Il lupo e altre storie

Venerdì 7 aprile ore 21
presso la Castiglia di Saluzzo in piazza Castello
racconterò cosa ho sentito dire del lupo dalla Slovenia alle Alpi Marittime con l’aiuto di Enrico Camanni e Luca Giunti
Ingredienti:
– il ritorno del lupo
– le Alpi selvatiche
– un viaggio a cavallo tra forestali, cacciatori, pastori e guardiaparco

Il lupo e altre storie
Il lupo e altre storie

sei appuntamenti per raccontare il lupo e il suo mondo
info +39 0175 4670 iat@comune.saluzzo.cn.it

Criminali innocenti

Nessuno di noi è innocente, questa vita così strettamente connessa al nostro lavoro non è riconducibile a nessuno schema. Ogni volta le soluzioni sono da inventare al limite dello schema.
– Candido, pastore del Lagorai-

Fulvio Benedetto, pastore dell'Alpe Jouglard. L'unico momento dell'anno in cui vive in una casa con quattro pareti e un tetto è l'estate. Portando il gregge per tutto il resto dell'anno a inseguire l'erba dalla Val Chisone a Vallandona in provincia di Asti, porta la roulotte con tutto il necessario per vivere e trasportare il materiale per i recinti e gli agnelli da un pascolo all' altro. Le pecore devono mangiare tutti i giorni e, quando sono tante, l'erba finisce in fretta.
Fulvio Benedetto, pastore dell’Alpe Jouglard. L’unico momento dell’anno in cui vive in una casa con quattro pareti e un tetto è l’estate. Portando il gregge per tutto il resto dell’anno a inseguire l’erba dalla Val Chisone a Vallandona in provincia di Asti, si sposta con la roulotte con tutto il necessario per vivere oltre a trasportare il materiale per i recinti e gli agnelli appena nati. Le pecore devono mangiare tutti i giorni e, quando sono tante, l’erba finisce in fretta. Foto Paolo Bosio

Fermarsi sul prato di uno sconosciuto che non ha dato l’autorizzazione è reato penale.
Passare da un posto a un altro spostando a piedi un migliaio di pecore è un’impresa sempre più difficile.
I passaggi sui canali che sono sempre serviti per muoversi tra i campi, sono sempre di meno, crollano e non vengono ripristinati. I grandi trattori che rendono possibile l’agricoltura moderna non hanno bisogno di scorciatoie ma di strade larghe e possibilmente asfaltate.
Con l’ aumentare delle aree interdette al pascolo, aumentano i chilometri da coprire per spostarsi da un posto a un altro. Pecore più deboli e agnelli soccombono facilmente.
Se una pecora cade in un fosso, le altre la seguono e si ammassano una sull’ altra fino a soffocarsi e stritolarsi a vicenda.
Diserbanti e trattamenti sono veleni che restano attaccati alla terra e possono intossicare gli animali.

Alcune famiglie sono rimaste unite tramandando il mestiere di padre in figlio e grazie al numero, riescono a sopperire al bisogno di manodopera. Altre famiglie si sono polverizzate nella civilizzazione, attratte dalla fabbrica, dallo studio, dalla prospettiva di una vita tranquilla.
Un pastore da solo è obbligato a fermarsi o ad assumere personale. Il personale disposto a lavorare nelle condizioni precarie che questo mestiere impone e ai prezzi che i pastori possono permettersi di pagare è prevalentemente formato da extracomunitari e si ferma quel tanto di cui ha bisogno per trovare un altro lavoro e poi svanire o tornare con denunce di sfruttamento di manodopera in nero e altre accuse costose da riparare, difficili da evitare.

Un mondo stanziale non è più in grado di comprendere la fame di erba delle ultime greggi transumanti che attraversano la civilizzazione.
Il pastore vagante percorreva vie di transumanza che vedevano passare decine di migliaia di erbivori ogni anno, in autunno verso la pianura e in primavera verso i monti. Queste vie sono amputate in più punti e costringono gli ultimi pastori a inventare soluzioni che gli permettano di superare le aree ostili. La soluzione più semplice è sospesa sul rapporto umano, finché un pastore ha come meta un pascolo dove sa di essere ben accolto è tutto in discesa. Negli anni si creano legami simili all’amicizia e tutto va bene. Non sempre è così, ci sono aree dove un pastore è atteso tutto l’anno e quando arriva gli si va incontro con un termos di caffè bollente ogni mattina e altre dove lo stesso pastore è atteso dietro finestre socchiuse prontamente sbarrate appena lui vi rivolge lo sguardo. Lì non si aspetta altro che lui esca dal binario per volargli addosso con tutte le ragioni del mondo e con un’acredine covata per mesi. Le aree ostili si allargano e incancreniscono aumentando il disagio di questi spostamenti con denunce e dissapori.
Non intendo sostenere che ogni pastore vagante sia un esempio di correttezza e buone maniere. Facile che non lo sia. Facile che tra loro ci siano dei veri criminali che approfittano della mobilità insita nella loro vita quotidiana per compiere le peggiori nefandezze. Tali nefandezze sono in genere pascolo su terreno altrui senza autorizzazione del proprietario, abbandono di pecore morte lungo la strada, ostruzione del traffico, imbrattamento del manto stradale; alcuni vanno sistematicamente fuori misura per ognuno di questi capitoli, altri sforano e poi rientrano nei ranghi. Può succedere che le pecore lasciate in un recinto vicino alla ferrovia, escano dalla rete andando a ostruire i binari. Se il macchinista tira dritto, il danno sono le pecore morte e la storia finisce lì. Se il macchinista ferma il treno e si aspetta personale in grado di tirare via tutte le pecore spiaccicate dai binari, il ritardo del treno va ad aggiungersi al danno della perdita di animali e si tratta di multe oltre l’immaginazione.
Il pastore che si sposta con il gregge è da guardare in fotografia e nei documentari, trovarsi alle sue spalle mentre attraversa un ponte impiegando dieci minuti a far scorrere il suo fiume di pecore, fa andare in bestia ogni civile cittadino.
Gli animali sporcano, gli animali puzzano, gli animali muoiono. Allevare e macellare sono attività di altri tempi. La carne, i pochi che la mangiano ancora, la trovano impacchettata in candide vaschette esposte in enormi frigoriferi illuminati al neon. La carne di pecora la mangiano prevalentemente gli extracomunitari e se ne riforniscono da circuiti da loro organizzati.

Per millenni l’uomo è vissuto con i suoi animali, li ha seguiti e ha adeguato i suoi ritmi a quelli del bestiame che gli dava da vivere. I pastori che vediamo d’estate nelle giornate di sole a guardare greggi assopite ruminando, passano l’inverno nella nebbia e nel traffico e le notti di tempesta con il pensiero di come saranno gli animali l’indomani.
Le vie non ci sono più, il commercio è difficile, multe, documenti e denunce di ogni amante degli animali sono gli ingredienti della distruzione di un mestiere che è in via di estinzione.
Ogni pastore incontrato, per quanto allegro e ironico, mi ha lasciato addosso l’amaro di una malinconia di fondo. Nessuno di loro potrebbe mai svolgere un altro mestiere. Ognuno di loro nella sua montagna è un signore. Ognuno di loro con l’ingiallirsi dell’erba si commuove della bellezza del tramonto e rabbrividisce al pensiero dell’inverno, anche quelli che d’inverno hanno una stalla in pianura dove riparare il proprio gregge.
Siamo piccoli esseri che camminano su due gambe e non hanno neanche una pelliccia per difendersi dal freddo, la nostra esistenza è un istante e le nostre azioni lasciano segni molto più effimeri di quello che crediamo. L’epoca in cui le montagne erano abitate e vissute in ogni angolo è stata un attimo fa e gran parte delle immani opere che hanno reso quelle montagne abitabili sono già quasi un ricordo. Le belle praterie punteggiate di mandrie e greggi al pascolo sono un paesaggio legato all’ attività umana. Se la foresta avanza è perché l’attività pastorale non è sostenibile in questa economia. Il lupo è tornato perché prima c’era. Il lupo delle Alpi è un animale da foresta. Sì, c’è anche il lupo, ma qual è il lupo? Quello con le zanne da cui bisogna guardarsi d’estate? O quei mille senza zanne che possono attaccare in ogni momento sotto le più fantasiose spoglie?

