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tre metri per tre

certe volte mi devo mettere a scavare nel mucchio delle foto del viaggio dalla Mongolia e ci sono dei momenti di una dolcezza inspiegabile che mi strizzano l’occhio da angoli remoti della memoria.
Le visite notturne dei mongoli quando ero ormai in camicia da notte nel saccopelo erano il quotidiano. Sul momento mi sembrava la cosa più normale del mondo. Venivano a trovarmi, mi insegnavano qualche parola, portavano sempre dei regali e soprattutto la semplice spensieratezza.
Il telo tenda è tre metri per tre. Si schiacciavano tutti lì sotto per respirare quell’aria della mia casa da viaggio. Gli preparavo un tè con il fornellino e loro si mettevano a chiacchierare come se fossimo comodi dentro una gher. Tre metri per tre diventavano un mondo: una cellula di avventura in viaggio tra lo spazio e il tempo.
Grazie nomadi della Mongolia, spero che quello che ho trovato laggiù non stia patendo troppo.

The marching wind di Leonard Clark

THE MARCHING WIND di Leonard Clark
tradotto per Garzanti come ‘Alle porte della Mongolia’

‘The marching wind’, tradotto in italiano senza nessun collegamento con il contenuto né con il titolo originale che descrive esattamente quello che si trova nel libro

Nel ’49 in Occidente si viveva una specie di pace, invece a Pechino non si poteva più stare per nessun motivo, l’esodo di tutte le etnie e religioni non ammesse dal comunismo si disperdeva ad occidente, andando a sbattere contro le catene montuose più alte e sconosciute del mondo. Leggende riguardanti i popoli nomadi che le abitavano avevano reso questo territorio ancora più misterioso.

Mappa generale dell’area intorno a cui si svolge la spedizione. Nelle cartine successive si può ritrovare ogni singolo campo. Ogni sera, dopo giornate di avventure e gelo, Clark disegnava le mappe e registrava sul diario gli avvenimenti, e n modo che, qualsiasi cosa fosse accaduta, Ma Pu Fang, committente della spedizione, avrebbe potuto ricevere tutte le informazioni raccolte fino a quel momento.

Pochi di quelli che avevano provato ad entrarci, ne erano usciti, ci si poteva avventurare solo sulla strada per Lhasa, ma solo con carovane numerose e armate, in grado di vegliare sul bestiame e difendersi dai briganti.
Tra quelle montagne spicca il massiccio dell’Amne Machin, montagna sacra per mongoli e tibetani, vegliata da monaci custodi che consentono il passaggio solo ai pellegrini. La lettura di diari e resoconti di sfortunate esplorazioni precedenti ha spinto Leonard Clark a partire per andare a misurare questa montagna. La traversata di un territorio di cui non esistevano mappe in un momento in cui la spinta ad occidente della rivoluzione stava per trasformare questa terra abitata dal vento in rifugio e fortezza di molti profughi è una corsa contro il tempo.

Una delle pagine dell’inserto fotografico. Nel libro sono descritti momenti perfettamente ritrovabili nelle foto che ampliano la suggestione di questo territorio e della gente che lo abitava. Le attrezzature erano quelle di allora, le immagini sono poche, ma raccontano molte cose.

Leonard Clark descrive in questo libro territori e genti che poco dopo sarebbero diventati un’altra cosa. Gli schizzi delle mappe, le foto dell’inserto e le descrizioni sono documenti di un mondo soffiato via poco dopo. Partenze prima dell’alba, marce estenuanti su terreni difficili e con il vento ovunque, la benedizione del Panchen Lama e i mezzi del governatore musulmano di Sining. Il resoconto del viaggio con i ritratti dei componenti della spedizione e le avventure da loro vissute somigliano a un romanzo, ma gli errori sono talmente umani da non poter essere reali.
L’affetto e la nostalgia per tutti loro è inevitabile quando la spedizione si conclude all’ultima pagina e i personaggi tornano ai loro posti nella storia fuori dal libro, dove i loro posti non ci sono più.

