fondelli di tubi dell’innevamento desueti e dismessi. In questo contenitore, fatto di materiali pensati per fabbricare neve artificiale, aggiungerò man mano poche gocce di acqua di ogni sorgente, fontanile o fontana che incontrerò lungo la strada.

Foto di Simona Erminia Bramati
A fine settembre farò evaporare il contenuto su un bracere al cospetto del Gran Paradiso, con il sogno che diventi una nuvola, che diventi neve per nutrire il ghiacciaio ormai stanco.
Ormai non ha più senso affliggersi o pensare a come siamo arrivati a questo punto di metamorfosi della natura. Occorre farci i conti e cercare soluzioni che sfondino il cielo plumbeo e ci restituiscano tutte le possibilità che abbiamo sempre avuto di abitare questo mondo con rispetto.
Non credevo e credo sempre di meno all’estremismo misantropo di chi vede nell’essere umano l’unico male del mondo. Credo che sintonizzandoci sulle nostre reali possibilità e pagando agli altri esseri che abitano il pianeta il giusto prezzo per ciò che ci offrono, possiamo fare ancora qualcosa di bello. La questione degli arretrati con cui abbiamo sfruttato oltre misura altri popoli e continenti va affrontata onestamente, credo che sia l’unico modo per avanzare con dignità.
Custode e Tcigherè non si pongono questioni di questo genere. Mi stanno aiutando a realizzare anche questo progetto perchè ormai i nostri destini sono intrecciati da tanti chilometri percorsi insieme.
Custode come sempre avanza con il passo di un metronomo e Tcigherè con quello di un fuoco di paglia, lo fermerò prima che si spenga, so che è fatto così e che adesso ce la sta mettendo tutta. So che quando fa parte della squadra è meglio che quando devo fermarlo. Devo accettarlo così come è.

Isotta Raminga ha trent’anni, dopo tanta strada fatta insieme senza passare mai un’estate in pianura, adesso è a casa, Marco, Silvio, Valeria e Martina si occupano di lei.

Foto di Valeria Fioranti
San Giorgio

Nella storia le parole raccontano che molti eroi tentarono l’impresa di sconfiggere questo mostro che uccideva con il suo solo fiato chiunque incontrasse.
Molte volte, guardandone le rappresentazioni mi stupisce l’incontro degli sguardi di creature diverse che nell’attimo fatale si comprendono. Non mi ricordo di aver visto rappresentazioni in cui il drago é morto. L’attimo é sempre quello prima.
San Giorgio avrà ucciso il drago? O lo avrà addomesticato? O liberato? O chissà?
So che é passato alla storia come santo e mi piace pensare che le conseguenze della sua azione fossero per il bene di tutti quelli che lo hanno invocato nei secoli.
CapoDiPace CapoDiGuerra
Questi sono solo miei pensieri. Il dolore per quello che sta succedendo a tre mesi di viaggio a cavallo da qui, non mi lascia. Le soluzioni intraprese finora per fermare questo macello mi sembra che possano solo accelerarlo e aumentare le perdite in termini di vite umane. Provo a raccontare di altra gente che viveva in modo forse più semplice, forse più vicino di noi al confine tra vita e morte e che forse dava alla vita un valore diverso da noi. Ci provo, ma non sono sicura che c’entri.