È con affetto che ho salutato i tanti pastori che ho incontrato su questa strada, ed è con l’impressione di aver avuto la fortuna di incontrare eroi di antichi miti che mi siedo davanti a questo foglio e penso a loro. Può essere che un giorno le loro capacità e conoscenze tornino ad essere necessarie. Temo che quel giorno loro non ci saranno più e che altri uomini dovranno riscoprire da zero ciò che è arrivato fino a qui tramandato da generazioni su generazioni.

Elogio del ‘senza’

michelangelo prigioni

Un blocco di marmo come tutti gli altri blocchi di marmo di un’enorme cava di marmo.
Abbaglia già da lontano quando vedi stagliarsi le Apuane a nord delle marine.
La mulattiera si inerpica fin lassù oltrepassando castagneti che sembrano essere lì da sempre ma sono solo l’assaggio dell’eternità racchiusa nel candore delle cime.
Michelangelo sale sulla via bianca scavata a forza di picco per portare a valle le pietre che decorano gli angoli del prestigio.
Ormai conosce tutti i cavatori, gente indipendente fatta di nervi e temprata dal sole, uomini che in quel bianco riconoscono vene
e punti di frattura invisibili per chiunque altro. Indaga presso di loro per scoprire le forme nascoste nella trappola della materia. Scende a valle con un seguito di materiale.
Il suo compito è liberare da prigioni immemori lo spirito di figure che lui riconosce. Il suo scalpello restituisce spirito e corpo a blocchi di marmo che in altre mani sarebbero diventati gradini o davanzali.
In quei viaggi ha riconosciuto molti volti da riportare in luce, deve scegliere chi liberare dalla pietra. Non basterà una vita e
farli riemergere tutti.
Tensione a far emergere forme che rappresentano la sostanza di una materia inerte. Togliere, togliere e togliere tutto quello che
copre l’essenziale.
Quello che resta è essenziale.

elogio del senza

il paese delle valanghe

sbucciando una mela

Guglielmo Tell

Guglielmo Tell: (..) Vedi là le vette alpine, quegli aghi candidi che si appuntano verso il cielo?
Walter Tell: Sono i ghiacciai che di notte tuonano così forte e di notte ci mandano giù le valanghe.
GT: Proprio così e le valanghe avrebbero schiacciato da un pezzo tutto il distretto di Altdorf se la foresta lassù non vi si opponesse come un valoroso esercito.
WT: (dopo aver riflettuto) Babbo, ce ne sono di paesi senza montagne?
GT: Quando si cala giù da queste nostre alture, sempre più giù seguendo il corso dei fiumi, si giunge a una vasta pianura dove le acque dei torrenti non spumeggiano più, e invece i fiumi scorrono tranquilli e placidi: lì lo sguardo spazia libero da tutte le parti del cielo, il grano cresce in campi magnifici e vasti; e quel paese è tutto come un giardino.
WT: O babbo, perchè non ci affrettiamo a scendere in quel paese così bello, invece di stare qui ad affaticarci e a tremare?
GT: Il paese è bello e benigno come il cielo, ma coloro che lo coltivano non godono i frutti di ciò che han seminato.
WT: Non sono liberi cittadini, come te nella terra ereditata?
GT: I campi appartengono al vescovo o al re.
WT: Ma nelle foreste possono cacciare liberamente?
GT: La selvaggina e gli uccelli appartengono al loro signore.
WT: Almeno nel fiume potranno pescare a piacimento.
GT: Fiume, mare, sale appartengono al re.
WT: ma chi è questo re che tutti temono?
GT: è quello che li difende e li nutre.
WT: Non sanno difendersi da sè?
GT: In quel paese il vicino non può fidarsi del vicino.
WT: Babbo, credo che in quell’ampio paese mi sentirei allo stretto. Preferisco starmene qui con le valanghe.
GT: Infatti, figliolo: meglio avere alle spalle montagne con ghiacciai (..)

Friedrich Schiller, 1804

Gioachino Rossino GUGLIELMO TELL ouverture

recensione su www.farwest.it di Campo di Stelle

Campo di Stelle

c’è una recensione di Campo di Stelle su www.farwest.it.

Sergio Mura, un signore sardo che un giorno ha iniziato a pubblicare materiale sul Farwest americano in questo sito.
negli anni gli si è affiancata un’equipe di persone specializzate a curiosare su temi diversi relativi agli stessi luoghi e il materiale è aumentato a dismisura, generalmente corredato di autorevoli bibliografie.
Al momento, volendo sapere qualcosa di particolare sui più disparati argomenti relativi al vecchio west, consultare questo sito è un ottimo punto di partenza per avere informazioni e incontrare persone che li conoscono a fondo.
vedere la storia del mio pellegrinaggio a Santiago, vicina a così tante ed epiche gesta con tutte le loro sfaccettature, è una bella cosa.
Grazie Farwest.it

Maggiociondolo

maggiociondolo

Arbusto o piccolo albero. Foglie composte di tre foglioline. Infiorescenza a grappolo di un bel colore giallo. Quando è fiorito da gran mostra di sé nel bosco. Dopo, quasi scompare sommerso da altri verdi più abbaglianti. Il cuore del suo legno è scuro. Un mogano nostrano. Un mogano dei poveri.
È una pianta velenosa, tutti gli animali lo sanno e girano al largo. Una volta si usava fare dei pacchetti di foglie di questo albero ripieni di formaggio o altre cose appetitose per attirare i topi e avvelenarli.
È bello ma fa male.
Il giorno prima di partire Elio mi ha affidato un compagno di viaggio: una scheggia di maggiociondolo scolpita da lui a forma di faccia di lupo. Era legata a un laccio di cuoio e all’altro capo c’era una piccola penna di aquila inserita in un cappuccio di bosso.
Elio è stato guardaparco per mezza vita in cui ha percorso i sentieri e lo spazio tra i sentieri dell’Orsiera Rocciavrè. Quando ogni albero, pietra e borgata abbandonata di un territorio diventano parte di una vita, le loro storie, novità e sorprese appaiono più evidenti a chi li conosce. Allora succede di incontrare il lupo, di trovare una penna di aquila o di veder nascere i caprioli. Lui conosce questo territorio e le anime che lo solcano. Credo che sia per questo che ha scelto il bosso per accompagnare la penna di aquila e il maggiociondolo per modellare la faccia del lupo. Credo che sia così ma glielo devo chiedere.

scheggia di maggiociondolo di Elio Giuliano

resoconto di Sentieri da lupi al CAI di Bussoleno

venerdì 25 novembre ore 21
presso la sede del CAI di Bussoleno
presentazione di
SENTIERI DA LUPI
resoconto della traversata dell’estate scorsa e riflessioni sul tema che l’ha percorsa.
si parlerà di un viaggio a cavallo e del ritorno del lupo.
protagonisti sono gli abitanti di tutto l’arco alpino cercati o incontrati per caso e hanno riempito questo viaggio di sostanza e affetto e la cavalla che ha reso possibile questa impresa.

Sentieri da lupi, resoconto dell'avventura che ha tenuto insieme gli incontri di quest'estate.
Sentieri da lupi, resoconto dell’avventura che ha tenuto insieme gli incontri di quest’estate.

2016 Fieracavalli

Naadam
Naadam. a Ulaan Baatar, una volta all’anno, i nomadi si radunano. il vero nome della città è Urga: Grande accampamento. un disegno che la ritrae intorno al 1910, la mostra come un villaggio di tende di cui non si vede la fine e le cui uniche costruzioni in muratura sono i templi e gli uffici del mercato. tutti si spostano, portano materiale, si preparano per le grandi competizioni che annualmente si ripetono. Sono i bambini che corrono a cavallo. una corsa senza fine e senza tregua che assomiglia ad un gioco e ad una battaglia. una corsa che mette alla prova coraggio e resistenza degli uomini del futuro.
e noi invece ci troviamo a Verona.