Il cavaliere volante

Dalle alture della steppa, si può guardare lontano. Sulla mappa le lingue di foresta che serpeggiano tra l’erba gialla sono intorno ai corsi d’acqua; gruppetti di alberi più radi in posti meno battuti dal vento e lontani dalle paludi sono quasi sempre villaggi. Ogni casetta è recintata con alte staccionate di legno che servono a non far entrare gli animali che pascolano fuori. In ogni recinto crescono alberi, il più frequente è la betulla, ma anche conifere e sorbi si alternano qui e là.
A volte per avanzare oltre il panorama visto dall’alto ci vuole un giorno, altre volte due, dipende da quanto la geografia mi permette di alzarmi per traguardare.

A Solanovka ci eravamo fermati un paio d’ore a pascolare l’erba di Ivan. Lui è l’istruttore della scuola di volo, ma ha sempre avuto la passione per i cavalli e intorno alla casa girava la sua vecchia cavalla da gara dallo sguardo dolce e smagrita dall’età. Il grande recinto ospitava tre cavalli yakuti, razza equina in grado di sopravvivere all’aperto nei luoghi abitati più freddi della terra. All’equinozio d’autunno, nel giro di pochi giorni il loro mantello si infittisce diventando una fitta pelliccia. Uno dei tre si stava preparando all’inverno proprio in quei giorni e mi ha fatto vedere i riccioli che si stavano infittendo sulla sua schiena. Era mezzogiorno e splendeva il sole e, anche se eravamo in Siberia, non eravamo in Yakutia e il cavallo era accaldato.

E’ stato bello stare un momento in quella casa sulle cui pareti erano appese foto di tutta la Russia fatte dall’aereo: La Crimea, il Don, gli Urali, la Kamtchatka, lo Jenissei e il Volga. Tutta la Russia mischiata senza geografia, in disordine di bellezza.
Vicino alla casa c’era una grande betulla.
Lui sapeva tutta la strada che avevo fatto e quella che dovevo fare: ci è volato mille volte!

mare di erba

Partire

Cuoio e ferri la strada, pietra e legno la casa: stare e andare come modi di abitare. Questo equipaggiamento ogni sera diventa dimora. Ogni mattina diventa vestito.

Cara Laurence, finalmente sono tornata dai cavalli, in questi tre mesi gli sono cresciute le criniere. Spezzare il viaggio è stato come una lunga apnea piena di incognite. Quando li ho lasciati erano cadute tutte le foglie e il mondo era vestito di oro, adesso i tronchi delle betulle si mimetizzano nella neve e sembra di camminare sui diamanti. E’ ora di ingrassare selle, bisacce e testiere. Adesso sono qui e a giorni riuscirò davvero a tornare in sella. Non vedo l’ora di raggiungere i villaggi dei cosacchi. So che sono tuoi amici. Se li senti, avvisali del mio arrivo.
Spero di tornare qui con te un giorno.
paola

ps: di strada sono passata da Amina, mi ha accompagnata lei alla stazione di San Pietroburgo. É stato proprio un nell’incontro.

Amina Liubitskaja ha attraversato con Laurence Bougault l’altopiano di Altai. Montagne selvagge e antiche, governate da príncipi cavalieri.

 

Mascalcia di altre longitudini

E così quelle care persone a cui avevo affidato i cavalli mentre aspettavo la burocrazia mongola, me ne avevano combinata un’altra. Oltre a farmi marcire Azimuth e aver usato allo sfinimento Tgegherè, si erano pure rubati i ferri.
Belli questi mongoli quadrati dell’Ovest della Mongolia, sono capaci di demolire la reputazione di tutto il paese con le loro zingarate. E quella famiglia era già la migliore che ho trovato da quando ho capito che avrei dovuto lasciare i cavalli a qualcuno. Sono già stati gentili: non se li sono mangiati.

