Per sempre

mappa dei viaggi di Przewalski in Asia

Quando il destino propone un dono, domanda un prezzo, entrambi talmente imprevedibili da essere irriconoscibili.
Non so se quando Nikolaji Michailovich Przewalski si trovò stritolato dal tifo, nel bel mezzo del suo quinto viaggio in Asia, si disperò. Sicuramente soffrí. Quando capí che non sarebbe mai rientrato a casa si trovava a Karakol, in Kirghizistan, chiese allo zar di essere seppellito sulle rive dell’ Issik Kul e così fu.
Rimane un mausoleo, é stato pensato anche un museo, la città di Karakol dopo la rivoluzione venne chiamata Przewalsk in suo nome.
L’impronta dell’ultimo bivacco di questo grande esploratore era una semplice fossa con una croce ortodossa di legno. Il luogo é un promontorio che arretra la punta più occidentale del lago Issik Kol: da lí si guarda sul lago e si sente il ‘persempre’, si guarda alla corona di montagne innevate che lo circondano e si sente il senso dell’ avventura.

Cosa si vede dal promontorio dove Przewalski ha chiesto di essere seppellito

Cosa significa ‘casa’ per un esploratore? Può essere stato un dono rimanere lí per sempre? O é un dono per tutti gli avventurieri a venire, sognare la fine in un posto come quello, nel bel mezzo di una grande impresa?
Sono andata a porgergli omaggio e spero che la bellezza di quell’angolo di mondo mi resti sotto la pelle. Vorrei averlo conosciuto quando era un uomo.

è da tanti anni che penso al viaggio che sto vivendo adesso. la prima volta che ero stata in Mongolia era solo un abbozzo di idea, era il 2007 ed ero andata laggiù per vedere i cavalli di Przewalski.

> Ballata dell cavallo di Przewalski

Fiera dell’est

Un futuro da fantascienza si sta appropriando delle città della steppa. Grattacieli, monumenti improbabili, giardini e parchi con fontane ed essenze esotiche accompagnano lo straniero verso centri luccicanti di vetri e marmi.
Fuori c’è la steppa. Dentro c’è lavoro. Anche qui si corre dentro per lavorare, si scappa fuori per riposare.
Sul confine c’è ancora il mondo dell’allevamento: vissuto fieramente da chi é rimasto in sella, guardato con compatimento da chi ha conquistato l’eleganza e il profumo all’ultimo grido.
Sopravvive sul confine, ma esiste.
Sono arrivata al mercato del bestiame in autostop alle sei di una domenica mattina: strade deserte, ma la terza macchina che è passata si è fermata e mi ha caricata.
Un gruppo di cavalli tirati al trotto dall’unico cavaliere confermava che non stavamo viaggiando verso il nulla ma verso una meta condivisa da altri.
Parcheggio gremito di automobili, pecore e persone con la pila che mettono in mostra agli acquirenti le grazie dei propri animali.
Si vedono le strisce di luce delle pile, si sentono belati, muggiti e nitriti, arriva alle narici l’odore dei fuochi, dove le donne friggono a più non posso e versano tè bollente in tazze di ceramica.
Gli uomini mercanteggiano animali vivi. Nascosta dal buio, posso permettermi il lusso di guardare senza che nessuno si accorga di me.
Certi vengono ammazzati sul posto, caricati e portati via prima che sia giorno. Rimane il sangue sul terreno. Ogni spazio é gremito di gente, cavalli, vitelli, capre e ci sono persino dei tacchini. Tutti girano al largo dalle chiazze rosse.