Fieracavalli è un punto di incontro di persone, cavalli e idee.

incontro e scambio

APPUNTAMENTI VOLANTI

venerdì 11
– intorno a mezzogiorno al padiglione 1 si parla di viaggio a cavallo con Ranch Academy
– ore 16: presentazione di Campo di Stelle presso la sala conferenze di Il mio cavallo al padiglione 4

sabato 12
-intorno a mezzogiorno al padiglione 1, sempre con Ranch Academy, si continua il discorso sul viaggio a cavallo

Storie attraverso le Alpi a cavallo

Questo articolo è stato pubblicato sull’ultimo numero di
I Quaderni dell’Alpitrek
E’ una raccolta di pagine scritte lungo la strada. Non le avevo pubblicate perchè parlavano più del viaggio che dei lupi e delle persone che con loro avevano a che fare.

Racconto un viaggio di tanta strada, tante notti di bivacco, tanti incontri. Tutto è troppo. Preferisco mettere a fuoco alcuni istanti che raccontare un itinerario che ciascuno può costruirsi a sua immagine e somiglianza.

storie

INIZIA L’AVVENTURA
Quattro giugno: è cominciata l’avventura vera e propria. Isotta ed io siamo partite da Trenta, dalla sede del Triglavski Narodne Park e siamo salite al passo Vršic. I monti della Slovenia settentrionale sono selvatici e accoglienti come la gente che li abita. Non c’è da temere l’ostacolo della lingua perchè tra inglese, tedesco e italiano cercano sempre tutti di capire e farsi capire e tutto è talmente semplice da apparire chiaro. Partire da qui anzichè da un altro posto era necessario perchè qui vicino è stato messo il radiocollare a Slavcz, il lupo di cui abbiamo seguito le tracce fino alla Lessinia e perché qui il lupo è un animale come gli altri e quando crea problemi viene gestito come qualsiasi altro animale.

triglav

LA CARNIA, CAMMINO SU MARCE PESANTI
Il colle si trova a poco meno di millecinquecento metri sul livello del mare, poca cosa da queste parti.
In Austria nessuno sapeva descrivermi cosa avrei trovato al di là, in Italia pochi avevano idea di cosa ci fosse scendendo verso l’Austria.
La strada che collega i due versanti è sterrata ma interamente carrozzabile. A nord del colle c’è la Gailtal, una terra promessa verdeggiante di prati e boschi con un bel fiume sinuoso che la percorre. A sud c’è la Carnia, territorio appuntito per le forme del paesaggio e per la storia che lo ha tormentato.

carnia-falce

È un territorio di frontiera, di quelli che tutti vogliono per ampliare i loro domini e che non servono a nessuno per la forma arcigna dei suoi pendii, dove ogni metro messo in piano è una conquista eroica.
La gente che abita queste montagne è gente di valore, conquistato contro frane e alluvioni assistendo a conquiste e disfatte degli eserciti che sono passati di qui.
Cercavo un prato in piano dove passare la notte, un desiderio da lampada di Aladino su questi versanti foderati dalla foresta. Giunta nella frazione di Murzalis vedo scomparire dietro una casa una signora anziana e minuscola con il suo cane. Oltre il tornante me la ritrovo davanti e la vedo scomparire di nuovo. Rapida come un folletto percorre viuzze che lei sa e io no e mi sento sotto il suo controllo. In cima al paese non sono ancora riuscita a incontrare altri segni di umanità e sento una voce di donna saltar fuori da una finestra.
– Apparecchia la tavola, è pronto!
Finalmente c’è qualcuno oltre al folletto.
Mando una voce e suono il campanello. Viene fuori Sergio e con lui la soluzione per il posto dove posso accamparmi. Mentre parlo con lui, la signora spunta da dietro una casa, gli sussurra qualcosa e poi sparisce.
Gli aveva detto che se volevo potevo dormire nella sua stalla!
– Ma chi è quella signora che sembra un folletto?
– È Mariota, sai quanti anni ha? È del trenta!
– Allora era qui quando sono arrivati i cosacchi.
– Sì, aveva quindici anni.
Lei nel frattempo era proprio scomparsa e io preferivo il bel prato in piano che era saltato fuori.

prato-in-piano

Il mattino dopo sono partita prima che fosse possibile parlarle e non ho potuto sapere niente di più di quello che mi ha raccontato Sergio.
Quando sono arrivati i cosacchi c’era miseria come sempre, ma qui la guerra non aveva avuto un fronte doloroso come in altri posti. Erano arrivati i tedeschi, avevano deciso che la Carnia gli apparteneva e la gente aveva continuato a vivere come prima.
Quando i tedeschi avevano assegnato le case della popolazione ai cosacchi, erano tutti talmente abituati alla guerra che si sono semplicemente stretti per far posto e tirare avanti. Quella gente era disperata alla stessa maniera loro e in più era senza casa.
In altri paesi ci sono stati brutti episodi ma qui no. Certo che non era bello doversi stringere ancora di più in posti già stretti ma era tempo di guerra e quelli erano ragazzi in gamba, nel lavoro dei campi e della legna non erano secondi a nessuno.
– Avete più avuto notizie di quelli che erano stati qui, dopo che se ne sono andati?
– No, credo che siano morti tutti.
Arrivata a Paluzza, una bacheca di informazioni turistiche mi segnala che stavo attraversando il percorso della disfatta di Caporetto. Tutta questa gente che ha camminato in questo stesso posto dove sto passando ne aveva viste di tutti i colori.
Vado oltre e salgo verso Timau, era lo stesso periodo in un anno diverso e i cosacchi passavano da qui per andare ad affidarsi agli inglesi.
Piove, la valle è bellissima, la vedo a tratti, una montagna alla volta ogni volta che si alza una nuvola. Qualcosa di compìto e astratto mi lascia assorta finchè non vedo più la strada del Plockner Pass.

pilone

CANAL SAN BOVO, PAESE DI PASTORI

Era arrivata una lettera di Miky, dentro c’era la foto di un cavallo che sembrava un grande amico e dietro c’erano scritte alcune parole.
Tra me e me ho dovuto dirmi: -se vuoi percorrere tutte le Alpi a cavallo e non vai a cercare questa persona, fai che non partire.
Cercata e trovata sopra Canal San Bovo. Ho chiesto ai pastori come fare a trovarla, qualcuno la conosceva, qualcuno conosceva suo padre, non poteva essere altri che lei e mi hanno indicato la strada: una mulattiera senza curve e con molto dislivello tutta chiusa in una foresta sempre più scura.
Miky me lo aveva anticipato:
– quest’estate se non piove un pochettino, piove almeno tutto il giorno
Minacciava di piovere ed è piovuto, appena sono sbucata fuori dalla foresta e ho visto il colle verdeggiante di morbidi pascoli, proprio davanti a me il cielo ha rovesciato una secchiata d’acqua dopo l’altra per cinque minuti.
Mi ero detta che dopo l’incontro con Miky ci sarebbe sempre stato il sole.
Appena sono arrivata al recinto della stalla si è alzato un gran vento, ho montato il telo ma stava già asciugando tutto.
Il mattino dopo c’era il sole.

canal-san-bovo

IL PANNELLO SOLARE DALLA LESSINIA AL LAGO DI GARDA

Ripartita dalla Vallina Alta con un’idea di marciare a spron battuto fino alla Sega, fermandomi solo un momento alla Malga di Campo Retratto, dove Tommaso mi ha detto che c’è un allevatore che ha preso in consegna un cane da guardiania ed è anche casaro.
Sembrava che fosse chissà dove, in un attimo ero lì.