Ribattitura con accetta

Comunque senza ferri non potevo proseguire e così la prima avventura di questi cavalli in Repubblica di Altai é stata la mascalcia.
Sono arrivati in tre, più Sasha e Valora che hanno dato una mano. In totale cinque persone per mettere i nuovi ferri ai cavalli.
Mi avevano parlato di questo metodo per ferrare dei nomadi come di una pratica molto barbara, ma adesso che l’ho visto, mi sembra una cosa molto bella.
Hanno cominciato con Tgegherè. Lo hanno fatto sbilanciare e lui si é trovato per terra senza neanche capire cosa fosse successo. Gli hanno legato le quattro zampe e messo un lenzuolo sotto il muso per non farlo appoggiare a terra. Uno degli uomini gli teneva la testa e lo accarezzava. Lui ha tentato un paio di ribellioni ma si é lasciato convincere che non era il caso.
Intanto uno per volta, gli hanno inchiodato i ferri e tirato i chiodi. Quando é stata l’ora di fare l’altro lato, lo hanno girato sulla schiena, hanno spostato il telo di cotone e hanno ricominciato dall’altra parte. Quando hanno finito, gli hanno slegato le zampe e tutti si sono allontanati al volo. Tgegheré si era talmente rilassato con tutte quelle carezze che é rimasto sdraiato, come se ne volesse ancora.
Stessa storia per Azimuth, ma lui si è ribellato un po’ di più.

La squadra al gran completo: maestro, chirurgo, dottore, professore, aiutante e collaboratore.Tra un cavallo e l’altro, tutti all’ombra nella legnaia. Il tempo di una sigaretta, per chi fuma e poi di nuovo sotto il sole.

Da noi sarebbe improponibile impegnare quattro o cinque uomini per più di mezza giornata per ferrare solo due cavalli. Trovare qualcuno che parlasse la lingua a cui sono abituati, li ha rasserenati. Pian pianino prenderanno altre abitudini anche per quanto riguarda i piedi, ma non possono imparare tutto insieme.
Quando viene il maniscalco, deve poter lavorare con animali che collaborano, per collaborare devono capire che non c’è niente di cui preoccuparsi.

Rotondo e quadrato

Liuba e Sasha

La Russia non è la Mongolia. Quello che la gente al di qua della frontiera sa dei mongoli é che vivono nel deserto, sono dei primitivi e bisogna guardarsi da loro. Se penso a tutte le belle famiglie che ho incontrato non riesco a dare una logica a questa impressione molto comune. Se penso agli ultimi mongoli in cui sono incappata prima di passare la frontiera, devo dargli ragione.
Per trovare un equilibrio tra queste due facce, credo che il motivo principale della differenza tra la maggior parte dei mongoli é quelli di frontiera sia dovuta alla circolarità delle loro tende, delle loro vite e delle loro stagioni. Avvicinandosi alle strade, abitando in palazzi, bazzicando sulla frontiera, é più difficile rimanere rotondi e quei mongoli che si fanno conoscere all’estero, sono quelli quadrati.
É stata una batosta scontrarmi con quegli spigoli e quando sono arrivata in Russia avevo un enorme bisogno di umanità.

Laboratori all’aria aperta

Sasha e Liuba, gente di Altai. Compiti ben precisi: mentre Giovanni e Sasha andavano a recuperare la benzina per il viaggio, Luiba mi ha offerto il tè. Qui non è più salato e ci sono molte differenze, ma quel gesto mi ha rinfrancata. Di qui e di là dalla frontiera ci sono persone rotonde e quadrate. Sta a me cercare la strada più rotonda possibile.
Liuba vuol dire Amore, lei è una nonna decisa e dolce insieme. Una volta cantava ma adesso la sua voce é invecchiata e ha deciso di non cantare più. Mi é capitato di sentirla canticchiare tra sé e sé, ma credo che quando cantava, fosse un’altra cosa.

Nel laboratorio da scultore ci sono andata con Suraya e insieme ci siamo stupite trovando una bandiera della Mongolia. Regalo di un amico di Sasha e quindi preziosa.

