scuola di musette

un cavallo giovane che ha sempre mangiato la pietanza nella scodella e deve imparare a mangiare nella musetta.

per prendere il bestiame i mongoli utilizzano una pertica lunga circa quattro metri, sottile ed elastica. in cima alla pertica è legato un laccio.
il laccio è largo quanto la testa dell’animale da acchiappare
il cavallo preso al laccio viene avvicinato dal pastore che accorcia la distanza scorrendo lungo la pertica e tutto rimane tranquillo
slega il laccio dalla pertica e lo stringe tra le mani a guisa di collare
gli infila la musetta fatta con la tela di un sacco del mangime e un frammento delle lunghe stringhe con cui si chiudono le gher
il cavallo ha capito che non c’è niente di cui preoccuparsi

La valle dei cavalli

Monkho esce dalla gher di Gaby

Sono tornati i cavalli!
La gher con la stufa accesa è come una navicella spaziale, intorno scorrono intere galassie ma finché non apri la porta non puoi avere idea di cosa succede fuori. Questi cavalli senza ferri non fanno rumore sul velluto di bronzo che fodera queste colline.
Esco senza prendere neanche la maglia e uno dei due branchi di Baghy è lí in mezzo alle gher. Il pastore è in sella dietro di loro e li spinge verso la porta. Ne prende al laccio uno, gli mette la capezza e lo porta alla linea di attacco.
Gli altri iniziano ad uscire ma finché lui non gli si mette alle calcagna, vanno qui e là facendo finta di brucare dove non c’è niente da mangiare, al suo arrivo si compattano e il branco sembra muoversi all’unisono secondo un’unica volontà.
-tra i cavalli di Baghy, lui pensa che quello possa fare il viaggio che hai in mente.

Il takh di Baghy

Un piccolino color della steppa, criniera tagliata da qualche mese che si arrampica a spazzola lungo il collo, riga mulina, coda che tocca terra, zebrature sia sugli anteriori che sui posteriori, piedi che non hanno mai visto un ferro con profilo uniforme.
Alla mia richiesta di alzarli per vedere la suola, ha fatto una faccia stupita ma non ha fatto una piega né per gli anteriori né per I posteriori.
Sella, piede nella staffa e via, di là dal fiume fino al traliccio dell’alta tensione: alberi, animali al pascolo, cani che ci rincorrono, altri cavalli che ci vengono incontro, che ci attraversano la strada, che fanno la nostra stessa strada. Quando li vede nitrisce, come per salutare.
Orecchie diritte e sguardo in avanti.
Nessuna paura. Di niente.

Di niente

Giri e rigiri

dal finestrino

Eh, questi cavalli
-ho un fratello che alleva cavalli a 150km di pista da qui. Ne ha più di cento, posso portarti io e vedrai che li trovi.
Viaggio ai 60 70 all’ora su una pista a malapena distinguibile dal resto del paesaggio. Due fenomeni  e un giovane completamente da addestrare legati a una corda, i due non fanno molta strada e il terzo mi sa che non la fa fare a me.
– è da un paio di mesi che nessuno lo tocca
Chiamano un ragazzino per farmi vedere che è un cavallo bravissimo, impiega un quarto d’ora a sellare mentre il cavallo scappa da tutte le parti e ci sale sopra.
– bravo, grazie
Ritorno come l’andata: posti bellissimi alla velocità del frullatore
Ok
- a Kharakhorin trovi di sicuro dei cavalli, basta che vai in una guesthouse e chiedi
500 km di autobus, notte all’unica guesthouse aperta,concluso niente, altri 500 km di autobus.
Intanto mercoledí dovevo andare con July Veloo, una signora canadese che organizza horseback trips a conoscere la sua guida ma ero a vedere degli altri disastri. 
Il tempo stringe e spero che le mie ultime due carte non siano dei pacchi
Oggi un conoscente qui a Ulaan Baatar mi ha detto che un allevatore suo amico è venuto a chiedergli se qualcuno poteva essere interessato a comprare dei cavalli.
-dov’è 
-a 180 km da qui. Quanti te ne servono?
-tre
-allora sei più che a posto, te ne può dare venticinque.
Ok, proprio venticinque in stock sono un po’ troppi.

Andiamo bene. Se non altro in queste odissee sto vedendo molti bei posti ma tutti alla velocità della luce.

 

Aria aperta in un ufficio

in cerca di un veterinario, ho contattato tutti quelli che organizzano horseback trails qui a Ulan Baatar. Ho incontrato molte persone eccezionali. Tutti occidentali trapiantati qui in modo più o meno intenso e legati al mondo dei cavalieri nomadi in modo più o meno effimero. Seguendo questa pista ho avuto l’onore di conoscere Keith Swanson.