Emma ed Ettore

Abbaia un piccolo cane, arriva Ettore. Da giovane era quello che una volta veniva chiamato vaccaro: lavorava sotto padrone e guardava animali che non erano suoi. Un pezzo per volta ha formato una bella famiglia ed è riuscito ad avere la sua mandria, la terra e la stalla. La stalla è una vecchia stalla, da fuori assomiglia a tutte le altre della Lessinia con le sue pareti di pietra rosata puntellate di ammoniti e le grandi lose che coprono il tetto. Dentro sembra una cattedrale, colonne di pietra che reggono archi ad ogiva sostengono il tetto e dividono in tre campate le due corsie dove gli animali vengono legati per la mungitura e quella centrale per passare con la carriola del letame, i bidoni del latte e il mangime. Latte letame e mangime dentro un’architettura di pietra e legno e un mare di monti foderati d’erba intorno. Incontro a me Ettore.
Capisco che non posso passare di qui al volo e mentre rispondo alle sue domande scarico i cilindri e le musette da Isotta. Lei si mette a brucare con l’aria di un cavallo che è arrivato a casa. Andiamo nell’ombra della casa dove c’è Emma che prepara immediatamente un caffè e mi coccolano come un ospite di riguardo.
Il formaggio non c’è verso di pagarlo e lo infilo in una musetta, la lego alla sella, lego l’altra è prendo il cilindro posteriore. Ma dov’è il pannello solare? Qui non c’è. Lì neanche, l’ho lasciato sulla pietra dove lo avevo messo al sole alla Vallina Alta.
No!

la stalla che sembra una chiesa

Arriva Renato, uno dei due gemelli e mi accompagna in auto fino alla pietra che a quel pu to mi sembrava lontanissima. Nessuna traccia. Andiamo a chiedere al malgaro lì sopra, non ne sa niente. Mi ricordo di aver visto giungere un fuoristrada rosso che lì non c’è, mentre andavo via un’ora prima.
Sì, era Tommaso ma se n’è andato e nessuno sa il suo numero di telefono. Il telefono! Preoccupata di non poterlo più caricare, spengo il mio.
Da una persona all’altra, Renato riesce a trovare il numero di questo signor Tommaso che molto probabilmente è l’unica persona che è passata da lì oltre a me. Tento di riaccendere il telefono, richiede il pin. Il mio cervello è vuoto e ne metto tre sbagliati fino a bloccare il telefono. Ci pensa Emma ma Tommaso non risponde.
Mi seggo sulla panchina di fronte all’abitazione e cerco di mettermi in ordine. Devo fermarmi qui. Non posso risolvere diversamente. Ettore acconsente e mi dà un po’ di mangime per le mucche per Isotta mentre va a mungere.
Sistemo le mie cose nella solita disposizione e monto il telo in quel posto magnifico, provo a fare qualunque cosa mi possa distrarre, non riesco a combinare niente.
Esce Emma che stava preparando la cena e mi fa notare una statuina di legno che ritrae San Francesco e guarda la valle nascosta dentro un ceppo di platano divorato dal cancro. È stato portato fino qui dalla stessa persona che ha regalato a questa famiglia la statuina di San Francesco.
– Ce l’ha portata quando sono arrivati i lupi in Lessinia e da noi non sono mai venuti. Quest’anno non gli ho ancora portato neanche un fiore.
– Vado a prenderli.
Mi spargo nel prato sottostante puntellato di ranuncoli e achillee e cerco di non pensare ad altro che a quella mucca che ha partorito stamattina, ha fatto una fatica terribile e adesso è ko.
Il momento della cena è silenzioso, una bella scodella di latte davanti e la testa di tutti altrove.
Torna Renato che è andato a vedere la mucca e finalmente Tommaso risponde. Sarà qui tra mezz’ora con il pannello. Nello stesso momento arriva anche il nuovo codice PUK e il telefono funziona di nuovo. C’è di nuovo tutto!
Riparto per la valle dell’Adige, una bella dormita alle spalle, una bella pista davanti e quando approdo a Malga Riondera posiziono il pannello per caricare la macchina foto. Non carica più. Non saprò mai cosa è successo da quando l’ho dimenticato a quando Tommaso lo ha riportato, probabilmente si è offeso.
Rotto per rotto faccio che smontarlo per capire che cos’ha. Si sono staccati due fili e basterebbe un saldatore allo zinco per rimettere tutto in ordine. Ovviamente non ne ho uno dietro. Chiudo tutto e spero di incontrare un elettricista.
Stavo scendendo sul lago di Garda da una mulattiera che mi metteva al sicuro dal traffico del weekend. Sulla strada è tutto un brulicare di gente e qui non c’è l’ombra di nessuno. Avanzo tranquilla proprio in mezzo e di colpo Isotta mi salta addosso mentre sento la frenata di due biciclette che si fermano a poca distanza dalla sua coda.
– Ma che succede?
– Ciao Paola!
Guardo bene: è Simone! Ci eravamo conosciuti al corso da guide a cavallo di febbraio. Sembra fatto apposta.
Passo la giornata nella scuderia che ospita i suoi cavalli e mentre parliamo del viaggio viene fuori la storia del pannello.
– posso saldarteli io i fili!

Cavallalto-garda

In un attimo il pannello torna a rispondere al sole. Già che ci sono faccio alcune modifiche perchè sia più comodo da legare al cilindro. È meglio di prima.
La Malga di Campo Retratto è un posto magnifico. A chi capitasse di passare di lì, chieda a Ettore di poter vedere quel capolavoro di stalla e si compri un pezzo di Monte veronese, lo fa lui e sa solo di fiori.
Il centro equestre dove Simone lavora come guida è vicino al lago di Garda, il lago è protagonista dello spettacolo e le persone che lavorano lì sono parte dello spettacolo. Chi capitasse lì, chieda di Simone e Valentina e scoprirà un mondo parallelo, nella loro storia c’è una vita a Madonna di Campiglio e una scommessa in riva al lago di Garda.
Questa è la storia di come Ettore, Renato, Emma, San Francesco, Tommaso e Simone si sono messi d’impegno per far proseguire questo viaggio nonostante la mia dabbenaggine.

LA CASA DEGLI UOMINI GIUSTI
Val Camonica

Mu, primo luglio duemila sedici.
Scendevo dal passo del Tonale su una bellissima pista, in una bellissima valle, con una splendida cavalla e con il cuore sotto i piedi.
La ferratura forgiata da Andrea aveva subìto due brutti incidenti e non mi sentivo di affidarmi alla mia rimessa. Era necessario l’intervento di un professionista.

Scendevo lungo questa bella strada valeriana e a ogni rumore sospetto guardavo quel povero piede. Il piede era lì. Nessuno in giro, piove a tratti. Incontro un signore con un cane. Ha un amico maniscalco. Gli chiedo come si chiama e chiamo Andrea per sapere se lo conosce. Andrea dice che è un vero maniscalco. Chiedo il numero a quel passante giusto che è arrivato proprio mentre passavo con tutta la mia inquietudine.
Daniel può venire solo tra due giorni. Occorre che io trovi un posto con una tettoia, un battuto in cemento, la corrente e il gas. Ok. Tutte cose che non posso avere con me.
Ok. Ho tutto domani per cercarle.

Edolo, cinque luglio duemilasedici
Piccole cose a volte richiedono grandi sforzi. Grandi cose capitano perché è il momento. Devio dal sentiero che è troppo trafficato e vedo la tettoia della forma che avevo immaginato con il battuto in cemento e una bella ringhiera di legno. Giro intorno all’edificio e c’è una vasca con un getto d’acqua cristallina. Di fianco alla porta, seduto all’ombra, c’è Luigi, è del Trentacinque, è fatto di nervi e dolcezza. Parliamo un pochino lì all’ombra e a mezzogiorno meno cinque prende la sua bicicletta e se ne va.

Luigi e Isotta si sono capiti al volo

– Se passa qualcuno e ti chiede cosa fai qui, digli che Luigino ti ha detto di stare qui.
L’erba del prato è tagliata giusta, un argine ci divide dalla strada sovrastante, Isotta libera sta lì.
Arrivano Irene, la figlia di Luigino, Manuel, figlio di Irene, Martina, figlia di Manuel. Quattro generazioni di camuni. Da Irene in giù, motociclisti per passione e per lavoro. Luigi no, lui aveva i cavalli per lavorare.
I giorni seguenti sono stati un continuo avvicinamento a questa famiglia. I motociclisti hanno qualcosa di molto simile allo spirito cavalleresco. Loro hanno quello spirito, tutti dal primo all’ultimo e Luigi guarda e comprende le nuove generazioni.
L’ultimo giorno sono andati in moto a mettermi i segnali per arrivare fino a Tirano mentre Daniel metteva finalmente i ferri nuovi a Isotta.

la casa degli uomini giusti

Daniel è arrivato con il suo furgone e tutta la famiglia era lì riunita per vedere questo artigiano che si prendeva cura della nostra progressione. Credo che a un certo punto ci fossero una decina di persone lì intorno a guardare ma tutto era talmente discreto e rispettoso che era come se ci fossimo solo noi. Lui ha fatto un lavoro egregio e ferrare un cavallo che ha perso mezzo piede da una parte e tutto il bordo del piede da un’altra senza fargli male, non è una cosa da poco.
Possiamo andare avanti diritte.