Sasha é di quei tipi di persone che aggiustano qualsiasi cosa anche se non ci sono pezzi di ricambio. Il cortile ha diverse aree coperte e ognuna racconta una piccola attività in miniatura: legno, ferro, ferramenta. Da una specialità all’altra, Sasha deve fare otto passi.
Sul lato dei recinti delle capre c’è l’unica porta chiusa a chiave. Lí Sasha scolpisce intarsiando le ossa con il coltello e svelando cigni, fiori, cavalli e stelle che fino al suo tocco magico erano invisibili per chiunque altro.

Valora con Azimuth e Tgegheré

I figli hanno le loro vite ma girano per casa dando una mano. Valora e sua moglie Suraya raccoglierann il fieno per le capre di Sasha é Liuba, appena finiranno di riporre il loro. Ogni giorno passano a salutare e portano quello che può servire da Kosh Agach.

Pronti a raccogliere il fieno.

I nipoti vanno e vengono con gli altri ragazzi del paese e non si capisce mai chi abita dove.
Altai. Un’altra lingua che non è il russo e in alcune parole mi ricorda il mongolo. Lo sciamanesimo é sopravvissuto al secolo scorso ed è molto sentito. Il cielo é vicino in questo pezzo di Russia. Ghiacciai scintillano al sole sui due versanti della valle che porta qui e fiumi e torrenti corrono i fianchi di queste montagne dissetando migliaia di animali al pascolo.

Andiamo a fare bere i cavalli?

Solo dopo aver bevuto il tè di Liuba si é rotto l’incantesimo che mi impediva di vedere tutte queste cose. Un tè rotondo.

Bayarté

Costellazione di gher

Cammina, cammina, siamo quasi al confine. Più vado avanti, più quello che vedo mi sembra impossibile e più mi sembra impossibile che da qui a qualche giorno dovrò farne a meno.
Mongolia, una terra che somiglia ad un cielo costellato di gher con tutto quello che gira intorno e dentro alle gher.
Più vado avanti e più mi sembra di essere rimasta troppo in superficie, di aver solo guardato il colore della buccia di un frutto coloratissimo, accontentandomi di immaginarne il gusto.

Cielo solido

 Mongolia: una terra che scorre sotto un cielo enorme. Dove di notte, quando ho potuto permettermi il lusso di non montare il telo, avevo l’impressione di essere in mezzo a una sfera di stelle talmente rotonda, talmente trapuntata di stelle da farmi mettere in dubbio tutta la fisica che avevo studiato a scuola. Dove di giorno le nuvole vengono, vanno, scoppiano in temporali e si tingono di arcobaleni. A volte, mentre domina il viaggio, questo cielo è proprio un compagno di viaggio: fa sorridere, piangere, ammalia e spaventa. Inutile cercare di sfuggirgli, qua non ci sono tettoie e anche nelle gher il rosone centrale é aperto alle stelle, al vento e al diluvio.

Terra e cielo così confusi, hanno preservato un modo di vivere che sembra essere rotondo anche lui, una spirale di giorni che vanno dall’inverno più rigido all’estate più afosa passando attraverso le mungiture di tutti gli animali allevati qui e le diverse lavorazioni del latte, proprie di ogni stagione.
Bayarté Mongolia! Che la parola con cui si saluta quando si esce da una gher risuoni, senza che nessuno la dica, passando questo confine.
Mi piacerebbe saper cantare per salutare degnamente questo paese. Non ne sono capace, mi riempio di questo cielo, cammino su questa terra, scorro le pagine del taccuino magico che mi ha aperto molte porte da Tsetserleg a qui e cerco di rivedere tutte le facce che mi hanno scritto i loro nomi e messaggi. Una folla di sguardi profondi e mani indurite dal gelo mi viene incontro e spero che sopravviva al caos di Ulan Bator che ha un suo fascino, forse dovuto allo stesso cielo che la lega a tutto il paese, forse dovuto alle parentele. Lì é tutto il contrario che qui.

Frastagliato e verticale