-posso farti una foto? -ma non c'è più molto da fotografare qui! -ci terrei -e perchè? -perchè credo che non incontrerò mai nessun altro che ha vissuto 13 anni in Antartide -ok, allora facciamola qui, cosí almeno nella foto ci sono anche i miei cavalli
-posso farti una foto?
-ma non c’è più molto da fotografare qui!
-ci terrei
-e perchè?
-perchè credo che non incontrerò mai nessun altro che ha vissuto 13 anni in Antartide
-ok, allora facciamola qui, cosí almeno nella foto ci sono anche i miei cavalli
  • vivo qui da diciotto anni.
  • e hai sempre fatto questo lavoro?
  • qui sí
  • da che parte vieni dell’America?
  • dalla costa orientale ma la mia famiglia si è trasferita in Idaho e ho sempre vissuto lí
  • andavi a cavallo in America?
  • la prima volta che sono salito a cavallo avevo quattro anni. Mio padre è un uomo di cavalli.
  • che posto era quello in cui vivevi laggiù?
  • era al limite dell’area wilderness del Parco Nazionale del Fiume del non Ritorno. In quell’area non ci sono strade, non ci sono paesi, non ci può vivere nessuno. È un territorio protetto dalla civilizzazione. Ci ho lavorato come ranger finchè non sono partito per il polo Sud
  • e cosa facevi al polo Sud?
  • l’istruttore di tecniche di sopravvivenza e lo station manager in tre diverse stazioni: prima quella americana, poi quella della Nuova Zelanda e negli ultimi anni quella di Greenpeace
  • per quanti anni  hai vissuto in Antartide?
  • 13 anni
  • e  poi sei arrivato qui in Mongolia?
  • no, prima sono stato ingaggiato dal Sultano dell’ Oman per dirigere i ranger di un’area protetta di 35000 ettari per la preservazione dell’orice.

Ero sbalordita. Credo che per raccontare la vita di un uomo cosí non basti una vita. Quell’uomo era lí davanti a me e abbiamo bevuto un tè insieme mentre la sua segretaria sorrideva quando gli chiedevo di tradurmi alcune semplici espressioni in mongolo. È talmente semplice e forte che è stato la prima persona che ha proposto solo soluzioni a tutte le questioni che gli ho sottoposto e non è andata a sollevare questioni scontate. Ogni domanda un punto.

Un enorme passo in avanti è stato il numero di telefono di uno dei suoi due veterinari, l’ho incontrato, qualcosa può fare ma per la burocrazia devo ancora andare avanti. Procedo piano.

Oggi la mia giornata ha sfiorato altre storie che devono ancora svilupparsi.  Prima che me ne andassi, Keithnha detto

-i mongoli amano l’avventura, quella che hai in mente è un’avventura, vedrai che saranno dalla tua parte

Per chi volesse farsi un’idea di quello che fa adesso, questo è il suo sito:

Home

La fabbrica di gher

5 giorni a Ulan Baatar per organizzare la spedizione di una gher in Italia.

la gher è la tenda di feltro in cui vivono i nomadi di queste steppe. È costituita da una struttura di legno (molto raro da queste parti) e da una copertura di feltro. Al mercato vanno come il pane. C’è un intera area dedicata ai materiali per costruirle, ripararle e arredarle (dalla stufa per scaldarsi al pannello solare per alimentare il televisore al plasma dove ogni sera ogni mongolo rimane incantato a seguire serie truci e sanguinolente piene di eroi e disastri). Sono cinque i principali rivenditori di gher tradizionali. Capire come muoversi e a chi rivolgersi non era scontato.

Alfredo l’ho incontrato con impazienza la prima volta che sono venuta qui dieci anni fa. È di Milano. I gradini che lo hanno portato qui sono una tesi su Giovanni da Pian del Carpine e una sete di scoperta che lo ha portato a viaggiare per tutta l’Asia. Da più di dieci anni insegna italiano all’Università di Ulan Baatar e vive qui. Come lui ci sono altre persone che si sono trasferite in Mongolia per affari, per affetto, per stare vicini a questi posti.