Lago di Poschiavo, sei luglio duemilasedici
Siamo filate via lisce seguendo i segnali di Luciano e Roberto, la strada sconosciuta messa in chiaro. L’ultimo segnale l’ho intrecciato alla criniera di Isotta, loro in qualche modo vengono con noi.
Luigi quando ci siamo salutati ieri sera mi ha dato un pezzo di formaggio e mi ha detto.
– Se avessi un cavallo e fossi ancora abbastanza forte, ti accompagnerei al colle.

DanielDaniel Cattaneo, uno dei migliori maniscalchi di Italia, è salito da Brescia a Edolo per ferrare Isotta. Luigi non si è perso un movimento e non ha detto una parola. Questa è la famosa tettoia a forma di tettoia.

IL PASSO DEL BALDISCIO

Come scegliere dove passare in un’itinerario così lungo attraverso un territorio così bello, è un’impresa.
– La priorità è la condizione dei sentieri che dev’essere accettabile per il transito di quadrupedi.
– Il tracciato generale non può avere troppe deviazioni, altrimenti non si avanza.
– Ci sono ostacoli e vie agevolate di cui è meglio tenere conto per andare avanti nella maniera più sensata possibile.

mappa

Mappa: rappresentazione verosimile di un territorio in scala che permette di farsene un’idea senza conoscerlo per prevedere in anticipo la via da seguire o trovare alternative quando vi si incontrino ostacoli imprevisti.
– Fiumi: percorrendone il corso si procede per lunghe distanze con il minimo dislivello. Per attraversarli occorre prevedere già da lontano ponti o guadi per puntare lì senza grandi giri a vuoto sulla sponda sbagliata.
– Montagne: isolate si possono aggirare, in catena possono essere attraversate o percorse nella direzione delle valli.
L’acqua è sempre collegata alla strada: la modella, la ostacola, la innaffia. Forse anche lei cammina. Non si preoccupa dei dislivelli, quando ci sono li riempie.

Può succedere che sulla mappa siano segnati ponti che non esistono più o ne manchino di costruiti recentemente. L’unico modo per accertarsi della realtà è interpellare le persone del posto e camminarci sopra.

Monte Spluga, tredici luglio duemilasedici.

L’altra sera il mio arrivo al lago coincideva esattamente con quello di un nuvolone nero come il catrame che, schiacciato dal vento, ha iniziato a spremere gocce d’acqua che sembravano secchiate e lame di aria che arrivavano da tutte le parti.
– Le Alpi? Ma da dove?
– Dalla Slovenia
– Santo cielo, ma è lontana!
– E da dove vieni oggi?
– Da Niemet
– Santo cielo, ma è lontano! E passi da qui? Proprio da Monte Spluga?
– Sì, qui siamo proprio a metà delle Alpi.
La signora Lorenza mi aveva detto che se mi accampavo al riparo del muro di casa loro non c’era problema e io avevo cominciato a montare il telo sotto quella sequenza di secchiate che riuscivano a cadere persino all’insù, tale era la forza del vento.
Isotta l’ho lasciata carica per tenere il materiale al riparo della termoriflettente finchè non era pronto il telo.
Prima volta. Sto per slegare il cilindro. Folata di bufera. Hop! Il telo sbatte come una bandiera impazzita.
Lego di nuovo la termoriflettente, vuole volare pure lei. Recupero il telo, manca un picchetto. Poteva andare peggio.
Seconda volta con un picchetto in meno un po’ più in là, forse era il posto sbagliato. Sto per slegare lo stesso cilindro di prima. Folata di bufera. Hop!! Il telo sbatte come una bandiera impazzita.
Lego di nuovo la termoriflettente. Manca un altro picchetto. Poteva andare peggio.
Ormai io sono da strizzare. Cerco di tenere in salvo il materiale sulla sella e riprovo dall’altra parte della casa.
Terza volta. Questa volta sta in piedi. È talmente basso che assomiglia a una tovaglia. Tolgo davvero i cilindri.
Mentre sto trafficando, arrivano il signor Marco e i ragazzi con cui lavora. Lui è un uomo forte con una bella barba e indossa una giacca militare di goretex dall’aria calda e asciutta. Ha finito di mungere un momento fa. Da dove si trovavano, mi vedevano tribolare ma erano troppo lontani per dirmi di cambiare piani.
La stalla sarebbe il suo piano.

Ci stringiamo per starci tutti, gli animali che sono già lì, Isotta ed io.
Stendo ogni cosa tutto dove c’è qualche appiglio. È tutto da strizzare. Vista la mia ostinazione a non voler dormire nella stanza vuota che c’è al piano di sopra, sparisce e torna con un materasso e due coperte di lana candide. Dico di no anche a quello e continuo il salvataggio del materiale fradicio, documenti e cartine compresi.
Mentre mi guarda trafficare mi chiede come penso di proseguire il viaggio.
– Domani passo di Spluga, scendere a Splügen in Svizzera, costeggiare il Reno fino all’attacco del passo di San Bernardino per discendere alla Val Moesa.
– Non ha proprio senso quello che vuoi fare. È lunghissima, devi scendere tantissimo e poi risalire e la strada non è per niente bella. Sali al passo del Baldiscio, sono pascoli su pascoli e dall’altra parte ancora pascoli e ti ritrovi direttamente a Pian San Giacomo.
Guardo la cartina, Monte Spluga 1900 metri, Isola 1200 metri, passo del Baldiscio 2300 metri e oltre il passo un concentrato di curve di dislivello che non promette niente di buono.
L’avevo guardato e riguardato questo pezzo di Alpi prima di partire. L’unico passaggio sensato mi sembrava lo Spluga. Il signor Marco è così convinto e convincente che non ci sia strada migliore che decido di dargli retta, di stasera ho già detto troppi no. Domani scendo a Isola.
La pista per scendere è un sogno. Una di quelle piste dove si dimentica tutto. Scende dolcemente tra pascoli ricchi di erba e fontane su una bella cresta a cavallo tra due valloni. Sembra di volare.
Ho chiesto a sei persone oltre al signor Marco delucidazioni su questo sentiero che dalla carta non sembra molto equitabile e tutti hanno descritto verdi pascoli e morbide praterie.
Siamo scese molto ma la strada è buona.
Siamo salite molto da un sentiero pessimo.
Giunte alla frazione di Borghetto a un tiro di schioppo dal colle, c’è un signore che nutre molti dubbi sul fatto che dal Baldiscio si possa scendere a cavallo.
Ormai sono qui. Monto il telo anche se le nuvole sfilacciate dal vento hanno fatto uscire una sera bellissima.
Mattina di vento e di sole.
Ormai sono qui.
Salgo al colle, bellissimo.

baldiscio-incantato

Scendo dal colle, bellissimo. Vedo là davanti la prateria che salta nel vuoto. Arrivò alla fine dell’ultimo pascolo: il bel fiume che lo attraversa sinuoso si trasforma in cascata e il bel prato in un muro di pietre.
Ok. Tutte le persone che mi hanno descritto questi bei pascoli non ci hanno mai camminato fino in fondo. Abbiamo visto un bel posto. Possiamo tornare indietro.
C’è il sole. Temporali che si spostano nella valle lasciano al loro passaggio strisce di bianco lucente e grandine. Arrivano anche da noi e non ci lasciano più fino a Monte Spluga.
Prima di entrare in paese mi affianca un’auto, a bordo c’è il signor Marco.
– Non ci sei andata al Baldiscio con questo tempo!
Si fa beffe di me e riesce pure a farmi ridere in mezzo a tutto questo gelo di neve fradicia.
– Facciamo che torno a dormire una notte nella vostra stalla?

Lui non riusciva a credere che non si potesse passare di là neanche dopo tutto il racconto della giornata. Quando finalmente sono arrivata a San Giacomo, il giorno dopo, ho chiesto se qualcuno conosceva il passo del Baldiscio, ho dovuto chiedere a diverse persone prima di trovare una guida alpina che era al corrente di un passaggio per la Val Chiavenna in quel punto e mi ha mostrato le cascate, i paravalanghe e le rocce da cui sarei dovuta teoricamente scendere.