Un uomo vende capezze di tutte le misure. Non smette di incassare neanche per un attimo. Chi compra un cavallo, compra anche la capezza, prende una corda e se lo porta via.
Quando diventa giorno, divento riconoscibile e vado a nascondermi dietro una tazza di tè. Queste donne occupano la posizione giusta e mi metto al sicuro al loro fianco per trovare una chiave che mi permetta di tornare dai cavalli anche di giorno.
Sono tanti, tantissimi. Molti di loro sono belli da ammirare. Tutti hanno la steppa nel sangue, le gambe asciutte e il vento nella criniera. I duri viaggi in camion di quelli che arrivano da lontano hanno lasciato segni impossibili da nascondere. Non sono abituati a stare in piccoli spazi.
Forse la chiave é Nurlan: ha la mia età, la barba a punta, musulmano, tre mogli, molti cavalli. Mi si presenta con le foto che ha sul telefono: tutto un rodeo, una sfida. Andarsene in giro per la fiera con una donna che non é sua moglie e non capisce una parola di kazako é una sfida che lo diverte e a lui piace giocare.
Cavalli e persone continuano ad arrivare fino alle dieci. All’odore dei fuochi si mischia quello della fiera. Lo stesso posto cambia tantissimo alla luce del giorno. Un giorno crudo per molti degli occhi che ho guardato.
Sto male a vedere portare via questi animali. Lo so benissimo che se non ci fosse il macello non ci sarebbe l’allevamento. Lo so, ma mi fa male lo stesso. Ho mangiato carne di cavallo molte volte in questo viaggio. Mi é stata offerta in occasioni di festa, é la carne prelibata per le grandi occasioni. Era atto di amore. É stato un privilegio poter scegliere il primo boccone dal vassoio. Ringrazio tutti i cavalli che sono stati e saranno mangiati in futuro di aver offerto la loro bellezza e la loro forza a chi aveva qualcosa di bello da festeggiare e spero che gli zoccoli del branco da cui venivano continuino a risuonare sulla steppa.
I monumenti non fremono nella gioia del galoppo e non si mangiano, non sporcano e non ti guardano negli occhi. La vita che scorre in tutto quel sangue é libera e selvaggia fino all’ultimo giorno.

Addio Siberia

Sono sul treno che mi porterà in Kazakhstan, gli ultimi giorni in Russia sono stati come un film. Non ho potuto fare altro che giocare la mia parte e fare in modo che i cavalli fossero affidati alle cure di cui avranno bisogno nei prossimi tre mesi. Ho affidato i cavalli a persone che possono occuparsi davvero di loro. Non è gente di cavalli. É gente che non avrebbe mai pensato di prendersi cura di due cavalli mongoli. Sono arrivata a questo monastero grazie a una catena di incontri che era cominciata a Gorno Altajisk tre mesi fa.

Norlan, il celebre autista kazako che solca la Russia alla velocità di un dito sulla mappa dell’Eurasia e padre Feofan che varca la stessa soglia della stessa Chiesa nello stesso monastero, molte volte nello stesso giorno. Ogni volta all’unisono con molti uomini come lui che ripetono le stesse parole da centinaia di anni. Il loro viaggio nella parola sostiene cose reali ancora più distanti di Rostov e Vladivostok.

Parto con molte domande. Quando ero andata a Santiago credevo di essere partita per un pellegrinaggio e ho imparato a viaggiare. Quando sono partita per questa avventura, credevo di essere partita per un viaggio che sta diventando un pellegrinaggio.
Inutile addentrarsi in questo labirinto. Annoto solo gli anelli della catena.
Stazione degli autobus di Gorno Altajisk: incontro con Pit, lui e la sua famiglia diventano una bella amicizia.
L’ultima volta che ci siamo visti eravamo ad Aia, ospiti di Ivan che é il parroco ortodosso di quel villaggio.

Dalla Repubblica di Altai a Saratov, molte cose sono successe grazie all’incontro con Pit e Marina, ogni volta che un anello si aggiunge alla preziosa catena che mi lega a loro, mi chiedo cosa sarebbe stato questo viaggio se quel giorno fossi arrivata a Gorno Altai un minuto dopo.

Lui mi ha indirizzato a Karabennikovo, monastero ortodosso sulla mia rotta. Mi ci sono fermata un giorno, il monastero é stato vicino al viaggio anche quando ormai ero lontana.
Ci sono state molte persone che prima di partire mi hanno detto di avere ganci dove volevo far passare l’inverno ai cavalli per evitare la grana della frontiera Russia- Kazakhstan e Kazakhstan- Russia. Nessuna di quelle parole è diventata realtà. Quando sono arrivata all’ippodromo della città, ho dovuto ricaricare i cavalli sul camion e ripartire per ‘Nonsodove’. Mentre l’autista mi guardava con aria interrogativa e io non sapevo dove sbattere la testa, Vadim ha telefonato diverse volte da Karabennikovo e mi ha proposto di trovare una soluzione con l’aiuto dei monaci di un monastero non lontano da dove mi trovavo. Un luogo fuori dal tempo e forse anche fuori dallo spazio ha accolto i cavalli a braccia aperte. Padre Feofan ci aspettava, avvisato da Vadim, padre Ioann è venuto con me all’ufficio dell’ispettore veterinario per registrare ufficialmente che sta ospitando due cavalli mongoli in transito verso l’Europa. Mentre sarò lontana ci saranno tutti i controlli che renderanno possibile continuare il viaggio. Loro adesso hanno un tetto e io sto tornando verso casa.