La tenda alle spalle di Froit è di sua progettazione e realizzata dal suo staff mongolo. È venuto a ritirarla un ragazzo che tra due settimane partirà con altri quattro di tutto il mondo è dieci cammelli per attraversare l'Asia e raggiungere Londra tra tre anni sulla via della Seta.
La tenda alle spalle di Froit è di sua progettazione e realizzata dal suo staff mongolo. È venuto a ritirarla un ragazzo che tra due settimane partirà con altri quattro di tutto il mondo è dieci cammelli per attraversare l’Asia e raggiungere Londra tra tre anni sulla via della Seta. La loro avventura sarà raccontata sul sito www.steppestothewest.com

Uno di loro è Froit: un vikingo. Nato e vissuto in Olanda dove ha trascorso gli ultimi dieci anni in una gher costruita da lui sotto il livello del mare, si è trasferito qui dopo aver sposato una donna mongola. Si sono costruiti una casa che assomiglia a un vascello pirata nel posto più lontano dal mare che si possa immaginare. Per vivere costruiscono gher e altre tende costruite con l’idea di durare nel tempo e le spediscono in Europa. Le loro gher sono diverse da quelle tradizionali perchè sono impermeabili e il legno della struttura non è verniciato. Ai nomadi non piacciono perchè non sono tradizionali. In Europa sono l’unica soluzione per chi vuole vivere in queste tende perchè il nostro clima è troppo caldo e umido perchè il cotone e la lana possano resistere da soli all’aria aperta. Le ha chiamate euro-gher. Le tende da campeggio che vengono fabbricate in Europa sono certificate per un utilizzo di una settimana all’anno. Con un utilizzo superiore, si disintegrano rapidamente, perdono l’impermeabilizzazione, si disintegrano cuciture e connessioni tra le bacchette. Solo i mongoli sono abituati a pensare che una tenda deve deve durare.

Il laboratorio di Froit che sta finendo di costruire una tenda con una donna del suo staff. In tutto sono otto persone che lavorano insieme da dieci anni.
Il laboratorio di Froit che sta finendo di costruire una tenda con una donna del suo staff. In tutto sono otto persone che lavorano insieme da dieci anni.
  • quelle tende le avete fatte voi?
  • no, non vedi che sono tutte dipinte? Sono gher tradizionali, fino all’altra settimana erano tre, una la utilizzavano solo da cucina. È una famiglia, i genitori vivono nella tenda di destra che è molto più vecchia, il figlio si è sposato quest’anno e per il matrimonio gli è stata donata la gher nuova.
  • Quella di destra è stata preparata per l’inverno, vedi che hanno ammucchiato tutta la terra intorno alla copertura esterna? E lo vedi quel blocco di cemento sulla sinistra?
  • no.
  • sí, guarda bene, è uno di quei tubi di cemento come se ne trovano sparsi ovunque! Serve per dare aria alla stufa anche con tutto il bordo sigillato.
  • La terra al bordo spinge sulla struttura e tende a farla collassare verso l’interno. A fine inverno tutte le gher sono schiacciate alla base verso l’interno e allo stesso modo a fine estate sono spanciate perchè non c’è niente che tenga in posizione il grigliato  di legno che sostiene la copertura.
  • sono vicini, sono gentili con noi anche se sono straniero e a volte ci permettono di utilizzare lo spazio del loro recinto per montare le tende prima che le spediamo in Europa. Dobbiamo sempre provarle per verificare che sia tutto a posto.
Gher giovane e gher vecchia.
Gher giovane e gher vecchia.

Città di confine

Olgi: nel nulla pieno di bellezza. Farwest della Mongolia.
Olgi: nel nulla pieno di bellezza. Farwest della Mongolia.

2017_09_28 Olgi
Immaginare il giorno in cui è nata una città in questo posto è come immaginare quello in cui qualcuno deciderà di andare a vivere su un altro pianeta. Immaginare queste lande rocciose foderate di erba e di greggi al pascolo in questa stagione è moltbo difficile: ogni filo di erba è stato mangiato.
Nella sua distanza da ogni cosa Olgi è molto bella ma non c’è traccia di cavalli. Ho trovato solo uno zoccolo putrescente in un mucchio di rifiuti. Credo che non molti anni fa fosse normale incontrare gente a cavallo in città, adesso persino le moto sono rare.
Ho l’impressione che la fine del mondo che cerco qui sia già passata e dimenticata e questo mi rattrista molto.
Nei prossimi giorni si terrà sulla collina a est del villaggio il festival delle aquile: una gara in cui falconieri a cavallo lanciano le loro aquile a caccia di lupi. Dal numero di occidentali presenti in paese, ho l’impressione che sarà un momento museo in cui far rivivere agli spettatori le briciole di un mondo scomparso.
Arrivando qui e trovando poche gher a parte quelle per i turisti, nessun cavallo e un signore mongolo che mi invitava al festival indossando un cappotto nero con 4 gemelli ai polsini, ho avuto un brivido. Quando ha interrotto la conversazione per rispondere all’iPhone con l’auricolare wireless, l’ho salutato con la mano e sono fuggita.
È sacrosanto: perché dovrebbero continuare a vivere come hanno vissuto per millenni, dal momento che ogni straniero che arriva in questo far west sembra cosí ricco e felice? Per far pensare al mondo che da qualche parte esistono ancora dei nomadi? Perché combattere il freddo con la stufa in una tenda senza finestre, quando esiste l’impianto di riscaldamento donato decenni fa dall’URSS?
Il passo successivo quale sarà?