Il passo del Baldiscio era l’autostrada dei contrabbandieri che integravano la magra vita di quei ripidi versanti acquistando in Svizzera cose che in Italia costavano di più e portandoci altre cose che costavano meno. Per anni è stato la sopravvivenza per molte famiglie.
Uno zio del signor Marco che era un bel ragazzo in piena forma e vigore aveva deciso di passare in una notte in cui cominciava la tormenta. Erano in due con un bel carico sulla schiena. Hanno incontrato altri contrabbandieri che scendevano e sconsigliavano l’impresa. Hanno sopravvalutato le loro forze. Li hanno trovati giorni dopo. Il mondo era congelato, loro anche: erano seduti su un muretto di pietra. Lo zaino sulla schiena, sorretti dal bastone.
Le guardie di frontiera hanno sempre chiuso un occhio su questi traffici. Facilmente arrivavano da famiglie che erano sopravvissute in quel modo da sempre. Solo durante la guerra questi traffici sono stati fonte di tragedie. Le guardie venivano da lontano e gli era stato imposto di sbarrare completamente la frontiera. Dovevano tirare! In Svizzera in quel periodo si erano rifugiate molte persone che avevano le famiglie ancora al di qua del colle e oltre ai contrabbandieri passavano anche semplici doni per chi di là non aveva niente. Sono morte delle persone.

– Domani passo di Spluga, scendere a Splügen in Svizzera, costeggiare il Reno fino all’attacco del passo di San Bernardino per discendere alla Val Moesa.

GANA BUBAIRA

Lo svizzero era arrivato fino a Giaveno diverse volte, un giorno con un suo amico straordinario, una volta con suo figlio, sempre con un sorriso e una serenità rari. Il suo nome è Giuseppe, è sempre andato a cavallo, ha lavorato per degli anni in alpeggio e lì ha imparato un mestiere e un linguaggio: quello di chi lega la sua vita agli animali e alle montagne.
Nel mese di luglio di ogni anno passa una settimana nella capanna di un pastore che raggiunge quel pascolo con le manze solo ad agosto. La capanna è in mezzo a una pietraia ed è grande come le pietre che le pascolano intorno in ogni stagione. Il suo nome è Gana Bubaira e l’acqua che scorre al suo fianco arriva dal Passo del Sole e scende nel Reno.

isabella

Sono arrivata proprio lì, proprio in quella settimana. Lui ed Isabella mi sono venuti incontro per accompagnarmici attraverso valloni poco battuti. Il pomeriggio era ancora lungo e mentre facevo il bucato, mettevo in ordine l’equipaggiamento e guardavamo come si comportavano i cavalli in libertà, le montagne intorno sembravano risuonare di luce. Quella notte vicina a quella pietra a monte della capanna è stata come se tutta la strada che avevamo percorso e quella che avevamo da percorrere ci vorticassero intorno.

passo-del-sole

I LUPI ARRIVANO DA SUD

I lupi arrivano da sud. Scendono dalla Nufenen in pieno inverno, quando la neve è gelata e la luna gli illumina la pista. Di giorno, quando la neve diventa morbida, si trovano un posto asciutto, si accucciano lì e dormono aspettando il gelo.
A febbraio lassù è un’autostrada per loro. Nessuna pietra che taglia i polpastrelli, la luce della luna diventa un faro e non c’è nessuno tranne loro e il vento.

nufenen
Anche adesso lassù i nevai conservano un po’ di inverno. Il terreno è irto di pietre e tra l’una e l’altra è facile incontrare ‘sagne ‘.

2016 07 19 Pfaffenegge. Yvonne Vênetz

Scesa dal Nufenen Pass, cercavo un posto per fermarmi e la pietanza per Isotta. Il colle spettacolare, la valle davanti, il primo villaggio walser. Cammina. Cammina nella luce abbagliante, siamo arrivate qui. Mi aspettavo un ranch. Chi mi ha indicato questo posto, lo ha chiamato così. Un recinto, una tettoia di solidi tronchi, un’altra, una terza che tiene al riparo da foglie e gelo la fontana. Lì, tra alberi e tettoie c’è un tavolo con un mucchio di fiori di iperico e due barattoli già pieni di fiori immersi nell’olio. Dietro quel mucchio giallo, Yvonne che continuava a dividere i fiori dalle foglie: i fiori sul tavolo, le foglie in uno scatolone per terra tra lei e il tavolo.
Non so come si scriva, da noi si chiama ‘truc a ram’, si fa con i fiori di iperico immersi in olio di oliva in barattoli che vengono esposti al sole ogni volta che c’è per un paio di mesi. Si usa per escoriazioni e scottature. Tutto il sole dei fiori finisce nell’olio e fa guarire.
Lei indossava una gonna a fiori e una maglietta a maniche corte, i capelli sciolti e un’aria così pacifica che sembrava che Isotta ed io non fossimo nel quadro.
Bevo il succo di frutta e mangio una fetta di torta di albicocche, intanto Yvonne continua con i fiori. Oggi era l’ultimo giorno di fieno, è tutto ritirato ed è venuto bellissimo.
Preparo un riso con gli ultimi funghi secchi e intanto il mucchio di iperico è sempre più alto.

yvonne
– Sono arrivata nel posto giusto? – Sì. Vuoi del succo di frutta? – Grazie! Ma prima è meglio se scarico la cavalla. Un posto di cavalli senza cavalli, fiori dappertutto e un piccolo orto, le casette delle api lì dietro. Mi sistemo vicino a un albero morto in un punto del prato da cui si vede tutto e dove si capisce che i cavalli amano stare. Isotta butta la testa nell’erba e si distrae solo a tratti per capire di chi sono tutti quegli odori. Quando ha sete va alla fontana, quando si vuole grattare la schiena, si rotola.
Yvonne ha lavorato per trent’anni in alpeggio, d’inverno guarda una ventina di cavalli qui e d’estate è sempre salita in montagna con mucche di altri allevatori che guardava e mungeva. È anche casara.
È il primo anno che non sale, è rimasta qui con le sue api e si occupa di loro mentre i suoi cavalli sono andati all’alpe con altri che, oltre a custodirli, li utilizzano per i trasporti.

– E hai avuto problemi con i lupi?
– No, nella valle da dove vengo ci sono da almeno quindici anni e girano proprio dove giro io. Non li ho mai visti, solo sentiti. Non credo che quelli che vivono qui si comportino in maniera diversa. Ma qui ci sono i lupi?
– No, adesso non ci sono, scendono solo in inverno e non sempre. Un anno arrivano, stanno per un po’, poi se ne vanno o vengono uccisi. Non durano molto.
– Tu hai avuto problemi con i lupi su in alpeggio?
– No, in alpeggio non li ho neanche mai visti. Li ho visti qui. Uno l’ho trovato morto nel fosso prima del cancello, ma è stato tanto tempo fa. L’altro era vivo, così vivo che ha ucciso un capriolo sotto i miei occhi. Sono scesi giù in corsa dalla montagna, il lupo lo ha raggiunto e in un solo morso gli ha spezzato l’osso del collo e tagliato la gola. Un professionista.
– Era un maschio o una femmina?
– Non lo so.
Mentre mi diceva queste cose, si è messa a frugare negli armadi cercando qualcosa e ha tirato fuori una busta di carta bianca con le foto del capriolo abbandonato nella neve, della testa con il collo spezzato e della ferita sul collo. In un foglio di carta bianco piegato in sei, c’era un ciuffo di peli ruvidi e grigi.
– Lupo
Silenzio, raduna le foto e il ciuffo di peli nella busta.