La freccia è lì, pronta a riprendere il viaggio.
Il Kazakhstan sarà un’avventura vicina ai cavalli ma senza cavalli.

Porte aperte

 

Strade gelate e deserte. Spettacolo candido di tronchi di Betulle e neve. Una porta che si apre e una persona che sorride. Samovar. Vika e Sasha e i loro figli. La stalla, la stufa e fuori il gelo.

Chiedo scusa a chi era preoccupato per il mio silenzio. É da due settimane che attraverso un territorio molto sperduto. Piccoli villaggi a quindici, trenta chilometri uno dall’altro e campi sterminati dove i trattori mietevani a più non posso fino a tre giorni fa. Poi é arrivata la neve è adesso sono tutti in casa.
Nei prossimi giorni i villaggi saranno ancora più piccoli. Non so se miglioreranno le mie possibilità di connettermi. Intanto vado avanti e scrivo.

Краснодарское il villaggio minuscolo é di pianta quadrata. Proprio al centro c’è un grande recinto con mietitrebbie, rimorchi, falciatrici e ogni sorta di macchina per lavorare i campi circostanti. Macchine enormi. Distanze enormi. Come faceva questa gente a mietere questa enormità quando per portare il grano c’erano solo le teleghe tirate dai cavalli?

I villaggi sono un susseguirsi di recinti in cui a volte é difficile distinguere la porta dal resto. Campanelli non ce ne sono. La via passa tra due corridoi di erba dove pascolano oche, galline e capre. Ogni tanto c’è un cavallo legato alla corda. Sembrano tutti bei cavalli.
I villaggi sono il posto delle persone. Fuori dai villaggi la gente ci va solo di giorno e solo per lavorare. Mi sembra che sia un modo per stare al sicuro. Insieme, una casa vicina all’altra, un recinto che delimita lo spazio vitale di ogni famiglia, cani che mettono in guardia da chi potrebbe portare via qualcosa o qualcuno. Il sospetto verso lo straniero è la prima reazione. La conseguenza spesso un fuggi fuggi generale. Mi é successo di avvicinarmi ad una casa salutando una signora e di vederla correre dalle sue oche per spingerle verso il recinto della casa e chiudersi dentro con il lucchetto. Credo che sia un retaggio di passati che io non posso neanche immaginare.
Per fortuna c’è anche Tolstoj! Quel senso del viaggio da ‘Guerra e pace’ si radica in certi cuori. Quelle persone quando mi vedono reagiscono con entusiasmo e gentilezza.
– путешествие! (Viaggio!)
E quella é la parola magica che chiarisce anche agli altri che non c’è nulla da temere.
Tolta la paura é un attimo e scatta l’affetto, il bisogno di accudirmi, di farmi sentire a casa.
Il mattino dopo vado via e sembra già strano che quel legame di una sola notte sia già così saldo.
Queste sono famiglie. Il legame é custodia e cura. Andando via so che qualcuno si sta già preoccupando per me. Io spero di saper ricambiare queste cure.

Sasha apre la porta di casa

Quando la signora Olga cerca di farmi asciugare il bucato con l’asciugacapelli; o Dimitri mi riempie un barattolo di miele profumato; Zacharia mi mostra come funziona la sauna e mi indica lo scopo di tutte le bacinelle e mestoli per lavarmi e fare il bucato; o mentre vado via arriva qualcuno in macchina a chiedermi di scrivere il nome del blog, pezzi di cuore si attaccano alla punta della matita e spero che restino lí per sempre.

E c’è chi, come Nastja e Zacharia, il mattino dopo mi accompagna per un pezzo di strada.