Svuotare un deserto è un attimo, far fiorire un deserto è un’ impresa.

Gher di città
Gher di città

Una storia dalla Manciuria sul senso della Natura

Yanp Hu. Mancese. Trapiantato nella Cina produttiva dove a sua volta, per vivere, produce. Allestisce materiali per ottenere biciclette pieghevoli che partono in gran parte verso il mercato occidentale.

– Ma lo sai dov’è la Manciuria?
– E tu lo sai il cinese?
– Sí, lo scrivo anche.
– Eh, ci sono parecchie lettere da imparare!
– Sí, ognuna è una storia.
– Noi ne abbiamo solo 21
– Neanche 25?
– No, se non si contano le parole straniere. Siamo poveri di lettere!
– Le storie le avete lo stesso.
Poi gli ho chiesto cos’era successo in Manciuria con il comunismo.
– come viveva prima la gente?
– Di caccia e soprattutto di pesca. Tra le tradizioni della mia gente c’era la caccia con le aquile.
– Tu sai cacciare? No, con l’arco no, tutto quello non c’è più. Non ci sono neanche più gli animali. L’orso è estinto, il lupo anche, prima di tutti la tigre e anche gli altri animali sono scomparsi.
– Sono stati i mancesi a farli fuori?
– No, sono stati i soldati, se vai nella Manciuria russa li trovi ancora tutti: la tigre, l’orso e il lupo e tutti gli altri.
– Ma ancora adesso funziona cosí?
– No, adesso sono protetti, tanto non ci sono più.
– Se in Russia ci sono ancora, torneranno anche in Cina, ci metteranno meno di quanto non si possa immaginare ma sarà comunque troppo. Quando torneranno nessuno sarà più abituato alla loro presenza.
– Non so se torneranno. So che intanto, con le restrizioni sulla caccia è stata interdetta anche quella tradizionale con le aquile.
Ogni anno in questo periodo viene in Mongolia per ‘stare lontano dalla Cina’, l’inquinamento laggiù è insostenibile e l’unico modo per non subirlo è allontanarsene.

Mister Zhao.  Foto Yanp Hu.
Mister Zhao.
Foto Yanp Hu.

Qui di seguito lascio leggere a chi ne avrà la curiosità un documento da lui pubblicato in inglese per raccontare che cos’è la Manciuria a chi non lo sa.

https://lh5.googleusercontent.com/wuTP2KyfEsNOvqN7yonoDGXizCmq0mODbEd9cytvnh5oE1FVO92fUZAGx0rGg_clCruCNVa9RxTKtVxxH9hqZXSBwPmh1wE_gwnkD9hFUcwAgldO5sUP_cRgM_4ccgdG8MVsv3O

L’unica cosa che sapevo io era una storia raccontata da Walt Disney cartoon con il film Mulan: delicato, poetico, apparentemente attinente a una storia vera, ma lui non ne sapeva niente.

UB

l'antico nome della città è Urga: Grande Accampamento. Ulan Baatar viene con Il dominio russo. Il comunismo non precede i nomadi. Casermoni prefabbricati pretendono di sostituire le gher per decenni senza riuscirci. Il post comunismo reimpose la città di grattacieli. Non può torn are Urga. Rimane Ulan Baatar, nel nome di un eroe che è solo più una statua.
l’antico nome della città è Urga: Grande Accampamento. Ulan Baatar viene con Il dominio russo. Il comunismo non prevede i nomadi. Casermoni prefabbricati pretendono di sostituire le gher per decenni senza riuscirci. Il post comunismo reimpose la città di grattacieli. Non può torn are Urga. Rimane Ulan Baatar, nel nome di un eroe che è solo più una statua.

Ulan Baatar: capitale della Mongolia. Significato: Eroe Rosso. Sukhbaatar: colui che ha salvato la Nazione mongola rimettendola ai ‘liberatori’.

UB per gli amici. ‘You Be’. Che tu sia. Uno strano imperativo nell’acronimo anonimo assegnato dai nuovi ‘liberatori’ .

E Il cielo è sempre più blu
E Il cielo è sempre più blu

fuoco acceso telo tirato cavallo sazio per unire nella stessa avventura uomini cavalli e montagne