walser della valle del Rodano

– In India la giungla è sempre più piccola, la gente è sempre di più. Ci sono così tanti uomini e così tanti animali domestici che il selvatico è relegato in uno spazio sempre più ristretto. La priorità è salvaguardare gli uomini e il loro bestiame. La tigre non sa più dove andare, le poche che sopravvivono si trovano uno spazio al di là della civilizzazione, la conoscono, la evitano e cercano di sopravviverle.
– In Africa anche, ci sono sempre più persone e la vita per i grandi carnivori è sempre più difficile ma ci sono. Ogni mattina i watussi liberano il bestiame e ogni sera lo radunano in recinti vicino alle case.
– Qui l’ultimo lupo si era visto più di cento anni fa e allora si faceva così anche qui. Come adesso, anche allora ogni famiglia aveva pochi animali. Quando era ora che salissero in alpeggio, li si radunava e un pastore, pagato da tutte le famiglie di cui guardava gli animali, passava l’estate a custodirli. Adesso, dopo la lunga assenza dei grandi carnivori, queste persone si sono abituate a lasciare gli animali incustoditi. Non sono gli allevatori professionisti a risentire del ritorno del lupo e dell’orso, sono questi piccoli proprietari che svolgono tutt’altro mestiere e vivono in città, hanno alcuni animali e li lasciano a guardarsi da soli per tenere puliti piccoli fondi e non abbandonare una tradizione famigliare, senza contare i contributi che ricevono senza il minimo impegno.
– Gli animali domestici hanno bisogno di essere custoditi, non sono in grado di cavarsela da soli.
Il lupo lo ha visto, ai suoi animali non è successo niente.
– Qualche anno fa si era fermato un lupo che ha fatto molti danni sul bestiame. La richiesta di abbattimento era stata accettata e i cacciatori si sono messi di impegno per scovarlo. Li trovavi acquattati nei posti più impensati bardati di tutto punto. Quel lupo non si è fatto trovare, se n’è andato altrove. Niente trofei.
– Forse basterebbe ostacolarlo per tenerlo lontano dal bestiame. È un animale intelligente e se viene disturbato va a cercare un posto dove nessuno lo disturberà.

STORIA DI UN LUOGO DI PASSAGGIO. COLLE DEL PICCOLO SAN BERNARDO

La strada che porta qui è romana: canali di scolo dell’acqua, ponti che oltrepassano antichi rii e nevai, un selciato inconfondibile con canaline e pendenze adeguate al passaggio dei carri. Le Alpi sono sempre una barriera e una protezione, passare di là per commerciare e combattere: un punto critico. Il colle del piccolo San Bernardo è circondato da montagne bellissime e altissime ma non è molto alto. Si arriva in quota in un attimo e prima di scendere in Francia si rimane ancora stregati dal ghiaccio che pende dal Monte Bianco. Un lago, un pugno di edifici che accolgono i passanti, i resti dell’antica posta romana, le pietre del Cromlech dei salassi e il giardino botanico sono le tappe che raccontano al passante la storia densa di avvenimenti e sguardi che si sono succeduti sul vasto pianoro. In fondo, prima di saltare giù verso la Francia, c’è l’Ospizio.
Il lago è la prima perla, rispecchia le montagne circostanti e fa sognare solitudini senza peso.
Il pugno di case accoglie e ristora, si riconosce la vecchia dogana. Per secoli Il confine tra Italia e Francia si è spostato un po’ in qua e un po’ in là guadagnando e perdendo ogni volta pochi metri che erano sempre semplicemente pochi metri e ogni volta erano debiti e doni inestimabili. È strana l’idea di frontiera. È una linea per cui generazioni e generazioni di amici hanno combattuto. È un segno teorico con valenze pratiche tangibili tuttora. Ogni volta che passo un confine mi sento di entrare in un altro mondo. A volte cambia la lingua, certe volte anche la moneta, gli uomini sono sempre gli stessi Gentili e accoglienti o vigliacchi e ostili da tutte e due le parti di quella stessa riga. Il cuore non ha frontiere.
Le rovine della città romana al culmine del colle rendono arcaico il pensiero di passi stranieri che per secoli si sono spinti a quest’altezza per entrare in terra straniera. Già allora salire da una terra conosciuta e scendere in un’altra dove si parlava un’altra lingua e si incontrava altra gente, doveva essere un momento di nodo alla gola. Lì c’era sicuramente una locanda e anche una stazione di posta per cambiare i cavalli cotti dalla salita e scendere con cavalli freschi pronti a resistere al peso dei freni. Secoli di passi, rumore di zoccoli sulla strada. Sento il rumore dei ferri di Isotta sulle pietre, mi sembra che il tramonto trasporti un’eco lontana, pesante come una macchina del tempo.
I salassi, l’antica popolazione che abitava la Valle d’Aosta, avevano sempre usato questo colle per scendere in Tarantaise e commerciare. Per loro il valore del confine era la fatica di salire e la strada da percorrere, come per tutti quelli che erano passati prima e sarebbero passati dopo. All’epoca non si pensava di compiere azioni senza dio e i loro dei venivano ringraziati e implorati ogni volta che la fortuna gli permetteva di superare il colle e portare a buon fine le imprese che avevano in mente. Resta in memoria di quell’epoca così lontana, il contorno di un cerchio di pietre che per secoli è stato luogo di culto e per altri secoli, luogo di razzia. Un Cromlech al cui centro era innalzato un dolmen era il tempio, per costruire la strada attuale il dolmen è stato distrutto e ogni volta che serviva una pietra, qualcuno l’ha presa nel cerchio del perimetro. Resta ben poco, affiora in mezzo al l’erba come tutte le storie che finiscono. La terra riprende ogni volta un suo ordine, ritorna pascolo di camosci.
Nel 1897 è nato il giardino botanico Chanousia, per volontà e passione dell’abate Chanoux dell’ordine mauriziano che gestiva all’epoca l’Ospizio. Da anni l’abate coltivava specie alpine in aiuole che gli sembravano necessarie per far conoscere e amare questo mondo prima che si estinguesse. Le specie coltivate nel giardino sono più di 1200 e chi si ferma a visitarlo, viene accompagnato a scoprire quelle fiorite al momento della visita. Gli ambienti raccontati dal giardino e la breve stagione vegetativa di qualsiasi pianta a quella quota rendono ogni fiore un tesoro unico e prezioso.
La piana del colle culmina all’Ospizio. I pellegrini della via francigena vengono accolti qui da altri secoli. L’edificio è alto e stretto e dall’ultimo piano sembra di essere in aereo. Il gestore è una persona molto gentile, ha un cane da ricerca in valanga, un cane di San Bernardo che quando sono passata aveva solo quattro mesi e che per lui è solo un animale da compagnia. Cercavo pietanza per Isotta, come ogni giorno dovevo risolvere questa esigenza. Lui si è diretto in cucina, è tornato con un sacco di carta che conteneva almeno quattro chili di farina di polenta e non ha voluto niente. Ho infilato tutto nelle musette e mi sono avviata incontro al tramonto tra pascoli e greggi. Andavo con il pensiero a tutti gli angoli del colle appena passato che in quanto colle è un luogo di passaggio ma mi è sembrato un posto in cui avrei dovuto fermarmi.

LA STRADA DELL’ASSIETTA

Il mio amico Angelo è siciliano e dice che a Torino il vento parla francese.
Mi trovo sullo spartiacque tra Val di Susa e Val Chisone. Una lama di rocce e pascoli che divide e collega i versanti di due valli molto lunghe. Su questa cresta c’è una strada che è stata costruita dai soldati. Da qui passava la vecchia frontiera tra il regno dei Savoia e il Delfinato. Passare di qui senza sentire gli echi della battaglia dell’Assietta in cui i montanari hanno difeso con pietre e forconi le pianure sottostanti è impossibile.
Raggiunto il Gran Serin guardo verso i ghiacciai degli Ecrins e la cresta che si snoda verso l’orizzonte. L’erba ha sete e ingiallisce. Le pietre delle fortificazioni raccontano storie su ogni cima e danno asilo al viaggiatore. Tanta bellezza e questa cavalla insieme a me. Lei è abitudinaria. Lo sa che dopo il lago c’è una strada tutta per noi con erba e ombra. Prende la direzione senza che io debba dirle niente e si ferma esattamente dove si ferma sempre. La scarico e la lascio pascolare. Dopo tante montagne sconosciute e bellissime è così strano passare su una strada già percorsa tante volte. La Val di Susa è la valle di casa nostra, fa parte delle Alpi ed è uno dei territori alpini con la maggior concentrazione di branchi di lupi. Dovevamo passare da qui. Qui dove ci troviamo, c’erano i francesi. Sono arrivati un giorno in gran forza per conquistare Torino. La gente dei villaggi e i più disparati eserciti di mercenari hanno fermato la loro avanzata in mezzo a queste montagne. Era tanti anni fa, adesso questa strada mi porterà proprio fino in Francia.

assietta

Erano posti da soldati. Materiali e vettovagliamenti sono arrivati qui a spalle e a dorso di mulo. È un posto da animali e gli animali lasciano segnali che gli uomini non sono in grado di riconoscere ma Isotta e quelli come lei sì. Lei lo sa che adesso qui non c’è la guerra e pascola tranquilla dove pascolavano muli e cavalli di tanti anni fa.