Queste porte che si aprono, compensano tutte le altre che ho trovato chiuse. Sono riuscita a comprendere la paura di questa gente, ma purtroppo ho perso l’occasione per avvicinarla.

La madonna del ponticello

Foto di Kdochnichov Vadim

-buonasera, conosce padre Nifont di questo monastero?
-certo, la sua macchina é sempre parcheggiata davanti all’ingresso.
-non l’ho vista
-ma sí, la vedrai, ti accompagno io.
E così la signora Liuba mi ha accompagnata davanti all’ingresso del monastero, ma di macchine non ce n’erano.
Davanti alla casa di padre Nifont é cominciata una staffetta di telefonate finché qualcuno non mi ha riaccompagnata, questa volta dal retro. Siamo passati tutti da una porticina e siamo diventati ospiti del monastero. Ho poi trovato la famosa macchina il giorno dopo, padre Nifont armeggiava con cacciavite e fusibili per farla ripartire, era parcheggiata dentro al monastero.

I preti ortodossi hanno moglie e famiglia come Ivan e Natasha ad Aya. I monaci ortodossi lasciano i loro paesi e le loro famiglie per dedicarsi interamente alla vita del monastero dove prendono i voti. É un viaggio in un altro mondo.
Questo é il monastero maschile di Коробенниковo. É di recente fondazione: del 1994. La chiesa era stata costruita nel 1905, ma gli eventi della rivoluzione l’avevano adeguata ad altri scopi.

La festa dei cinque anni della Chiesa di Karabennikovo, dopo la requisizione. Foto di Kdochnichov Vadim

Quando la chiesa non era chiesa, sul fosso che si doveva attraversare per portare gli animali al pascolo era comparsa una passerella di legno. Tutti passavano di lí. Un giorno si è mossa e quando é stata spostata per rimetterla in modo più stabile, si é scoperto che la faccia dell’asse rivolta verso l’acqua era una Madonna con il Bambino in braccio. Quell’icona era dentro la chiesa prima che venisse sequestrata. Ha guardati l’acqua scorrere nel fosso per anni ed anni ma non si era rovinata tanto.

L’icona.foto di
Kdochnichov Vadim

La passerella é stata ripristinata con altre assi e l’icona é stata pulita il meglio possibile e portata a Barnaul per essere restaurata.
Quando la chiesa é tornata chiesa, l’icona é tornata al suo posto e adesso é lí e sorride.

Il battesimo che é stato celebrato il mattino prima che io partissi.

Si entra nella chiesa e si viene circondati dalle storie dipinte su ogni parete. La mano é moderna, il linguaggio é antico. Era sera quando ho finito di montare il telo e sono entrata nella penombra. Non c’era nessuno. Non mi sono messa a decifrare le storie, ero solo contenta di essere lí, di aver incontrato le persone che vivono lí, di sapere che in qualsiasi momento le potrei ritrovare lí.

La macchina per ferrare

Questi villaggi somigliano a dei boschetti con tanti sentierini che portano da una radura all’altra. Devo scegliere continuamente da che parte andare. ‘Dritto’ non c’è. C’è ‘dall’altra parte’. Dovevo trovare qualcuno che avesse il coraggio di cambiare i ferri posteriori di Tgegheré.
Quasi per caso ho scelto la via di sinistra, per strada non c’era nessuno. Quasi per caso é uscito un ragazzo da una casa. Si chiama Roman, mani in tasca, anfibi ai piedi, giacca militare come tutti quelli che stanno molto all’aria aperta. Qui sono le migliori.
Camminava al nostro stesso passo, dieci metri dietro di noi. Lo ho aspettato e gli ho chiesto se conosceva qualcuno in paese che potesse rimettermi i ferri di Tgegheré. Mi ha fatto un sacco di domande ma non capivo quando mi chiedeva se questo cavallo si ‘lavorava a mano o a macchina. Solo quando è arrivato Pasha, ho capito che la macchina era il travaglio.

Travaglio

Sì, forse senza maniscalchi nomadi in giro, quella era l’unica soluzione per Tgegheré.
-Devo essere elastica. Devo essere elastica. Devo essere elastica.
La macchina era a tre chilometri da lí andando per i campi. Si sono consultati senza chiedere un parere e hanno deciso che Roman sarebbe arrivato lá in sella con i cavalli e io sarei andata in macchina con lui.