I Lakota ritenevano di essere uomini in quanto parlavano tra loro la stessa lingua. Chi parlava un’altra lingua era un nemico. Crow, Pawnee, Piedineri avevano ragioni simili per sentirsi uomini e anche per loro gli altri erano solo nemici. Guardando da fuori ci si accorge subito che erano tutti uomini nello stesso modo e sembra stupido che dovessero combattere tra di loro. Erano società semplici e libertarie le cui scelte venivano valutate da un consiglio di anziani. C’era un capo di guerra che era un uomo coraggioso con una carriera di mirabili atti di valore in favore del suo popolo. A lui era affidata la tattica per guardare i confini del territorio della banda e per difendere la propria gente dai nemici.
Il suo eroismo era subalterno alle decisioni del capo di pace che era un uomo di valore, scelto per la sua saggezza a guidare le decisioni importanti.
Non bastavano i capelli bianchi a fare un capo di pace. Non bastava il numero di piume d’aquila sul casco di guerra per fare un capo di guerra.
Il fatto che fossero due persone diverse e che entrambi potessero essere allontanati con disonore, se mostravano di prendere decisioni o compiere azioni per il proprio interesse, era il motivo di equilibrio in questa società che viene descritta come primitiva.
Mi chiedo: la società occidentale e democratica é capace con tutte le sue strutture di raggiungere questo equilibrio? Cosa le manca? Perché ancora adesso sembrano stupide solo le guerre degli altri e quando potremmo evitarne una, continuiamo a fare il tifo per gli eroi? Crediamo ancora che basti un solo cattivo a scatenare una guerra mondiale? Com’è possibile che, sapendo di essere esattamente come il nemico, riusciamo ancora a pensare di combatterlo in modo così primitivo? Com’è possibile che l’analogo di un capo di pace attuale, oltre a decidere la guerra, si metta a fare anche il capo di guerra? Chi é più primitivo??
Cosa stiamo facendo!

Quando faceva freddo ero tre i grandi fiumi della Russia europea e la ragione del mio viaggio era portare dalla Mongolia alla Polonia una freccia che simboleggiava la pace. I russi hanno dato appoggio a me ed ai miei cavalli, per sostenere un’idea: un’idea di pace e libertà.
La mappa del mondo 5.5

In questi giorni tre anni fa, abbiamo percorso centocinquanta chilometri di questa strada. Le piste erano coperte da un metro di neve e l’unico modo per avanzare era questo. I cavalli filavano a trenta, trentacinque chilometri al giorno. Non fiatavano, non si spaventavano, non erano allegri ma neanche tristi. Avevano la faccia dell’inverno. Io intanto ho avuto modo di conoscere il mondo dei camionisti russi che sono i viaggiatori per eccellenza. Non c’è uno di loro che non abbia manifestato cavalleria e poesia e quell’attenzione del viaggiatore con cui si scambiano informazioni sulla strada, sulle condizioni dei ponti, su tutto quello che serve per andare avanti. I camionisti sono i viaggiatori di questo tempo. Hanno le loro rotte, punti di riferimento, persone che tornano a salutare ogni volta che passano. Non contano più i chilometri e le notti sulla strada. Stentano di ricordare l’ultima notte che hanno passato in un letto.

la mappa del mondo 4 di 5

In un viaggio verso il Massiccio centrale, mi ero trovata ad attraversare le foreste da cui Vercingetorige aveva ostacolato l’avanzata di Giulio Cesare in Gallia tanti secoli prima. E’ una regione davvero perduta e affascinante, percorsa da una rete di piste incantevoli circondate da alberi talmente antichi, che forse qualcuno era già lì quando Vercingetorige ci si nascondeva. Andando verso Florac il calore faceva tremare le distanze e c’è stato un tratto interminabile attraverso la foresta. Credo che ci siano volute quattro ore per attraversarla. Tutto era rallentato. Al ritorno dovevamo percorrere quello stesso tratto, ma siamo partite prima dell’alba e mentre il sole spuntava, dopo un’ora e mezza, eravamo già al castello che ne segnava il limite ed eravamo fresche con i cavalli riposati. Se avessi dovuto disegnare a memoria una mappa di quel tratto di pista dopo averlo percorso all’andata, sarebbe venuto lunghissimo, viceversa se avessi dovuto disegnarlo dopo averlo percorso al ritorno.

Era successo altre volte prima ed è capitato in seguito che lo spazio si dilatasse o restringesse nell’esperienza, a seconda di come stavo io o i cavalli, del meteo, della tensione verso qualcosa. Quella volta era stato evidenziato dall’orologio che mi ha permesso di mettere a fuoco questa idea: lo stesso spazio può essere cose diverse a seconda dell’esperienza, la sua rappresentazione geometrica aiuta ad orientarsi, ma è solo uno strumento. Scegliere dove e come dare volume allo spazio assomiglia a scegliere dove e come dare volume alla vita.