GIARDINO BOTANICO PEYRONEL

Il colle del Barant è una fessura sulla vecchia strada militare che collega la Comba dei Carbonieri alla Conca del Prà. Al culmine della salita ci si ritrova tra due pareti di roccia viva spaccata a pala e picco dai soldati di leva, davanti c’è la cima del Monviso che occupa tutto lo spazio non riservato al cielo. Prima di passare oltre, conviene fermarsi alla stazione botanica Peyronel.

Chiara Ronelli
Chiara gestisce i turni dei volontari. È arrivata per la prima volta qui in visita ad un amico che era di turno, l’anno dopo ha cominciato anche lei e di anno in anno le sue cure per questo posto l’hanno coinvolta sempre di più. L’ultimo anno ha partecipato a scrivere un progetto per ottenere finanziamenti da destinare alla manutenzione e alla comunicazione che è andato a buon fine. Tra stesura di volantini, recinti da montare e smontare, rifornimento di alimenti e combustibile per i volontari, la stagione vola in un attimo e non è più riuscita a mettersi nei turni, anche per lasciare spazio ai ragazzi sempre più numerosi che fanno richiesta di provare quest’esperienza. È salita apposta per incontrare Isotta e me quassù e ha dormito sotto il telo con una semplice coperta sorprendendosi di aver trascorso una bella notte all’asciutto sotto una pioggia di stelle cadenti.

Da venticinque anni, una postazione militare in disuso a picco di fronte al colle della Croce ospita per tutta l’estate i volontari del Giardino. Sono ragazzi di Scienze Forestali e Naturali, giardinieri professionisti e semplici appassionati di botanica che passano in questo nido d’aquila una o più settimane della loro estate. L’area in cui lavorano determinando le piante che nella stagione fioriscono e appassiscono è delimitata da un recinto che impedisce l’ingresso delle mucche fino a settembre, sono loro a concimare questo spazio dopo l’ultima fioritura. I volontari sono a disposizione del pubblico e accompagnano gli escursionisti per fargli scoprire le identità che popolano quest’area. La questione non è il nome della singola pianta, ascoltandoli si scoprono la tenacia e la personalità di piante più o meno appariscenti in grado di affrontare la durezza di queste rocce e di questo clima.
Il perimetro della stazione botanica include un’area precisa che non può essere altrove: in meno di due ettari sono presenti ambienti molto diversi e rappresentativi in cui nascono, vivono e vegetano oltre 300 specie alpine spontanee, indice di elevata biodiversità.

A monte del giardino si trova l’unica sorgente a distanza di ore di cammino. Butta acqua per tutto l’anno anche in un’estate come quella appena passata. La prima volta che mi ero accampata lì il richiamo era stato proprio l’acqua che alimenta un piccolo laghetto dove Isotta aveva potuto bere. La zona umida lì intorno e a lato dei ruscelli che attraversano il giardino è caratterizzata da una vegetazione particolare diversa dagli altri posti. La pianta più evidente che approfitta dell’acqua nel terreno è l’erioforo che, con le radici a mollo, appoggia al vento i suoi fiori candidi dalla consistenza simile al cotone.

visita alla stazione botanica Peyronel

L’ambiente tipico di questo versante è quello delle creste ventose e infatti dove non arriva l’acqua si trovano piante tutte diverse, quelle che se la cavano in terreni aridi e spaccano le rocce con le loro radici per trovare ancoraggio contro i forti venti che soffiano su questo promontorio, guardando i loro fiori delicati sembra impossibile immaginare la forza delle loro radici che può far invidia al più potente degli escavatori.
A questa quota, negli avvallamenti poco esposti dei versanti settentrionali, la neve può coprire il terreno anche per nove mesi all’anno. Sono le vallette nivali dove sopravvivono solo quelle piante in grado di compiere il loro ciclo vegetativo nella breve estate che hanno a disposizione. Il lungo assedio della neve concede il favore di un’elevata umidità del terreno anche dopo lo scioglimento e queste specie dell’ombra e del gelo ne possono approfittare, contrariamente a quelle delle creste.
Il fiore simbolo del giardino è la Dryas octopetala, un relitto artico che cresce solo sulle rocce calcaree affioranti tra gli scisti in una piccola parte del giardino. Fiore candido e foglie seghettate note come thè delle Alpi perché una volta essiccate possono essere utilizzate come infuso.
La specie più rappresentata nel giardino è il salice, se ne incontrano ben otto specie. Data la quota e l’esposizione agli eventi atmosferici e al pascolamento, questi alberi hanno un portamento prostrato e la loro altezza supera raramente quella delle graminacee circostanti. Eppure sono proprio alberi: un Salix erbacea con il tronco del diametro di sette millimetri può avere anche quarant’anni! Sono piante pioniere in grado di colonizzare gli ambienti più estremi, una volta che le loro radici hanno sbriciolato le rocce e le loro foglie cadute sono marcite aggiungendo sostanza organica, possono arrivare altre specie.
Intorno a queste isole caratteristiche di ambienti tutti diversi c’è un mare d’erba che le lambisce da ogni lato: è la prateria alpina di cui approfittano le mucche dell’alpeggio della conca del Prà una volta terminati i turni di volontari. La Toma che ne viene fuori è inevitabilmente sopraffina!

quiete
la quiete- la prima volta che sono arrivata qui era il 2007, a Isotta questo posto è piaciuto tantissimo, pascolava, andava ad abbeverarsi al laghetto e riposava. ogni volta che sono tornata qui è stato così.

Non c’è niente di appariscente tranne i fiori. Non si sente altro rumore oltre all’acqua che scorre e al vento che si infila tra le rocce. Non c’è un riparo se non l’antico baraccamento riadattato per ospitare i volontari. Non si riesce ad andare via da qui.

FREMAMORTA: L’ULTIMO COLLE
ventisette agosto: dal Boreon si arriva con una strada militare larga e sicura fino al primo lago di Fremamorte. I primi raggi di sole ci stavano cadendo addosso e l’erba rigogliosa intorno al lago interessava Isotta. Mi sono fermata e ho cominciato a fermentare. Oltre quella montagna c’è la meta.

lac de fremamorte

Eravamo talmente abituate a questo ritmo che mi accorgo solo adesso del suo limite. Riparto come se fossi appena stata travolta da una valanga. La bellezza intorno è ancora più travolgente. Un sorriso ebete mi si incolla alla faccia mentre mi riempio di tutto quello che mi circonda come se la fine di questo viaggio fosse la fine di tutto. Raggiunto il colle non riesco a passare di là, c’è un po’ d’erba in un rettangolo in piano e lo spettacolo sul Mercantour è mozzafiato. Ho paura di scendere. Mi sono fermata di nuovo. Isotta non mangia. Sta lì in piedi immobile sopra di me. Non c’è nessuno e passano solo stambecchi.

stambecco

Faccio finta di dormire per avere una scusa per non andarmene di qui. Non ci sono scuse. Lì sotto c’è la piana del Valasco e la strada che porta lì è bellissima. Riparto sui sentieri che Vittorio Emanuele si era fatto costruire per poter arrivare fin quassù in sella nella sua riserva di caccia. Ad ogni passo quel cielo blu e quella bellezza mi feriscono quasi. Ho raggiunto la Piana del Valasco completamente stravolta. Vorrei che non ci fosse nessuno e invece il pianoro è pieno di gente.
Il viaggio è finito.
Il mattino dopo ho capito. Negli ultimi 15km per raggiungere il Centro Uomini e Lupi di Entracque, il confine tra viaggio e non viaggio era nell’aria. Un’avventura come questa deve finire: il suo valore è nei suoi limiti, se fosse per sempre non sarebbe così preziosa.

fine dell'avventura sul sentiero dei lupi

fuoco acceso telo tirato cavallo sazio per unire nella stessa avventura uomini cavalli e montagne