Pasha

Era gente dall’aria affidabile. Gli ho tirato giù le staffe e la mia lunghezza andava bene anche per lui. Gli ho lasciato le redini titubante, ma gliele ho lasciate e sono salita in macchina.
Pasha mi vedeva poco convinta e mi ha dato la sua carta di identità. Gliela ho restituita e ho continuato a stare sulle spine finché non ho rivisto i cavalli in fondo alla strada.
Dissellato senza tante attenzioni e infilato Tgegheré nel travaglio. Lui mi ha seguita con fiducia. Quando si è sentito in trappola mi ha guardata con aria tradita e non gli è ancora passata adesso.
Legato e imbavagliato ha fatto tutta la resistenza possibile, anche se Roman é rimasto vicino a lui accarezzandolo per tutto il tempo. Alla fine Tgegheré aveva tutti i ferri, ma il sistema mongolo si è rivelato molto più gentile.

Roman

Spero che tutte le contorsioni che ha fatto per liberarsi dalle corde non diano conseguenze. Sicuramente per ristabilire un pò di fiducia da parte sua, ci vorrà un bel po’ di strada.
Pasha e Roman non hanno voluto niente, abbiamo preso un té insieme e sono andati via. Io ho rimesso le selle e sono risalita sulle montagne.
Sono grata a Pasha e Roman, hanno fatto tutto quello che potevano, ma ho paura che Tgegheré sia ancora più delicato di quello che pensavo. É diventato triste e schivo e mi si spezza il cuore. La prossima volta: sedativo e nessuna invenzione.

Pastori di api

Arrivo in ritardo, questa terra dev’essere un tripudio di fiori in estate. In ogni villaggio molte case mostrano il cartello di vendita miele e in molti orti ci sono piccoli villaggi di casette di api. I fiori adesso non ci sono quasi più. Gli apiari sono già preparati per l’inverno e alle api é stato somministrato il candito.
Ivan stava chiudendo le ultime casette quando sono arrivata al loro giardino. Tempo di montare il telo, loro avevano finito e una pioggia fine è gelida confermava che non avrebbero potuto tardare oltre.
Siamo entrati in casa, la stufa accesa scaldava l’aria e la zuppa bollente scaldava lo stomaco. Nastja riempiva le scodelle e le distribuiva alla grande famiglia e a noi. Il gesto di porgere la scodella fumante aveva un qualcosa di ristoratore, più ancora della pietanza, portava una specie di benedizione. In quella casa é tutto semplice.
Nastia é la moglie di Ivan ed era molto preoccupata di non parlare inglese. Ma quando non ci ha più pensato, ci siamo capite benissimo. I bambini erano curiosi e gentili e hanno fatto molte domande. La sera é passata veloce e mi sono ritirata sotto il telo con un piccolo barattolo di miele dorato che profumava di fiori. Le api erano al sicuro nelle loro casette e noi anche.

L’altra sponda del Katuhn

Pioveva di nuovo e quando non pioveva, piovigginava. Per evitare la grande strada dovevo passare dall’altra parte del Katuhn. Passate le colline, mirando al ponte, lo guardo senza entusiasmo: un ponte di legno tirato su due pilastri da cavi di acciaio che balla già solo al passaggio dei pedoni.
Fiuuuuuh.
Mi metto il cuore in pace perché quello carrozzabile é quattro chilometri di strada nazionale più a sud. Ormai sono qui e vado avanti.
Dal niente sbuca un omino biondo al gusto di vodka, prende l’imboccatura tra le mani, tira il cavallo indietro e mi vieta di passare. Discutiamo un po’ e alla fine mi arrendo. Devo proprio andare all’altro ponte. Un turista che passava di lì, aveva assistito alla scena e ha parlato per me spiegandogli che non ero in auto e facendo ragionare il testone. Gli ho lasciato 50 rubli, sono partita a piedi guardando dall’altra parte del fiume e non mi sono più voltata finché non ho toccato terra per paura che cambiasse idea. Questa sponda del Katuhn é fatta di piccoli villaggi che vivono di agricoltura e di piccolo turismo di gente che ha la casetta nel bosco ma vice in città. Animali per strada, trattori e stradine. Un’umanità semplice e colta la abita. Un altro mondo.
50 rubli per guadagnare l’altra sponda del Katuhn non sono niente: qui ci sono prati dove i cavalli sono felici e buone strade per avanzare in tranquillità. Finalmente. Che bello!!!!

Autunno

É arrivato un vento con un sibilo nuovo. Piovigginava e ho montato il telo vicino a un larice. Al mattino la punta di ogni filo di erba era arrossita con un bordo giallastro e le cimette dei rami impallidiva già di quel brivido che annuncia il cambio di stagione.
É bastato il tempo di una notte per cambiare tutto, proprio quando sono arrivata in città.

Stanotte ho dormito in un box per cavalli, l’estate della Repubblica di Altai é finita, il sole lancerà ancora qualche tiepido sorriso, ma devo modificare molte cose. Azimuth non può continuare il viaggio e sto cercando un altro cavallo. Tgegheré ha passato la prima notte della sua vita in un box, mangiando fieno e sembra a suo agio. Pioveva e piovigginava e noi eravamo qui all’asciutto. Le alture intorno alla cittadina erano spruzzate di bianco questa mattina.

L’ufficio della direzione della scuola di equitazione di Gorno Altajisk. Qui ogni promessa è un fatto.

Qui ci sono persone giuste disposte a fare il possibile per permettermi di rientrare in carreggiata con tutto l’occorrente per proseguire con questo clima. Il direttore del maneggio e la direttrice della scuola pony hanno ascoltato la mia storia e si stanno prodigando in ogni modo per il viaggio. La Russia é abitata da gente operativa che trasforma le parole in azioni.
So che da qui in avanti dovrò accantonare il lato più selvaggio del viaggio, ma sono anche contenta di andare il più possibile a fondo di quello più umano. Vediamo cosa ci porterà la nuova stagione.

ps: prometto che quello che é successo da quando ho messo piede nella Mongolia occidentale a quando ho passato il Katuhn per entrare in Altaski Krai lo scriverò più avanti adesso ricomincerò da dove sono, con i cavalli che ci sono e da chi sto incontrando. Questa Russia mi sta dando molto. La frattura che separa questa stagione dall’estate in Mongolia assomiglia a un baratro. Non mi sento di colmarlo con impressioni a caldo.

Deserto verde

Solo in cresta, dove i fulmini bruciano la foresta nei temporali di alta quota, il cielo riesce a toccare il suolo.

Quando cade un filo d’erba, si sdraia sotto gli altri e diventa loro nutrimento. Vivi e morti coprono il suolo intrecciati, sostendosi e facendosi ombra a vicenda.
Quando cade un albero nella taiga succede la stessa cosa. Tronchi di ogni età ed in ogni grado di decomposizione, si intrecciano sostenendo il verde di nuovi alberi. Uno shangai gigantesco. Quei fili di erba sono caduti senza fare rumore.
Camminando in un prato si sente il fruscio dell’erba e, sotto sotto, lo scricchiolio di quella caduta. É quasi impercettibile ma c’è ed è fondamentale.

Erba di sopra mischiata ad erba di sotto.

Nella foresta gli alberi caduti con schianto di tempeste e slavine sono attorcigliati nello stesso modo e attraversare un territorio cosí intricato ricorda di essere solo piccoli animaletti che solcano la crosta terrestre. Sotto il dedalo dei tronchi coperti di muschio scorre acqua che si apre la via attraverso rocce e dislivelli, in tutto quel rigogliare di verdi, sembra l’unico essere vivente.
In Altai, il verde tiepido delle praterie solcate dai falchi in cerca di preda é mischiato a quello della taiga abitato da cornacchie e moltitudini di moscerini. Ho fatto scorta di questo verde rigoglioso e umido e dei suoi schianti e fruscii. Spero di poterne fare a meno da ora in avanti e di tornare a seguire il volo dei falchi, vedono più lontano e nelle loro remiganti splende un sole che nella taiga non arriverà mai.

Mischiati

fuoco acceso telo tirato cavallo sazio per unire nella stessa avventura uomini cavalli e montagne